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Un uomo di fede

     Giugno 28, 2017   No Comments

di Guido Pedrelli

Passato il fronte,terminata la guerra, nel 1945 a Cesena mancava tutto: cibo, vestiti,riscaldamento e case al minimo confortevoli. E tutti, giustamente, davano laresponsabilità a lui,  a “e tistoun adPredappio”, che la guerra l’aveva voluta.

Con i liberatoriera arrivata non solo la pace ma anche l’aiuto concreto per sopravvivere.Incredibilmente, la gioia per la ritrovata libertà, aveva fatto dimenticare chele bombe e le granate che avevano seminato morte e distruzione erano proprio diloro, degli alleati, dei liberatori. Che però avevano riportato lademocrazia e con essa  i partiti, liberidi rinascere e organizzarsi.

Riaprono lesezioni, i circoli e, infine, tornano alla luce le bandiere. Spesso modestipezzi di stoffa colorate, simboli degli ideali che rappresentavano. Quasi tuttedello stesso colore: rossa quella comunista con la falce e il martello, rossala socialista col sole nascente e rossa la repubblicana con una bell’ederaverde. Ogni bandiera aveva la sua storia, storie di venti anni di nascondigli,nelle cantine, nei granai, sotterrate dentro olle da olio, ricucite comecamicie sul seno inviolabile delle donne. Tutte testimonianze di una fede che,se scoperte, avrebbero portato repressione e carceri. E così, dopo la liberazione,dopo il 20 ottobre del ’44, a Cesena le bandiere erano ritornate tutte agarrire, ad essere appese alle finestre delle sezioni, dei circoli e dellecase  dove erano state conservate.Qualcuno le portava con entusiasmo alla provvisoria sede del partito, altrierano reticenti a farlo, forse perché dopo tanti rischi corsi, le sentivano piùloro che della causa e altri ancora non si fidavano, quasi a temere il ritornodi una dittatura vecchia o nuova.

Ma una cosaaccomunava tutti: la voglia di ricominciare e di farlo possibilmente insieme.

Anche AngeloZoffoli, a tutti noto come Angiulein, fervente mazzinianoavevafatto prima due anni di guerra, poi un anno nascosto da renitente e,sopratutto, aveva generato sette figlie, proprio così, in otto anni, erariuscito nella bella impresa di mettere incinta la moglie otto volte, abortocompreso.

Con tanti figliaveva diritto all’esenzione da militare, ma le autorità conoscendo la suaardente fede politica sovversiva, nascoste le sue pratiche per il congedo, lo avevano spedito  in Africa, da dove era ritornato nel ’42 perla quinta figlia. Nel ’43 dopo il rimpatrio per la sconfitta in Libia, avevagenerato la sesta figlia, per concludere l’attività procreatrice nel ’44, dopola liberazione. Durante la sua contumacia non aveva tralasciato di fare visitaalla moglie per tenere in esercizio la macchina da figli, temendo che qualcosa,per il mancato uso, si fosse inceppato. E così a liberazione avvenuta il nostropluricombattente accolse gli alleati attorniato dalla sua bella famigliaesultante e gemente. Gemente? Sì, per la fame e per tutte le privazioni.  Angiulein non aveva fatto figli peronore e ordine del Fascio, che dava un premio per ogni nuovo nato, alcontrario. Erano arrivati per grazia di Dio e …di Mazzini. Amava, riamato, lasua Gigina e le figlie erano state il frutto di quella passionetravolgente. Mussolini e il fascio non c’entravano. Non si lamentavano odisperavano per quella nidiata di figlie che mancavano di tutto.

“I figli nonportano miseria, vedrete, quando avranno dodici anni le mando tutte a lavorareda e Tluzz (magazzino frutta di Tonino Manuzzi, anch’egli repubblicano)e io sarò l’uomo più ricco di Cesena.” Sentenziava il nostro uomo.Ma nel frattempo cosa avrebbero mangiato? Non si poneva il problema, in unalaica rassegnazione mistica. Lui prima del militare faceva il braccianteagricolo e la Gigina, fra uno sgravio e l’altro, andava a servizio dauna signora che gli regalava i vestitini smessi delle sue bambine  per le figliole, che lei a sua voltatrasmetteva dalle grandi alle piccole. Una specie di catena di montaggio esmontaggio umana che copriva alla meglio le piccole indigenti.

Mazzini eGaribaldi, quest’ultimo meno, erano stati gli ispiratori dei nomi delle figlie.La prima ovviamente fu Giuseppina, seguita da Maria, non la madre del Signore,sia ben chiaro, ma quella di Mazzini, la signora Maria Drago, poi Anita, sposadell’eroe dei due mondi, e quando fu terminata la litania dei nomi dell’Olimporepubblicano, per non attingere alle aborrite laudi dei santi, si affidò allanatura e ai fiori. Ci fu Silvia, poi Viola e Margherita. E mentre stava perchiudere con Ortensia, qualcuno lo avvisò che non era il caso, poiché si potevarisalire ad Ortensia Bonaparte la madre dell’odiato Napoleone III, che per poconon era caduto sotto le bombe del mazziniano Felice Orsini. E cosi finì inbellezza con Randolfa, nome tremendo per una fanciulla, ma che ricordavaRandolfo Pacciardi, comandante delle brigate internazionali nella guerraantifascista di Spagna, capo del partito repubblicano del dopo guerra. Gliamici e i parenti chiamarono la sventurata con diminutivo accattivante di Dolfina.

La famiglia vivevain un tugurio di due stanze. La prima, alla quale si accedeva direttamentedalla porta d’ingresso, fungeva da cucina, sala da pranzo, salotto e camera daletto, con le povere ragazze che dormivano in letti strapieni, adagiate eimpilate come pere in una cassetta, girate una da piedi e una da capo. Laseconda camera era quella degli sposi con il lettone matrimoniale e duebrandine dove dormiva il resto della famiglia. Difficile sapere quali fosserole ospiti dei giacigli, dipendeva dai turni per i posti migliori.  Nella sua laicità, Angelo Zoffoli detto Angiulein,faceva i miracoli dei pani e dei vini di cristiana memoria. Sulla povera tavolariusciva con la sua Gigina sempre mettere qualcosa. Come facessenessuno la sapeva, ma un tocco di pane e due fette di formaggio raramentemancavano. Ma il massimo di sé stesso e della fede mazziniana lo diede una seradi fine gennaio del ’46.

Dopo laliberazione, il Partito repubblicano si era dato una solida e capillareorganizzazione.  Il primo impegno deidirigenti era il tesseramento che avveniva entro il mese di gennaio del nuovoanno. E quello del ’46 era il secondo dopo la liberazione.

La tessera costava10 lire. Poi, se qualcuno, dava di più, tanto meglio.

La sezione di Angiulein,l’Oltre Savio, si era insediata in una stanza messa a disposizione da uniscritto. Naturalmente non era fornita di riscaldamento. I presenti stavanoseduti conservando il cappotto, chi ne era fornito. Il nostro uomo non lopossedeva, si arrangiava alla meglio con una caparella sbrindellata, lascito digenerazioni di Zoffoli. Dopo il discorso del segretario Oddo Biasini e un brevedibattito, si passò alla distribuzione delle tessere con relativo pagamento.Per l’ordine alfabetico Zoffoli fu l’ultimo. L’assemblea si stava sciogliendoe, avendo tutti ricevuto la propria carta di adesione, c’era poca attenzione aquanto stava avvenendo. Ma un improvviso e animato battibecco zittisce ipresenti. Angiulein stava discutendo con Elmo Rossi, l’addetto dellasegreteria alla consegna e riscossione delle adesioni.

“An la voj a gratisla tu tessera. O a la pegh o ta t’la tin.” E per rafforzare il concetto  seguirono due sonore bestemmie.

Era successo che ilpartito, considerate la miserabile situazione dello Zoffoli, aveva deciso dinon fargli pagare la tessera.

Non ci fu verso, ledieci lire dovettero accettarle. Altrimenti non solo non avrebbe ritirato ildocumento, ma non sarebbe mai più entrato in un circolo o una sede del partito.Il suo orgoglio, la sua onestà, la fede per la causa erano più forti di tutto.Della fame delle figlie, della legna da ardere e di un po’ di lana per ricoprirela sua ultima nata  vestita alla meglioche per culla aveva una cassetta da frutta.

Il partito, pochesere dopo, per fargli tirare su qualche lira, affidarono ad Angiulein ela Gigina il servizio di guardaroba al veglione della Rimbomba.Ma lui, inflessibile, il ricavato, quasi cento lire, lo versò al partito. Nontenendo per se un centesimo.

La storia è vecchiadi settant’anni.

Oggi quanti Angiulein  esistono nei partiti?

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 12:25 pm
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