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URANIO:ENERGIA PULITA E ILLIMITATA

     Giugno 28, 2017   No Comments

di Franco Casali

Questo Governo ha deciso, coraggiosamente, di tornare al nucleare. Era ora. Abbiamo perduto fin troppo tempo. Nel periodo tra il ’50 e il ’60 eravamo la terza nazione, dopo USA e Gran Bretagna, come potenza nucleare istallata. Nel 1957 il lungimirante Enrico Mattei acquistò una centrale di tipo inglese (a uranio naturale, refrigerata ad anidride carbonica) che nel 1962 entrò in funzione presso Latina. Con la sua potenza elettrica di 210 MW era il maggior impianto nucleare europeo. Seguirono altre due centrali di tipo americano (a uranio leggermente arricchito e refrigerate ad acqua). Infine, nel 1977, entrò in funzione la centrale di Caorso che con i suoi 700 MW era a livello dei reattori attuali. Se si pensa che un Eurostar ha bisogno di una potenza di 8,5 MW per funzionare, Caorso era in grado di far andare, allo stesso istante, ben ottanta Eurostar. Nel 1975, anche a seguito della prima grande crisi energetica del 1974 e conseguente aumento del prezzo del petrolio, fu formulato il primo Piano Energetico Nazionale (PEN) che il CIPE approvò il 23 dicembre dello stesso anno. Il PEN, proposto dal Ministro dell’Industria Donat-Cattin e approvato da tutte le forze politiche, escluso il MSI, prevedeva l’istallazione di venti centrali nucleari da 1000 MW ciascuna, entro il 1985.

Poiché una centrale a petrolio da 1000 MW brucia qualcosa come venti petroliere da 80.000 tonnellate all’anno, il PEN avrebbe fatto risparmiare 400 petroliere all’anno. Una perdita notevole per le multinazionali del petrolio! A questo punto cominciarono i balletti antinucleari del WWF, Legambiente, Green Peace e Radicali. Del PEN, con tutte le sue centrali nucleari, non se ne fece più nulla. Con tanta gioia dei petrolieri e metanieri, che nel frattempo erano penetrati nel nostro mercato dell’energia. Poi venne Chernobyl, che fu abilmente spacciato per un incidente nucleare e mise in dubbio la sicurezza delle centrali. Se un pilota di un Jumbo impazzisce e, facendo fare al suo mastodontico aereo “il giro della morte”, si schianta al suolo, ciò è da considerarsi un incidente aereo o un atto di follia? Sicuramente un atto di follia. Questo è accaduto a Chernobyl; ingegneri elettrotecnici, sprovvisti delle più elementari cognizioni di fisica dei reattori nucleari, per sperimentare una nuova strumentazione disattivarono il sistema di sicurezza del reattore che, in seguito, non furono più in grado di controllare. Il computer di sicurezza implorava di spegnere il reattore, ma loro spensero anche il computer! Dal reattore in fiamme si produsse idrogeno che scoppiò scoperchiando l’edificio – una specie di capannone non a tenuta d’esplosione – liberando grandi quantità di materiale radioattivo. L’Italia fu l’unico Paese al mondo che chiuse il suo programma nucleare per Chernobyl. Ora, che dovrebbe partire l’iter per la localizzazione di quattro centrali da 1600 MW ciascuna, la gente si pone, giustamente, alcune domande.

C’è il rischio di una nuova Chernobyl?

Assolutamente no. I reattori moderni, di tipo occidentale, sono localizzati dentro tre contenitori (come matrioske): il primo di acciaio – di 30 cm di spessore – dove ha sede il reattore, il secondo di cemento armato che alloggia i circuiti per produrre vapore ad alta pressione, il terzo che protegge il tutto ed è progettato per resistere all’attacco terroristico, a prova d’impatto di un jet. Sono gli edifici più sicuri in caso di terremoto.

Nel mondo si stanno costruendo, o si ha l’intenzione di costruire, svariate centrali nucleari. C’è uranio per tutti e per un tempo non trascurabile?

Ovviamente dipende da quanto si è disposti a spendere (come per tutte le cose). Al prezzo attuale, inferiore a 130 $/kg, le valutazione di organizzazioni internazionali (NEA-OECD) forniscono un tempo di almeno 100 anni. Inoltre, mediante l’accordo internazionale tra USA e Russia, “Megaton to Megawatt”, sono state smantellate più di 10.000 bombe atomiche: il loro uranio, arricchito al 95%, è stato “diluito” al 3% per poterlo utilizzare nei reattori. Ne rimangono ancora 10.000 da smantellare! Vi sono enormi quantità di uranio anche nei fosfati e, se finirà l’uranio, vi sarà il torio, molto più abbondante dell’uranio. Nel costo dell’energia elettrica, cioè nel costo del kWh, la voce combustibile incide: per l’80% se si brucia il gas e solo per il 10% se si brucia uranio. Per quest’ultima fonte energetica domina la voce impianto. Questo significa che, se raddoppia il costo del gas, il kWh aumenta dell’80%; se raddoppia il costo dell’uranio, il kWh aumenta solo del 10%. Ricordiamo che in Italia il kWh costa il 60% in più della media europea e il doppio rispetto alla Francia. Se tollerassimo la triplicazione del costo dell’uranio, il che significa l’aumento del 20% del costo del kWh (un affare per noi!), potremmo sfruttare anche l’uranio estratto dall’acqua del mare, dove si trova in quantità illimitate.

Però esiste sempre il problema delle scorie radioattive….

La gente è preoccupata delle scorie perché non ne conosce il reale problema. Una reazione nucleare libera 200 milioni di volte l’energia prodotta dalla combustione di una molecola di carbone o di petrolio. Pertanto, per produrre la stessa quantità d’energia, il quantitativo di uranio è modesto confrontato con i combustibili fossili; per il funzionamento annuo di una centrale da 1000 MW basta un vagone di uranio contro 65.000 vagoni di carbone. Mille treni! Le scorie ad alta radioattività sono pochi metri cubi di quel vagone. Se tutta l’energia elettrica prodotta in Italia, per trent’anni, fosse generata da centrali nucleari, le scorie ad alta radioattività coprirebbero un campo da tennis per l’altezza di un metro. Un altro paragone è fornito da James Lovelock, l’ambientalista inventore di “Gaia il Pianeta che vive”, recentemente divenuto sostenitore del nucleare (ha scritto the nuclear power is the only green solution). Lovelock afferma che se tutta l’energia (non solo quella elettrica) consumata dall’americano medio fosse prodotta col nucleare, alla fine della sua vita le scorie prodotte sarebbero a livello di una lattina di Coca Cola. Sono già state effettuate, con successo, sperimentazioni di confinamento di rifiuti altamente radioattivi, contenuti in cilindri di acciaio, in zone geologicamente adatte – come le miniere di sale – prive di acqua per millenni. Comunque, poiché la quantità delle scorie è minima, per il momento si preferisce mantenerle presso gli impianti in attesa che siano realizzati i “reattori veloci” in cui è possibile “bruciare” questi rifiuti radioattivi producendo altra energia (processo di “trasmutazione”). Questa è la strada seguita, recentemente, anche da Barack Obama.

L’industria italiana sarà in grado di costruire queste centrali?

Le centrali saranno costruite tramite consorzi internazionali di aziende specializzate, consorzi nei quali l’Italia avrà una percentuale di commesse molto rilevante. Durante il black-out nucleare degli ultimi vent’anni, le industrie italiane hanno sempre partecipato alla costruzione delle centrali all’estero (ad esempio in Francia e Romania). Si deve, inoltre, considerare che l’”isola nucleare” è una piccola parte del lavoro; gran parte di esso riguarda la realizzazione di strutture metalliche e di cemento armato, in cui le industrie italiane eccellono a livello mondiale.

E per l’attività di controllo e sicurezza?

La mia esperienza – per più di dieci anni sono stato responsabile di un Centro di Ricerca con due reattori nucleari sperimentali – mi fa affermare che i nostri organi di controllo sono di ottimo livello e della massima severità e capacità. Vogliamo trasferire il tutto in Albania perché non ci fidiamo dei tecnici italiani? Quando la finiremo di essere così ipocriti da voler mettere la nostra spazzatura sotto il tappeto… altrui?

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 11:14 am
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