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Uomini e riforme. Questioni di classi dirigenti

     Giugno 27, 2017   No Comments

di Guido Tampieri

Siamo diventati un popolo di riformatori.
Oddio, con la crisi, gli scandali, i fattacci di Genova, cresce lo stuolo di coloro che vedrebbero di buon occhio la cara, vecchia, palingenetica “zoca in piaza “.
I più esigenti vorrebbero entrambe le cose, zoca e riforme.
Ma non si può avere tutto nella vita.
Così ci accingiamo a cambiare la Costituzione, la legge elettorale, il mercato del lavoro, le Province, ogni cosa.
Solo in questo modo , pensiamo, risolveremo i nostri problemi.
Deve essere così , lo dicono tutti.
Ce lo chiede anche l’Europa, che dovrebbe essere riformata a sua volta.
E’ tutto un gran fermento.
Forse è la volta buona.
Nessuno ha mai fatto tanto, dicono gli esegeti del principe fiorentino, e vien da pensare che il mondo sembra sempre nuovo a chi è nuovo.
Non c’è niente di più vecchio della retorica nuovista.
Uno dei caratteri certi delle riforme è di essere esposte a esiti incerti.
Se siano buone si sa solo dopo.
Tuttavia siamo confidenti, essere ottimisti oggi è una necessità.
Non sappiamo se, cambiando, le cose miglioreranno, ma sappiamo che devono cambiare se vogliamo sperare che migliorino.
Un’intervista di Piero Fassino al Corriere della sera offre lo spunto per una riflessione che allarghi lo sguardo dai significati alle condizioni che determinano il successo delle riforme.
L’esperienza dovrebbe indurre i protagonisti di questa avara stagione politica a tenere alta la tensione innovativa ritrovando tuttavia il senso del relativo, per non assolutizzare il valore di proposte che paiono straordinarie solo a chi le avanza.
Sostiene Fassino, stressando il concetto, che se il Parlamento italiano chiudesse per mesi nessuno se ne accorgerebbe.
Credo si riferisca all’incidenza della sua attività sui problemi economici e sociali perché , in verità , stampa e televisione dovrebbero sconvolgere i palinsesti e dar fondo a tutta la loro professionalità per riempire le prime pagine e colmare il vuoto dei talk show seriali che accrescono la confusione nel Paese.
Qualcosa delle risse quotidiane, dei vaniloqui ostruzionistici spacciati per nobile prerogativa parlamentare, delle sgrammaticate esibizioni degli “eletti” , mancherebbe forse anche a noi.
Il Parlamento oggi è l’ x factor della politica.
Tutti, compresa la cuoca di Lenin, vedendone le sedute pensano legittimamente di avere le qualità per posare le terga sugli scranni dove sedevano Cavour e Verdi.
Non parliamo delle assise legislative regionali.
E’ così che da patria del diritto l’Italia è diventata un coacervo di norme incomprensibile ai più, salvo, poi, dare la colpa ai burocrati.
Per far funzionare le istituzioni serve personale politico di qualità.
In questi giorni Francis Fukuyama, l’economista che nel 1992 aveva sancito la fine della storia, l’ha riaperta, problematizzandone alquanto gli sviluppi.
Analizzando lo stato di salute del sistema presidenziale USA, invita a rivalutare le forme del parlamentarismo europeo.
Le stesse che, nella versione italiana, Fassino invita a innovare, per non compromettere le decisioni in un mondo che propone straordinarie sollecitazioni.
Sul che’ si può senz’altro convenire senza ulteriori commenti: scienza e politica sostengono da tempo l’esigenza di superare il bicameralismo perfetto e dare rappresentanza nazionale alle istituzioni territoriali.
Così da accrescerne la responsabilità di sistema, volgendo in positivo una frammentazione che è tra le cause della disorganicità progettuale e della dispersione delle risorse.
Un prolungato blackout della razionalità politica ha isterilito la dialettica istituzionale nella contrapposizione tra sistema nazionale e sistemi territoriali, quando dovrebbe essere chiaro che in un piccolo Paese multidentitario ogni processo tiene ad entrambe le dimensioni: siamo territorio e sistema, secondo l’insegnamento di R.Panikkar per cui le cose sono raramente o/o e assai più frequentemente sia/sia.
Il principio di distinzione non può essere separato da quello di cooperazione.
I guasti risalgono al tempo di Roma ladrona, di un federalismo ideologico in mano ad apprendisti stregoni.
Adesso, nel continuo andirivieni di una politica che sempre oscilla tra riforme e controriforme, dove ridiventa nuovo quel che appena ieri era vecchio, imputate di tutti i mali sono le Regioni.
Si legge di velleitari riaccentramenti di servizi e della volontà di eliminare le materie concorrenti fra Stato e Regioni, quando ci sono zone di confine in molte materie, come l’agricoltura e l’ecologia, ove si determinano condizioni di naturale concorso decisionale, che è compito della politica governare.
Il consenso non mette al riparo dagli errori.
Un referendum plebiscitario pose fine alle preferenze elettorali, che ora sembrano diventate il confine fra il bene e il male.
Pensare come tutti, scrive la Yourcenar, non è mai una garanzia e nemmeno sempre una giustificazione.
Quella in discussione non è probabilmente la migliore delle riforme istituzionali possibili.
Prenderla dal lato della spesa non aiuta a costruire quel che più serve: l’integrazione funzionale degli organi dello Stato.
Le soluzioni più efficaci non sono necessariamente quelle meno costose.
Non c’è luogo comune più fuorviante di quello che vuole inoperoso il Parlamento italiano.
Se mai il problema e’ quello contrario.
Nessun Parlamento al mondo ha una produzione normativa lontanamente comparabile alla nostra.
Non c’è onorevole che dopo aver conclamata l’intenzione di delegiferare, resista alla tentazione di esibire l’angosciante elenco delle proponete di legge che ha avanzato.
Le eccezioni sono lì per confermare la regola.
Farne poche ma buone e, dopo, provare seriamente ad applicarle, sarebbe una straordinaria riforma.
Metodologica e mentale.
Solo negli ultimi vent’anni ci sono state due riforme costituzionali, due elettorali e due del mercato del lavoro, più numerose leggi “epocali” , che dovevano trasformare l’Italia.
Che infatti è cambiata, in peggio.
Bassanini introdusse anche la distinzione fra vice Ministri e Sottosegretari, una pietra miliare.
La Costituzione degli USA, molto più antica della nostra, ha subito pochi, essenziali ritocchi.
In Gran Bretagna c’è ancora la Camera dei Lord.
Forse per far funzionare le istituzioni servono anche altre cose.
Se la politica si fosse sempre dimostrata all’altezza Grillo avrebbe continuato a farci ridere e Renzi non avrebbe raccolto le nostre stremate speranze.
Un voto che voleva voltare pagina, attribuendo a forze irriducibili lo stesso peso elettorale, ha disegnato il triangolo equilatero dell’ingovernabilità.
Solo chi ha dato le carte può ridistribuirle, con nuove elezioni, aiutato magari da nuove regole.
Non ci sono soluzioni organizzative a problemi politici.
C’è una questione di qualità delle classi dirigenti.
Servirà tempo e molta pazienza.
Il ministro Boschi non è Pietro Clamandrei e Di Maio non è Benedetto Croce.
Sarebbe bene che tutti gli onorevoli riformatori avvertissero il senso della loro fragilità.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 27, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 27, 2017 @ 9:50 am
  •   In The Categories Of : Politica Nazionale

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