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Una sola azienda sanitaria di Area Vasta Romagna

     Giugno 27, 2017   No Comments

di Denis Ugolini

Stiamo da tempo sollecitando un dibattito sulla nostra sanità, nella nostra regione, ed in particolare nell’Area Vasta Romagna, nella quale insistono quattro Asl (Ravenna, Forlì, Cesena e Rimini ).
Se avessimo a che fare con un capace governo regionale l’obiettivo di una riforma per istituire una sola Azienda Sanitaria di Area Vasta in Romagna, in luogo delle attuali quattro, sarebbe al centro delle riflessioni, del dibattito e dell’impegno della politica e delle istituzioni della nostra Regione. Così pure varrebbe per la necessità di approntare nuove procedure e criteri di nomina degli amministratori delle Asl (Direttori generali). Giacchè non è minore l’esigenza (anzi!), occorrerebbe su questo fronte di questioni quel dibattito, quella responsabilità, quell’impegno culturale e politico che affrontarono la questione del riordino ospedaliero alcuni anni orsono. Ma oggi i soggetti politici ed istituzionali in campo non sono gli stessi. E neppure per consistenza e qualità la classe politica e la cultura politica sono le stesse. Tuttavia questo rilevante ed importante settore che è la sanità deve indurre – e basterebbe anche un minimo di buon senso per favorirlo – a fare di necessità virtù. Lo esige la cura e la tutela della salute dei cittadini; lo impongono le ristrettezze finanziarie con le quali si è costretti a misurarci. Non basta il vociare rivendicativo di più risorse al quale pare assuefatta la preminente attuale politica nelle nostre istituzioni locali. È tempo di riordino e di ristrutturazioni, per qualificare una spesa sanitaria che di per sé si potrebbe anche considerare sempre esigua rispetto ai bisogni, ma che lo è ancor di più in ragione di come la si effettua. C’è infatti molta, troppa cattiva spesa. Riordinare e ristrutturare non è facile. Non fu facile neppure a proposito del riordino ospedaliero. Resistenze campanilistiche; tensioni da parte di cittadini costituitisci in comitato di difesa degli ospedali. Senza contare le resistenze del sindacalismo interno e territoriale, chiaramente di tipo conservativo, volto a non cambiare e a difendere anche l’indifendibile, come il mantenimento di reparti e strutture inevitabilmente destinate, anche per scarsa attività ed utenza, a depauperarsi sia in qualità che in dotazione di mezzi. La sanità deve curare gli ammalati. Questo è ciò che deve essere in cima alla gerarchia valoriale. Per quanto tutti a parole si dicano d’accordo, nella realtà spesso quella gerarchia è stravolta e la fanno da protagoniste altre preoccupazioni, quali le carriere interne, le promozioni, le attribuzioni di incarichi e responsabilità anche oltre le effettive esigenze del miglioramento dell’efficacia curativa ed assistenziale. Si tratta della resistenza maggiore, dell’ostacolo più ostico. Sia chiaro: noi siamo dalla parte degli operatori sanitari e dei loro meriti. E siamo decisamente convinti che essi debbano avere i riscontri che la loro dedizione, la loro qualità professionale, la loro valenza curativa e clinica meritano. E questo è possibile, ed a maggior ragione con ancor più adeguato riconoscimento, se a criteri precisi e rigorosi di tipo meritocratico ci si attiene e si introducono. Ciò implica un mutamento culturale che è impresa ardua, ma non eludibile. Necessaria. Cattiva spesa sanitaria, per non dire malasanità, è anche – tanto per fare qualche esempio – istituire un primariato o un dipartimento solo in ragione della sistemazione di qualcuno a prescindere dalla reale necessità del sistema curativo ed ospedaliero di riferimento. Magari si accontenta una pressione politica o si asseconda una premura baronale. Ma non si spendono bene i soldi di tutti – peraltro sempre pochi – e non si rende migliore il servizio alla salute. Si deviano soldi che si potrebbero utilizzare meglio. È un esempio da niente fra tanti che si potrebbero fare di questo tipo e di altra natura. E non mi si venga a dire che sono illazioni campate in aria. È perfino successo che si siano duplicati dei reparti per assecondare carriere e promozioni e non perché ve ne fosse bisogno. Simili andazzi non premiano i bravi che anzi spesso si demotivano, non fomentano eccellenze, ma trattengono e riducono la media qualitativa. E non mancano perfino indicatori che sono di supporto per valutazioni serie e realistiche. E non voglio debordare in campi che non mi competono e per i quali manco di attrezzato bagaglio. Ma ad esempio i processi migratori degli ammalati da un luogo ad un altro spesso stanno ad indicare qualcosa. È sempre più ovvio che l’ammalato si orienti verso le cure e le professionalità che più ritiene possano ben riscontrare i suoi problemi. Se non sono vicini a casa, non per questo desiste dall’andare dove invece reputa che siano. Anche se lontano. Non è l’ubicazione di un ospedale che ne fa il prestigio. È la sua qualità. Succede che un ospedale possa passare da uno stato di prestigio ad uno di minore considerazione e viceversa. Il contenitore è sempre lì, ma è quel che c’è dentro che fa la differenza.
Un Direttore generale, tanto per dire qualche assurdità, che semplicemente consentisse di calare nella propria azienda l’unto di qualche altolocata pressione politica, prescindendo da meriti certi corrispondenti ad esigenze sicure, non è un buon governante e non ci sarebbe da stupirsi se poi si riscontrassero che molti ammalati invece che lì si vanno a curare altrove, dove magari non c’è nessun unto, ma semplicemente qualcuno più capace e che quella fama se l’è conquistata sul campo. Non è neppure un buon modo di gestire la sanità e la spesa sanitaria quello che si mette a spandere, chessò!, in una logica di pura concorrenza per determinare il vantaggio di un luogo a discapito di altri con i quali peraltro si dovrebbero condividere equilibri e programmazione. Certi buchi di bilancio nel nostro territorio sono anche conseguenza di questo.
Programmazione, riordino e ristrutturazione. Area Vasta Romagna è ambito ottimale a questo riguardo. Certo non son cose che si fanno con l’accetta e in un giorno. Occorre un indirizzo strategico di medio periodo, ma con chiare finalità. Se un territorio come quello romagnolo, con la sua quantità di popolazione, per una determinata specializzazione (che ambisca a ranghi di eccellenza, o anche della migliore qualità possibile) deve concentrarsi in una soluzione o anche in due, occorre che a questo obiettivo si giunga. Non c’è motivo che ogni cosa venga moltiplicata per quattro (quante sono le Asl attuali). Sarebbe (è) spreco; e ne risentirebbe la qualità del servizio. Non è l’accetta lo strumento per governare queste scelte. Ma una strategia con una precisa e determinata sequenza. Premiando qualità e merito. Con la gradualità necessaria, ma con coerente speditezza. Se le questioni che ostano fossero del tipo che non c’è chi è disposto a muoversi da Forlì a Ravenna, da Cesena a Rimini e avanti così, allora non si viene a capo di nulla, ma nemmeno del miglioramento della nostra sanità. E vale per il personale interno come anche per gli ammalati. Tutto, al meglio, subito, vicino a casa, non è possibile. Solo a pretenderlo è una stupidità. Senza dire di cosa sarebbe il vantaggio sul piano della governabilità del sistema, su quello del risparmio finanziario, una sola Asl di Area Vasta invece che le quattro attuali. Non più quattro, ma un solo Direttore Generale. Una amministrazione e non quattro, un centro di spesa e di acquisti e non quattro. Quante risorse per migliorare i servizi resi agli ammalati! Purtroppo siamo ancora lontani dal parlare di riforma in tal senso. Siamo invece ancora al balbettio del solito tran tran. Lo stesso che registriamo nel far fronte ai buchi dei bilanci che sono peraltro indicativi delle gestioni che ad essi hanno presieduto. E anche questo dovrebbe comportare qualcosa. Invece, niente. In talune sedi istituzionali si sta discutendo degli interventi volti a risanare. Di strutturale quasi niente. Di penetranti considerazioni sul fatto che vi siano stati costi superiori alla media regionale, pressochè nulla. Ragionamenti di fondo intorno ai mutamenti dei fenomeni migratori degli ammalati, zero. Né sono soluzioni strutturali, ma neppure soluzioni di una certa sostanza, certe buone avveniristiche indicazioni di prospettiva, di qualche minimale integrazione di servizi fra Asl (peraltro nemmeno in un concerto solido e strutturale di Area vasta, ma solo fra alcune Asl della stessa). Ancor più sembra deviante ricondurre la motivazione e la soluzione degli sbilanci al fatto che i medici di base non fanno appieno la loro parte prescrivendo troppe ricette, troppi farmaci, troppi esami. Certo c’è anche un problema su questo versante, ma commisurato ad altri cui si dovrebbe porre mano, la sua consistenza non è e non sarà tale da costituire il principale contenuto di una politica di rientro e di bilancio. Bisogna uscire da questo perdurante teran tran e bisogna non perdere il treno di interventi strutturali e di riforma da mettere in campo e da avviare.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 27, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 27, 2017 @ 9:24 pm
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