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Una società che cambia

     Giugno 28, 2017   No Comments

di Giuliano Zignani*

” La voce dei principali soggetti della nostra economia (le fondazioni bancarie, i banchieri di mercato e di sistema, i grandi gruppi industriali, le associazioni) e perfino della società civile è rimasta troppo a lungo prigioniera di un assordante silenzio”. Occorre ” Prendere atto della chiusura di un intero ciclo storico, che ha riguardato tanto il centrodestra quanto il centrosinistra”. Serve ” un’opera di ricostruzione nazionale che coinvolga le forze migliori della nazione”. L’”operazione verità” sullo stato della nazione dovrà “finalmente tradursi in una nuova classe dirigente italiana”, con “uno sforzo enorme della borghesia italiana”. Sono alcuni passi dell’editoriale di apertura (lo firmano insieme Carlo Calenda e Andrea Romano) di Italia-Futura, l’associazione presieduta da Luca Cordero di Montezemolo. Il Corriere della Sera riferisce l’articolo con il titol” Finito un ciclo, la borghesia dia contributi”. Che dire? Alla buon’ora! Finalmente! Ma ci si sta svegliando davvero? O è solo una delle tante dichiarazioni in libera uscita? Impossibile non chiederselo anche dal momento che il Montezemolo in questione è stato anche presidente nazionale di Confindustria e mai estraneo alla scena anche più ampia e politica del Paese. Ben venga questa consapevolezza e la spinta a che la borghesia italiana finalmente esca da certa pavidità e si ponga ( con la cultura, le capacità, l’esperienza e la maestria che non le mancano al suo interno) nell’ottica e nell’impegno di partecipare attivamente alla vita politica ed istituzionale della nazione. Da quell’ambito non manca neppure adesso chi (fenomeni assai episodici) un poco si impegna, ma non siamo di certo al livello di una partecipazione diffusa. Della politica si conoscono i limiti, ad essa si rivolgono appelli, con essa ci si rapporta perché è perfino inevitabile, ad essa si chiedono favori, spesso la si cavalca in funzione di ottenere soddisfazioni per finalità particolari. Ma non la si partecipa, non la si rinnova, non ci si impegna adeguatamente per esserne parte attiva. Vale sul piano generale e vale sul piano locale, dove peraltro da tempo lamentiamo questa assenza della borghesia, degli imprenditori, nella vita politica ed istituzionale del nostro territorio. Non era così in passato, specie in una realtà come la nostra, per storia e tradizione, parecchio politicizzata e politicamente partecipata. Da ormai più di tre lustri, invece, le cose sono cambiate. Una intera classe dirigente, avveduta, moderna, capace, se ne sta rintanata nelle proprie aziende, nelle proprie professioni, nei propri affari, nella propria vita familiare, mondana, nelle socializzazioni di gruppi circoscritti. Non vi è dubbio che ci sono coloro che partecipano alla vita di associazioni, di sindacati di categoria. Poi sono tutt’al più le espressioni di queste ultime che parlano, dicono, rivendicano. Ma non è questa la partecipazione che permea la vita politica, innervandone sollecitazioni culturali, confronti e dibattiti che ne arricchiscono la cultura, la qualità, la concretezza. Si ritrovano segmenti di un certo impegno e di attenzione, ad esempio, all’interno della Fondazione Cassa di Risparmio. E lo si è visto quando è stata in discussione la vendita o meno dell’Istituto bancario locale. Ripeto, si riscontrano in quei rari e circoscritti ( per numero e per interesse) consessi qualità di classe dirigente, apporti significativi che mutuano da esperienza e da cultura di valore. La politica? Se ne parla nelle cene, in certe occasioni. Episodicamente. Le istituzioni? Si lascia che siano ad occuparsene i partiti. Delle istituzioni, delle amministrazioni locali se ne apprezza o se ne critica l’operato, ma dall’esterno. Come dei guardoni. Molti hanno timore di impegnarsi in politica e perfino di esprimere opinioni politiche. Temono ritorsioni. Sì, è vero, c’è anche chi teme ritorsioni sulla propria attività, sulle proprie imprese. Si teme la caciara e il chiacchiericcio della politica sbragata, partigiana e contrapposta, così come viene fatta da chi la fa oggi. Si teme il potere che è annesso alla politica. In passato, nella nostra realtà, non era così. O, almeno, molte di queste paure non c’erano. I partiti, tutti i partiti, si avvalevano di una partecipazione ampia e la borghesia non era estranea ad essa anzi ne era partecipe, attiva, influente. E la qualità della politica ne risentiva positivamente. Lo stesso personale politico ed amministrativo proveniva da quella e in quella (vita politica) si forgiava e si formava. Basterebbe uno sguardo in sequenza rapida alla classe politica ed istituzionale locale nel corso degli anni per rendersi conto delle differenze. E per trarre esplicito riscontro del declinare, negli ultimi lustri, a questo riguardo. È vero che sarebbe bastevole fare riferimento alla qualità del dibattito politico locale nel corso di questi anni per averne riprova. Infatti, fatta la tara a rarissime cose, restano in mostra una apoteosi di presenzialismi, di comunicati stampa, di narcisistiche affermazioni di semplice presenza, di mera visibilità; innumerevoli, ripetuti annunci; riproposizione degli stessi dopo qualche periodo; una sorta di ricerca spasmodica di scoop per catturare l’attenzione di un giorno, al massimo due. Dare l’impressione che si fa tanto anche non facendo. Anche la riparazione di una strada, per dire, che è gioco forza sia fatta anche se non ci fosse una Amministrazione ad occuparsene, è occasione per fotografie, inaugurazioni, convocazione di stampa e Tv (anche a pagamento). Questioni importanti, di politiche territoriali, sociali, economiche, produttive, le trasciniamo, invece, per anni, decenni. Molte di quelle – che tutti asseriscono avere peraltro un valore strategico – sono in campo, nel “confronto politico” da più anni. Da oltre tre lustri, quasi due decenni, in verità è avvenuto lo sconquasso politico che ha segnato il passaggio dalla prima alla cosiddetta seconda repubblica. Sono cambiati e di molto i soggetti politici. Si sono anche impoveriti alquanto. È scomparsa quella forte, dinamica, dialettica politica che era anche scontro, ma soprattutto era confronto di idee, di proposte. Era polemica, ma era anche costruzione, collaborazione, visione dei problemi, impegno, realizzazioni. Dialettica e cultura politica di livello. Passioni politiche. Partecipazione diffusa, interclassista, notevole di apporti, di contributi di impegni concreti con “facce” mostrate e coscienti ed espliciti impegno e senso civile e istituzionale. Nessuna nostalgia, sia chiaro, anche perché sono fautore del cambiamento che ammoderna. Non è nostalgia, è una esigenza invece, che possa tornare e affermarsi una dinamica e forte dialettica politica, un qualificato dibattito e confronto politici. Ma non è quello che è su piazza oggi, purtroppo, che pare renderlo possibile. E di questo stato e di questa condizione la borghesia refrattaria è grandemente responsabile. Del resto vi è vasta letteratura sulla refrattarietà e pavidità della borghesia che ne connette ampi concorsi di responsabilità sulle varie vicende di storia patria. Anche sul piano locale, il rilancio di una qualità della politica e dell’azione istituzionale che sia all’altezza della qualità e della dinamica economica, sociale, del lavoro ed imprenditoriale del nostro territorio, dipende in gran parte da quella partecipazione attiva da cui non deve, non può più estraniarsi la nostra borghesia. Nella assenza che si è determinata della dialettica politica e quindi delle sponde di quella dialettica è cresciuta l’impressione (fino a non essere più soltanto un’impressione) che il rapporto del cittadino con le istituzioni sia ridotto all’unicum del raffronto con il potere e con chi lo detiene (impressione ancor più forte in una situazione come la nostra in cui il sistema politico è da troppi anni bloccato). E il potere, che già di per se stesso (c’è vasta la letteratura anche a questo riguardo) ha in sé “aspetti demoniaci”, senza la mitigazione della dialettica politica, appare e/o addirittura diventa arcigno, suscettibile, arrogante, insofferente: “un guidatore che non vuole (e non sopporta) essere disturbato”. E allora molti ne hanno timore; ne temono la ritorsione. Preferiscono quindi stravi lontano; ingraziarselo alla bisogna; assecondarne le richieste; sruffianarsene i detentori. In certa pavidità ci stanno anche questi sentimenti. Essa è sicuramente qualcosa di congenito in particolare in certa borghesia. Noi contiamo che l’analisi e la sveglia che provengono dalla borghesia verso la borghesia, come quelli di Calenda e Romano di Italia-Futura, siano recepiti, accolti e cha da essi si dispieghi un interesse, un impegno, una partecipazione che promuovano e favoriscano il rinnovamento e la qualificazione della classe dirigente di cui vi è bisogno. Anche a livello locale. Nei partiti, nelle istituzioni.

*Segretario Generale UIL Cesena

 

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 11:32 am
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