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Frutticoltura in Romagna

     novembre 29, 2017   No Comments

Energie Nuove – NUMERO 2 – novembre 2017

Frutticoltura in Romagna

di Cristiano Riciputi (Giornalista del sito specializzato www.freshplaza.it)

Frutteti abbattuti, numero di agricoltori in forte riduzione, magazzini che lavorano frutta importata. E’ la situazione del cesenate in materia di frutticoltura. La situazione non è rosea, nonostante all’apparenza pare che tutto, più o meno, proceda. Analizziamo però la situazione del comparto.

IL PASSATO

Cesena è stata davvero la capitale dell’ortofrutta, primato condiviso col ravennate dove, a Massalombarda, nacque ai primi del ‘900 la frutticoltura industriale. Nella mia collezione di libri antichi di agricoltura ho diversi opuscoli degli anni ’30 in cui si annoverano i “vagoni” di frutta esportati in Europa da Cesena, con tanto di stecche di ghiaccio per mantenere bassa la temperatura. Cesena ebbe maggior spirito imprenditoriale sul fronte dei magazzini di commercializzazione, sulla logistica refrigerata, sull’innovazione. Le fragole hanno rappresentato, dagli anni ’70 ai primi anni ’90, una fonte di reddito incredibile. Ancora oggi il breeder di fama mondiale, il cesenate Walther Faedi, girando per le campagne individua abitazioni di agricoltori sorte grazie al reddito delle fragole di due o tre annate. Cose incredibili. Basti pensare che negli anni ’80 le pesche potevano costare oltre 1000 lire al chilogrammo, con i costi di allora (seppur con rese all’ettaro più basse) quindi più di molte quotazioni odierne.

Per quasi 40 anni, dagli anni ’60 ai primi anni 2000, la frutta ha portato reddito. Gli agricoltori, pur con alternanze, erano soddisfatti. Migliaia di lavoratori dei magazzini, privati o cooperative, hanno portato a casa il proprio salario e stipendio senza problemi, avvantaggiandosi anche del regime delle giornate e disoccupazione conseguente. Il comparto agricolo in questo senso, che coinvolge anche le realtà degli allevamenti e macelli avicoli, paga poche tasse e ha molti benefici. Specie se si è cooperativa: la distorsione infatti è che i magazzini privati sono trattati alla stregua di una qualsiasi impresa, mentre le cooperative, pur facendo lo stesso lavoro, ottengono contributi e agevolazioni. Ad ogni modo, il fasto e le marginalità c’erano per tutti e, quando tutti guadagnano, bene o male non ci sono problemi. La frutta veniva distribuita alla gente tramite i mercati, i piccoli negozi o, nel nord Europa, sparute catene di supermercati. L’offerta era comunque poca e il prodotto romagnolo, arrivato per primo, trovava sempre collocazione.

Precisazione: in cooperativa tutti hanno il proprio stipendio fisso, i dirigenti possono guadagnare anche 100 o 200mila euro l’anno, e solo l’agricoltore seppur alla base di tutto, non ha garanzie di reddito e prima di dare i soldi a lui si coprono tutte le spese e gli stipendi di ognuno.

Fa riflettere quanto un decano dell’ortofrutta romagnola, Luciano Zani, fondatore di GranFrutta Zani di Granarolo Faentino (Ravenna) racconta circa gli esordi della sua attività. Nei primi anni ’60 la frutta prodotta in maniera professionale era merce rara. Erano poche le zone al mondo che potevano vantare la professionalità della Romagna. Lo dimostra un fatto. “Anche allora c’erano le crisi – scrive Luciano Zani sul sito aziendale – ma ad esempio un chilo di Cardinal (varietà di pesche gialle) costava 125 lire e un operaio si pagava 118 lire all’ora”.

E una volta per tutte, smettiamola con questa solfa della Bella di Cesena come la migliore del mondo: sì, era una pesca buona, ma al giorno d’oggi ci sono pesche molto più buone. Assaggiate una qualsiasi pesca o nettarina della linea “Romagna”, raccolta al giusto punto di maturazione, e poi sappiatemi dire.

IL PRESENTE

La situazione attuale vede Cesena non più capitale dell’ortofrutta, ma neppure un capoluogo importante. La definirei ormai una frazione. Se nel passato i luoghi di produzione erano pochi e i nostri commercianti imperavano in tutto il nord Europa, un po’ come dei mercanti veneziani nel Medioevo, con lo sviluppo di altre zone di produzione (spesso riforniti di piante dai nostri stessi vivaisti e bene hanno fatto) e soprattutto l’arrivo della globalizzazione, il nostro territorio è rimasto spiazzato. E’ vero, qui a Cesena e in Romagna restano importanti aziende di costruzione di macchine per selezionare e per il packaging, ma altri anelli della filiera sono morti. Prima di tutto è morto l’autotrasporto, surclassato dalla logistica organizzata dei Paesi Bassi (impropriamente chiamati Olanda) o dai costi irrisori dei vettori dell’est Europa. Anche la produzione segna il passo: in Italia zone come la Basilicata o alcune della Campania producono frutta meglio di noi e con costi più bassi (agevolazioni per il meridione) e non a caso le nostre cooperative e alcuni avveduti magazzini privati hanno in Metaponto delle proprie strutture.

Il prezzo della frutta viene determinato dal livello più basso dell’offerta, o quasi. La grande rivoluzione è stata determinata non solo dall’aumento spropositato del numero degli offerenti, da tutto il mondo, ma anche dallo sviluppo della GDO (Grande distribuzione organizzata) concentrata in poche catene. Ma se i prezzi delle pesche sono bassi, non credo che dipenda dal fatto che la Gdo sia potente: ritengo che dipenda dall’offerta superiore alla richiesta a livello globale. Onestamente, la maggior parte delle pesche e nettarine che si comprano al supermercato non sono buone. Vengono raccolte in anticipo, così come si faceva 30 anni fa quando le si mandavano in nord Europa e là nessuno si lamentava perché o mangiavano quelle, o stavano senza. Oggi invece possono mangiare ottima frutta da tutto il mondo.

Nel mese di luglio, al Mercato di Cesena, la pedana di nettarine più bella che ho visto proveniva dalla Spagna. Cullata dalle nostre cooperative, che se non hanno frutta locale la importano dal meridione o da altre nazioni, la frutticoltura locale è andata scemando. La colpa è anche degli agricoltori: guai a rinnovarsi, guai a cambiare radicalmente direzioni, meglio rimanere ancorati ai fasti del passato. Ma anche le strutture cooperative hanno grosse responsabilità: premesso che hanno costi fissi da ammortizzare, il modo migliore che adottano è quello della quantità. Le macchine selezionatrici devono lavorare parecchio e per questo serve tanta frutta, meglio se non matura altrimenti è difficile gestirla.

Nessuno si è preso la briga di pensare al consumatore. Si sperava che continuasse a mangiare per sempre frutta verde, senza lamentarsi troppo. Invece non è così.

COSA PUO’ FARE LA POLITICA

La politica può sempre fare qualcosa, anche a livelli in cui si creda che non ha voce in capitolo. Una premessa: l’Italia non ha un ministro dell’agricoltura per il verso da decenni, a parte la parentesi di Paolo De Castro (Pd). Scendendo per competenze, la Regione Emilia Romagna gestisce milioni di euro che distribuisce al mondo agricolo. Purtroppo i meccanismi sono tali che a beneficiarne sono per lo più le grandi strutture organizzate, le cosiddette Op, che da un lato danno lavoro a tante persone, dall’altro mantengono in vita la propria struttura e, solo in ultimissima istanza, danno benefici agli agricoltori. I bandi della Regione a volte sono fatti alla “xxxxx di cane”: ultimo quello per le reti antiinsetto che prevede una spesa minima di 5000 euro. Ma nel cesenate ci sono anche aziende piccole che spenderebbero meno di 5000 euro per adeguare alcuni frutteti, e queste sono tagliate fuori. E’ solo un esempio… Qui si potrebbe aprire la discussione sulla Regione Romagna, per la quale io sono favorevole: però il problema è che non conta più di tanto il nome o la dimensione della Regione, quanto le persone che comandano.

Il Comune, potrebbe fare qualcosa? Poco, però qualcosa sì. Prima di tutto, snellire la burocrazia rispetto agli investimenti delle aziende per quanto concerne nuove strutture. Ma che siano davvero funzionali all’azienda e non magazzini da far diventare case. In secondo luogo, il Comune può fare pressioni ai livelli maggiori, alla Regione e al Ministro. Solo che per fare questo occorre avere competenze, sapere di cosa si parla e avere le idee chiare. Un sindaco o un assessore non può conoscere ogni materia e, a Cesena, non ricordo negli ultimi 20 anni competenze specifiche in materia agricola da parte di alcuno.

Poi c’è un’altra questione che rallenta il mondo agricolo, cioè la divisione fra le associazioni sindacali. Oggi i sindacati, che sopravvivono grazie ai servizi, si amano quanto Davide Fabbri ama la Conad. Da un lato vi è Coldiretti, dall’altro tutti gli altri. Le lotte intestine fra queste associazioni penalizzano il comparto. Ma è una prassi italiana. Anche le cooperative, che ad ogni convegno auspicano l’aggregazione degli agricoltori (e cioè entrate nella mia cooperativa), in realtà fra di loro sono divise e non si uniscono manco morte (leggasi caso Opera-Origine). Quindi le strutture vanno avanti per la loro strada, al massimo si uniscono a gruppetti, ma non c’è una veduta d’insieme.

Questione Macfrut e Mercato ortofrutticolo di Cesena: per fortuna che il Macfrut è stato spostato a Rimini! Speriamo che ciò basti a mantenerlo in vita. Se avete dubbi, venite a visitare la Fiera di Berlino o quella di Madrid, oppure The London Produce a Londra o Amsterdam.

Rispetto al Mercato ortofrutticolo, penso che una parte di quota possa essere venduta ai privati, ma capendo bene se ciò porterà a una crescita oppure alla realizzazione di un mercato privato ad uso e consumo di qualcuno.

IL FUTURO

C’è possibilità di ripresa? Credo di sì, ma non a queste condizioni, non con questa mentalità, non se non si vuole davvero cambiare. I primi a cambiare però devono essere gli agricoltori. La formula, da un lato, è semplice: smettere col prodotto di massa e produrre meno, però con quella qualità ricercata dal consumatore. A Cesena c’è un agricoltore che si è stancato del sindacato, si è stancato della cooperativa e si è messo in proprio. Ora produce frutta di alta qualità, la raccoglie quando è quasi pronta da mangiare, usa le varietà migliori dal punto di vista organolettico. Si fa un gran mazzo, è vero, però ottiene soddisfazioni economiche. Difficile che a lui un’annata vada male. Fa un prodotto che si differenzia, non è come quello della massa. In più si possono cambiare specie: melagrane, giuggiole, piccoli frutti, noci (ma per queste servono almeno 10 ettari). L’olivo sta già aumentando tantissimo ma l’olio delle colline di Cesena non decolla.

Cosa fare quindi? L’utopia la riassumo in questo modo: 1)si fa la conta degli agricoltori veri (no hobbisti) di Cesena e comuni limitrofi; 2)si decidono varietà da impiantare secondo criteri di qualità (leggasi la serie Romagna del breeder Daniele Neri di Faenza); si mettono in rete le ultime conoscenze per produrre frutta grossa e buona 4)si crea un marchio e un imballaggio a nome ROMAGNA (o si sfrutta la scia dell’Igp) e solo in piccolo il nome dell’azienda di commercializzazione. 5)si crea un’aggregazione fra tutte le strutture coop e i magazzini privati, in modo che ognuno sia autonomo, ma ci sia una sola persona che vende per tutti per cui ogni compratore non ha più 2000 venditori da chiamare per cercare il prezzo migliore, ma solo 1. Poi saranno problemi di quell’uno mettere d’accordo i 2000 di cui sopra. Quest’ultimo punto non è idea mia, ma rilancio quanto sostenuto dall’esperto Francesco Donati di Faenza.

  •   Published On : 2 settimane ago on novembre 29, 2017
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  •   Last Updated : novembre 29, 2017 @ 3:55 pm
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