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Troppi costi dello Stato. Troppa pressione fiscale

     Giugno 27, 2017   No Comments

di Flavio Pasotti*

C’è un gran discutere sul peso della crisi, su quali cittadini stiano sopportando i maggiori sacrifici per salvare il paese. La convinzione diffusa è che il governo per essere credibile debba scontentare tutti: debba colpire la constituency elettorale del centrodestra con i suoi professionisti e le partite iva e che poi per contrappasso possa mettere mano al mercato del lavoro e al totem dell’arti-colo 18 come se la politica fosse un bilancino dei sacrifici.

Nasce in molti il dubbio che, eccetto l’intervento fiscale della terza manovra del 2011, il resto delle iniziative del Governo siano di portata piuttosto contenuta e che titoli di importanti riforme si declinino in azioni timide.

La situazione è molto peggiore di quanto si immagini.

La celebre economia reale stenta a trovare un solido piano dal quale spiccare il balzo della ripresa. La domanda privata interna è compressa dal calo del potere di acquisto; la domanda pubblica per beni e servizi è bloccata dai vincoli del debito e nella sua residua parte non è certamente una domanda di beni innovativi e di qualità; la domanda internazionale è ancora vigorosa pur se meno effervescente dello scorso anno ma i nostri beni scontano costi indiretti elevati. La pressione fiscale sui settori più moderni e strutturati, cioè quelli che non possono eludere, è spaventosa e impedisce il normale processo di accumulazione di capitale rendendo impossibile l’autofinanziamento degli investimenti. L’approv-vigionamento sul mercato del credito è costoso e si riflette in una relativa disponibilità per le attività ordinarie e in una assoluta indisponibilità per gli investimenti. La situazione finanziaria delle aziende è pericolosamente tirata nonostante le iniezioni di risorse che gli imprenditori hanno fatto in questi tre anni (e per la prima volta tutti, banche per prime, pur silenziosamente lo riconoscono). Il bollettino di guerra potrebbe proseguire ma sarebbe inutile: i fondamentali riguardano sempre la domanda e le risorse, cioè il mercato dei beni e della moneta. E siamo letteralmente agli sgoccioli.

Solo la straordinaria solidità del nostro sistema manifatturiero ci ha permesso di reggere non solo la crisi finanziaria internazionale ma pure lo sfascio fallimentare del bilancio dello Stato, alla faccia delle polemiche sciocche sulla dimensione di impresa.

La pars construens purtroppo non è consolante. Il Governo della Repubblica sul lato dello stimolo si sta impegnando in un encomiabile per quanto ancora abbozzato sforzo “a costo zero”: riforme necessarie che costruiranno un paese più moderno. Sono da fare ma non bastano: non bastano assolutamente per sopravvivere.

Abbiamo accettato l’accordo europeo sul Fiscal Compact seguendo le indicazioni della Germania. E’ molto oneroso non oggi ma dai prossimi bilanci e quindi o sblocchiamo la crescita o la situazione, se possibile, peggiorerà: la ulteriore riduzione del 3% annuo del debito pubblico sarà una mazzata durissima, ripetuta, insopportabile. Per far ripartire l’economia senza sperare nel solo traino internazionale c’è una e una sola speranza che sembra contraddire tutto quanto sin qui esposto: una significativa, da subito, e solo poi graduale nel tempo riduzione della pressione fiscale e uno spostamento della stessa dalla ricchezza generata dal lavoro ad altre basi impositive. Avere accumulato un ingente capitale privato e non avere di che vivere tutti i giorni è una sindrome che colpì nel passato le classi dominanti progressivamente condan-nate ad essere “poveri rentiers”. Se vogliamo salvarci e salvare il paese dobbiamo concentrarci sul conto economico delle aziende e delle famiglie, rassegnandoci ad una vigorosa e per certi versi dolorosa ritirata della mano pubblica che ancora oggi, come ognuno di noi vede in mille episodi della nostra vita quotidiana, è ancora un coacervo di sprechi disgustosi, di insopportabili disuguaglianze e di tutele per i meno meritevoli, per tutti coloro che collusamente con la politica si mettono al riparo dalla concorrenza. Presidente Monti, va bene la discussione sull’articolo 18 ma ci tolga alla svelta i costi dello Stato, quelli della politica in senso stretto al confronto sono risibili. Faccia politica, non usi il bilancino dei cerchiobottisti. Colpisca duro i mantenuti, le associazioni, gli enti e le macchine burocratiche nutrite e protette dalla più scadente delle classi dirigenti mai vista nella nostra storia. Non venda i gioielli di famiglia, paradossalmente sarebbe troppo facile e non sarebbe il momento. Faccia fuori pezzi interi di bilanci della pubblica amministrazione e riduca le tasse: usi la falce, prima che arrivino i forconi.

Come si direbbe nei fumetti: questo è un consiglio che non può rifiutare.
*Imprenditore

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 27, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 27, 2017 @ 9:35 am
  •   In The Categories Of : Politica Nazionale

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