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Nuovi modelli partecipativi e forze sociali

     Giugno 28, 2017   No Comments

di Learco Sacchetti

La battaglia intrapresa dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi non va demonizzata così come non va demonizzato il modello concertativo con le parti sociali che tanto apporto ha saputo profondere in momenti molto difficili nella vita del Paese, basti pensare all’epoca del terrorismo cos’ come nei primo anni novanta sul piano economico e sociale. Ma, per l’appunto, questi sono modelli di relazioni che si attagliano ai “contesti dati”. Oggi sarebbe anacronistico pensare di poter copiare quello che in passate epoche è stato fatto.
Veniamo al dunque: con “Corpi Intermedi” si intendono le formazioni sociali che rappresentano in termini di associati verificabili, in molti casi anche di quelle formazioni che si “autorappresentano”, in particolari settori o luoghi della società.
Sono Organismi di prossimità al di fuori delle Sedi Istituzionali, capaci di creare reti autonomamente dalla sfera Statale e con varie sfumature Istituzionali presenti nelle loro attività. Dovendosi definire rispetto a cosa si intenda la caratteristica dei Corpi Intermedi, bisogna risalire a vario titolo alla funzione sociale locale e se questa funzione sia esclusivamente o meno localizzabile in base alle caratteristiche del territorio, della sua popolazione e del suo sistema socio-economico. Sarà così Corpo Intermedio tanto l’Associazione dei Consumatori, quanto il Comitato di lotta per la Casa, o per altri scopi ancora come spesso avviene con le Associazioni di volontariato ”a titolo non oneroso”. Tale concetto, va collocato nel panorama più ampio che offre la “Multilevel Governance”.
Quindi, l’approccio concertativo-partecipativo alla progettazione nei vari campi dell’iniziativa a scopi sociali di tutele, servizi e agevolazioni e cc. , si fonda sulla conoscenza diretta la quale si basa sulle costruzioni di un osservatore e non sulla corrispondenza della realtà esterna rispetto a ciò che si intende fare.
Se così non fosse, la realtà non sarebbe scoperta, ma inventata e per tanto il processo di interazione tra i diversi attori coinvolti nella progettazione prosegue in tutte le sue tappe. Ogni attore continua ad essere portatore di aspettative, presupposti cognitivi prospettando ampi margini di negoziazione. Prospettando così un approccio di cambiamento di una certa realtà che è confrontata, concertata e negoziata con i destinatari.
Alla base di questo apprroccio c’è la convinzione che i problemi sociali non sono caraterizzati da una casualità lineare ma che esistono sempre più letture possibili dei bisogni e più ipotesi interpretative, che il ruolo dei servizi e degli operatori non è quello di distribuire soluzioni, ma di “aiutare ad aiutarsi” promuovendo così “ empowerement” a livello sia individuale sia di comunità, un vero processo di crescita e di acquisizione di autorevolezza . Quindi i vari soggetti sono tutti portatori di un ruolo attivo: co-progettano scelte strategiche ed operative.
Questo è tanto più necessario in quanto il nostro sistema di Welfare deve confrontarsi con nuove sfide derivanti anche dalle conseguenze dei processi di globalizzazione e del diverso modo di produrre, che accanto al lavoro qualificato della società dei servizi, fa permanere il “lavoro povero” e rende i percorsi lavorativi più flessibili ma anche più accidentati ad esempio: il mutamento dei profili familiari che con la crescita dell’occupazione femminile incidono negativamente sulle disponibilità di cura intra-familiare; del progressivo invecchiamento della popolazione e dell’ampliamento delle persone con ridotta autonomia che, anche grazie ai progressi della scienza e della tecnologia medica, accrescono notevolmente le esigenze di assistenza così come per le persone immigrate da accogliere ed integrare nella sfera della nostra cittadinanza.
La centralità della persona e la accentuata multi-dimensionalità dei bisogni, richiede quindi competenza e professionalità adeguate per una strategia più complessa rispetto agli schemi utilizzati in passato con tavoli e tavoletti territoriali consociativi come spesso è avvenuto con l’Amministrazione di Cesena, atti a riconoscere diritti, spesso soltanto di prelievo, a protezione del mercato.
Oggi è necessario inserire elementi di garanzia del benessere integrando le politiche (sanitarie-sociali-educative-formative) e gli strumenti (monetari-di servizi-di benefit) con le funzioni (dello satato, del mercato-del profit- del non profit e della famiglia) al fine di offrire a tutti reali opportunità di accesso al sistema, di presa in carico e di attivazione del proprio potenziale, partendo da quanti sono nelle condizioni di maggior bisogno, ma non esaurendosi in esse.
Laicamente, direi che, è necessaria una forte innovazione, pena la riduzione della politica sociale a mera funzione di mantenimento di una socialità compassionevole e di una responsabilità pubblica attestata sulla tutela minima delle situazioni di bisogno estremo.
Le politiche di Welfare, in particolare quelle a livello territoriale, debbono in sostanza uscire dalla visione tradizionale del mero costo in termini di efficienza ed assumere invece una visione più moderna che le renda un elemento pregiato di investimento sia sul capitale umano e quindi dei processi di sviluppo che promuovano le capacità e l’autonomia della persona, sia sul capitale sociale costruendo un tessuto relazionale e fiduciario anche attraverso forme di nuove economie…
Chiarito questo, veniamo ora a ciò che comunemente si intende quando si parla del ruolo dei Corpi Intermedi nella Concertazione tra i vari attori della rappresentanza degli interessi delle imprese e dei lavoratori, sia per la definizione del modello di relazioni sindacali e industriali e della contrattazione, sia nei confronti dei Governi a tutti i livelli e delle Istituzioni, oppure in alternativa adottando un modello più semplice e sbrigativo della informazione-consultazione e poi decido io!
Quindi, fermo restando un ruolo proprio delle rappresentanze del lavoro e dell’impresa attraverso la “contrattazione delle condizioni economiche, della salute e della sicurezza, così come per le condizioni e gli orari di lavoro nelle aziende, fare un bilancio preciso della concertazione non è facile. La verità è che la concertazione può dare risultati positivi solo a condizione che tra governo e parti sociali ai vari livelli ci sia una piena condivisione degli obbiettivi da raggiungere e dei vincoli da rispettare: se questa condivisione non c’è, come spesso capita alla CGIL quando il governo non è un governo amico…i l metodo della concertazione finisce coll’attribuire un potere di veto a tali organizzazioni sindacali o imprenditoriali, col risultato di diventare una vera e propria palla al piede per i governi ai vari livelli.
Ora è ovvio che è buona pratica ascoltare tutti, soprattutto quelle rappresentanze sociali realmente rappresentative perché certificano la loro rappresentanza, e questo vali sia per le Organizzazioni sindacali sia per quelle imprenditoriali spesso più evasive., ma dobbiamo convenire che alla fine di un confronto anche serrato, chi ha le responsabilità deve decidere…e poi sarà giudicato!
Il nostro Paese ha un grande bisogno di riforme, anche nel mondo della produzione e del lavoro, e pensare che qualcuno possa vantare un diritto di veto o decidere alla unanimità, sarebbe fuori dal contesto in cui viviamo e che vogliamo cambiare. Il processo di modernizzazione e le necessarie riforme di cui ha bisogno il Paese non possono essere fermati da chi pretende di conservare lo status quo, in attesa di chissà cosa…Se invece la rottamazione della concertazione significa il superamento del confronto con le parti sociali e con i corpi intermedi, allora sarebbe un grave errore perché le complessità del mondo del lavoro non si governano in modo dirigistico e il consenso per chi quelle riforme dovrà applicare è fondamentale. Agli errori del sindacato, le forze spontanee del mercato ne hanno aggiunto delle loro che nei fatti tengono conto delle rigidità del sindacato ma ne tiene conto anche per aggirarle in un nuovo equilibrio che non aiuta il sindacato nel ritardo a capire le trasformazioni sociali.
Il confronto quindi tra Stato e corpi intermedi dovrebbe servire come freno alla disgregazione e a garantire il pluralismo del mondo del lavoro e la centralità della persona. E, se il sindacato del no vuole rilanciare la concertazione deve saper cambiare e rinnovarsi dal suo interno aiutando a gestire le trasformazioni in atto che, piaccia o non piaccia, sono ormai irreversibili.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 9:09 am
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