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A proposito di Sindaci

     Giugno 28, 2017   No Comments

di Denis Ugolini

Giugno 2014. Trentun anni fa, la scomparsa di un grande Sindaco di Cesena. Antonio Manuzzi. Ci ritorno spesso a questa figura della nostra storia cittadina e non solo. Non solo ricordo, anche riflessione. Un grande Sindaco. E a proposito di sindaci, qualche considerazione. Per più di una ragione. Intanto perché uno è passato direttamente da Sindaco a Presidente del Consiglio, nel giro di poco: Matteo Renzi. E perché si enfatizza molto il ruolo dei sindaci, e la loro vicinanza con i cittadini e i loro molti problemi. Figure che pertanto si dovrebbero stagliare e distinguere dal panorama di una politica in poderoso calo di fiducia. Una categoria a se stante? Non va fatto di ogni erba un fascio. Ognuno è una storia a sé. Ben si vedeva in passato e ben si vede ancor oggi. Oggi ancora di più. Anche a proposito di Sindaci. Antonio Manuzzi è stato un grande. Un riconoscimento ampio, di amici ed avversari. Ben oltre la sua stretta parte politica di appartenenza. Per correttezza, onestà, capacità, qualità amministrative. È chiaro tutto questo a coloro che hanno conosciuto la persona e la sua attività. A coloro che ne serbano una qualche memoria, almeno. Ma sono trascorsi tanti anni. Moltissimi oggi non sanno neppure di chi stiamo parlando. Di recente ho visto il film di Veltroni su Enrico Berlinguer, ultimo segretario del Pci. Comincia con interviste a persone, ragazzi, che non hanno un’idea di chi fosse il personaggio. Che tanto ha significato nella vicenda e nella storia del nostro paese per lungo tempo, prima della sua scomparsa trent’anni fa. Personaggio, del cui valore e delle cui politiche, nel bene come nel male, c’è ampia traccia ancor oggi. Tutt’altro che insignificante ed effimera. Ma molti non sanno neppure chi era e della sua stessa esistenza. Mi ha fatto un effetto particolare quella manifesta assenza di memoria. Brutta faccenda. Per un popolo, per un paese. Anche per una città. È come privarci, ad esempio, di parametri comunque utili per raffrontare la realtà e la politica odierne. Ed anche i politici di oggi. Che non sono una categoria astratta, che non sono tutti uguali. Non lo erano ieri, non lo sono oggi. Pensavo: se uno come Enrico Berlinguer (il capo del più grande partito comunista dell’occidente, per molti anni, attraverso svariate e perfino tragiche vicende della storia nazionale) è così poco conosciuto, come risulta dal filmato veltroniano, che ne è di altri personaggi – peraltro non minori per importanza e per valore di Berlinguer? Che ne è, per tornare a Sindaci, della memoria e della grandezza (per restare a Cesena) di una figura come Antonio Manuzzi? O, anche, perché no?, di Leopoldo Lucchi, che gli succedette nel 1970? La differenza politica non ne inficia, ad ogni modo, la “levatura” di personaggi e di personalità. Certo, fra loro, differenti per impostazione, inclinazione, metodi e contenuti politici ed amministrativi. Ma mi si passi: “uomini”; uomini di levatura. Il declino della politica non sta tanto nelle differenze politiche; sta soprattutto, oggi, nella carenza di “uomini” e di classe dirigente. Troppi cacicchi e narcisi. Prendiamo atto da tempo, infatti, delle diffuse, autorevoli, analisi che sottolineano le carenze di classe dirigente, di classe politica, ovunque nel nostro paese, al centro come in periferia. E mi sovvien di pensare che non è solo la cultura politica e la cultura che pure languono assai. C’è carenza di stature e levature di personalità. Penso a Manuzzi “uomo di parte, ma Sindaco di tutti”. Non era uno slogan. Era il suo modo di essere, era la sua persona. Repubblicano, del suo partito, ma come Sindaco, Sindaco di tutti. Senso dello stato; senso delle istituzioni; politica di servizio. Tensione morale e ideale. Responsabilità e atteggiamento autenticamente laico. Un dna personale, non una posa di maniera. Molti, anche della sua parte, ne criticarono la non partigianeria politica, partitica. Quando a Manuzzi, nel 1970, subentrò Lucchi (Gigi), molti repubblicani, di fronte al modo in cui si espansero la spesa e le assunzioni comunali, assunsero quel parametro (che il loro partito contrastava giustamente) come base della loro critica a Manuzzi per essere stato troppo “Sindaco di tutti”, riluttante ad accondiscendenti partigianerie di casacca. Leopoldo Lucchi fu il primo Sindaco comunista di Cesena. E lo sarà per quindici anni. Leader e chiara espressione della sua parte politica. Un consigliere dc – appena subentrato nell’assise comunale, al posto di G. Gentili divenuto consigliere regionale – che subito intervenne su una delibera, criticando con asprezza la supposta parzialità politica dell’amministrazione, fu interrotto dal Sindaco. Gigi lo guardò diretto, si alzò gli occhiali dal naso con la mano cui un mezzo dito mancava e in dialetto: < “babin”, io non corro mica par la bianchi, io corro par la rossi >. Straordinaria quella scena; come la vivessi ancora. Oltre che esilarante, esplicativa, diretta, senza ipocrisia. Il comunista Gigi era e faceva il “comunista”, dichiarato e con orgoglio. Di parte. Ma ciò che era evidente a me (e non solo), il Sindaco era sì un comunista (e le nostre differenze politiche enormi ed anche aspre nel manifestarsi), ma un “uomo”. Schietto, duro, di parte, ma leale. Non irascibile, men che meno rancoroso. Di quelli che vorresti sempre avere come avversari e come interlocutori. Magari era difficile trovare intese, che pure si cercavano, fra i partiti, ma quando si trovavano c’era certezza di seguito, coerenza e lealtà di comportamento. Come dicevo sempre: potevi uscire da un incontro, con persone così, salutando e girandoti, senza temere pugnalate alla schiena. Una pratica che, invece, anche allora, soprattutto certuni, praticavano con molta disinvoltura. Non noi. Non Manuzzi. Non Leopoldo Lucchi e altri “comunisti” come lui. Leale anche la dialettica di scontro politico. Antonio Manuzzi fu sindaco di un monocolore repubblicano con l’appoggio del Pci, dal’56 al ’60. Poi dieci anni di centrosinistra. Nel ’70, Leopoldo Lucchi e giunte di sinistra; il Psi era passato con il Pci. Una sindacatura di Gigi fu a maggioranza assoluta comunista Anche una legislatura regionale fu a maggioranza assoluta Pci. Lo voglio ricordare per una ragione: sia a livello locale, ma anche regionale, quelle maggioranze assolute sortirono Giunte più aperte di altre di coalizione di sinistra Pci-Psi. Altro che autoreferenzialità! La politica cercava intese più ampie, coinvolgimenti più ampi e di partecipazione di blocchi sociali e di rappresentanze di interessi economici e sociali. Si confrontavano visioni di interessi generali per la nostra realtà. E spesso si approdava a soluzioni positive. Una vicinanza ai cittadini, ai loro problemi, una partecipazione, un coinvolgimento che non si riducevano a variegate forme di mero presenzialismo. Voglio sottolineare ancora il confronto politico notevole, l’asprezza dello stesso, la polemica, come pure la lealtà. Anche quando, attraverso asperità e controversie difficili e tal volta anche dolorose (in particolare, ad esempio, nel mio partito), si compirono scelte di alleanze politiche, soprattutto, fra repubblicani e comunisti. Le strette finali e i percorsi per giungere ad esse alla fine stavano nel guardarsi negli occhi e nella stretta di mano fra noi, con Gigi Lucchi e Giorgio Ceredi. Ne vennero buone soluzioni politiche (non prive di limiti nella loro trasposizione). Che persone! Niente colpi bassi, niente pugnalate alla schiena, mentre mi dovevo semmai ben guardare anche nella mia parte dove, invece, sembrava si fosse aperta la fiera di quelle pratiche. Levatura di personalità. È da qui che non si deve deflettere. L’evoluzione, il cambiamento, le differenze politiche? Ci sta tutto. Inamovibili, a prescindere, sono solo gli stolti. Il resto no. È quello che fa la persona di caratura. Nostalgia? Non certo per le politiche. Non ci sfuggono né le trasformazioni, né i cambiamenti intervenuti. Tanti e notevoli. Né ci siamo attardati a non comprenderli. Talvolta li abbiamo anche intravisti con buon anticipo. Di quelle levature personali e di personalità, invece, sì. Con Antonio Manuzzi ho avuto la straordinaria fortuna di una frequentazione assidua. Di sicuro giovamento, per me. Dopo il 1970 si era distanziato dall’impegno politico attivo della prima fila. Non dalla politica, dove la sua presenza era comunque assicurata ed influente. La sua autorevole presenza, i suoi lucidi ed efficaci interventi. Ne derivava una grande forza. Lo posso ben dire. Personaggi come lui o come Ugo La Malfa hanno rappresentato una scuola. Di cultura, di morale, di politica. Per tornare ai Sindaci, penso che i due qui richiamati costituiscano, con tutte le loro reciproche differenze politiche, con le loro reciproche originali personalità, uno spaccato di “ levature” che non può non riconoscersi sul piano storico della vita della nostra città. La vita dei Comuni è molto cambiata, sotto innumerevoli aspetti. Anche il sistema di elezione dei Sindaci è radicalmente trasformato. Elezione diretta, la Giunta di stretta emanazione diretta e dipendente dal Sindaco. I consigli comunali straordinariamente più deboli. Mi trovo talvolta a pensare se Manuzzi e Leopoldo Lucchi, fossero stati Sindaco per elezione diretta, con il potere che a questa è connesso e con le accresciute prerogative delle odierne amministrazioni locali. Erano leaders. Non lo sarebbero di certo divenuti, o sarebbero apparsi tali, soprattutto per conseguenza di quella forma diretta di elezione. Lo erano per la loro personalità. Rispettati e riconosciuti non per il potere che avevano assunto, semmai per la personalità ed il modo con cui lo esercitavano. E dentro una politica più complessa e più difficile. Senza autoreferenzialità anche quando avrebbero potuto. Semplicemente perché essa nuoce a una buona amministrazione e alla stessa vita democratica. Non uomini solo di potere, ma uomini con precise posizioni, riferimenti certi per i cittadini, comunque fossero quelle posizioni, peraltro in continuo dibattito e dialettica democratici. Da qui sono sortite le cose migliori, migliorate con concorso e non con chiusure. Brutta faccenda l’assenza di memoria, come resa esplicita dal film veltroniano. A noi, a questo riguardo, non manca. Due esempi. Peraltro con Antonio Manuzzi ci si rinnova non solo una esplicita condivisione di cultura e di tradizione, ma anche una rinnovata affettuosità e gratitudine. E non solo nella ricorrenza, come in questa circostanza, del trentunesimo della sua scomparsa.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 9:09 am
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