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Stato garante dela libertà di ognuno

     Giugno 26, 2017   No Comments

di Michele Bertaccini

Dove finiscono i nostri diritti quando non siamo più in grado di esprimerci? Dove finisce la libera autodeterminazione di ogni individuo per lasciare spazio a voleri superindividuali? Meglio una vita sacra o una vita dignitosa, chi deve deciderlo? Domande a cui quasi tutti i paesi occidentali, a partire dalla metà del novecento, cercano di dare risposte. Dall’America, già nei primi anni cinquanta, passando per i paesi nord europei, fino alle terre australiane, il dibattito come i punti di arrivo sono stati numerosi e diversi, ma quasi nessuno ha scelto il silenzio come risposta. Chi attraverso l’eutanasia, chi attraverso testamenti di vita o il riconoscimento della figura del rappresentante terapeutico, innumerevoli sono le opzioni poste in campo. Dato interessante è che in molti casi lo stimolo ad una normativa generale ha preso il via da normative regionali, cosi fu per gli stati uniti la California, con l’approvazione nel 1976 del Natural Death Act precursore del riconoscimento pressochè generale del diritto ad impartire direttive anticipate, living will; simile è l’esperienza svizzera che cerca una risposta federale sulla spinta di normative proprie dei singoli cantoni. Chiedersi dove siano gli enti territtoriali italiani è lecito quanto opportuno. Il testamento sulla vita o testamento biologico non è altro che la volontà, fornita da una persona mentalmente lucida, in merito alle terapie che intende o non intende accettare qualora dovesse venire il momento di trovarsi nell’incapacità di esprimere il proprio diritto di consentire o meno terapie tali da costringere a trattamenti permanenti con macchine o sistemi artificiali escludenti una normale vita di relazione. Una definizione semplice, quanto nel nostro paese lontana dall’essere seriamente tenuta in considerazione. La costituzione all’articolo 32 riconosce il diritto all’autodeterminazione delle cure mediche, la convenzione di Oviedo sui diritti dell’uomo, ratificata dal nostro paese, allo stesso modo conferma questo diritto, le proposte di legge depositate in parlamento abbondano, la giurisprudenza continua a riempire libri su libri e vicende umane trasformate in casi mediatici scuotono da anni l’opinione pubblica ma nonostante tutto ciò, il momento in cui il nostro paese si è più avvicinato ad una qualche normativa è stata la notte fra l’8 e il 9 febbraio di pochi anni fa dove, una divina follia colse d’improvviso il parlamento e numerosi deputati della maggioranza intenzionati in poche ore notturne a recuperare anni di inattività a colpi di pura demagogia. Lo spread fra il nostro paese e il resto del mondo occidentale in questa materia è abissale e questo è un dato di fatto, come è un dato che pure su questo terreno la seconda repubblica abbia fallito, ben più miseramente di quanto rispetto a simili tematiche non fece la prima, relegando l’azione delle istituzioni appunto in una notte di follia teocratica. Ciò che occorre considerare è il perchè di questo stato di cose. Il nucleo del problema è ben diverso e ben più drammatico delle varie e legittime perplessità tecniche sulle possibili risposte da adottare. Il testamento biologico, come del resto quasi tutti gli istituti relativi all’inizio e al fine vita, pongono di fronte a due strade opposte. Da un lato una scelta morale, qualunque essa sia, che vede nell’istituzione l’organo deputato all’imposizione di valori superiori al singolo individuo. In questo caso è lo Stato, in conformità all’idea prevalente in quel determinato territorio e periodo storico, a definire in ogni momento della vita dei singoli cosa sia giusto e cosa sbagliato. Dall’altro vi è invece una visione che fonda le proprie radici nell’opposta convinzione che l’individuo, pur parte di una comunità e quindi sottoposto a regole e limiti, abbia uno spazio di totale libertà, dove nessun’altra volontà è superiore alla propria. L’idea di uno Stato che decide per il singolo e l’idea che lo Stato lascia al singolo la propria libertà garantendo che questa libertà sia la medesima per tutti i suoi cittadini sono linee diametralmente opposte che definiscono il confine, stretto ma profondo, fra democrazia matura e democrazia formale. L’idea di una concertazione infinita fra queste due inconciliabili opzioni è opportunistica quanto paradossale, una scelta chiara e precisa sul tipo di terreno nel quale costruire risposte è l’unico serio passo di partenza. Cercare un equilibrio fra le varie alternative possibili, cercare una ragionevole comune risposta fra diverse esigenze e le sensibilità toccate da queste complesse tematiche è intelligente quanto essenziale. Ragionare sui presupposti necessari per dare valore ad una dichiarazione anticipata, cercare di trovare la soluzione che renda il più attuale possibile la dichiarazione, ragionare sul ruolo del medico di fronte alle scelte dei singoli, riflettere sulla figura del rappresentate terapeutico, su chi e come possa svolgere questo ruolo. Questi e altri sono i punti del dibattito che anima da decenni le democrazie occidentali rispetto all’istituto del testamento biologico. Questi i temi su cui dovremmo confrontarci, partendo però dal condiviso presupposto rispetto al ruolo di regolatore democratico e non di censore morale affidato allo Stato. Un presupposto necessario di fronte al quale credo non si debba cedere di un passo perchè farlo significherebbe non tanto, e non solo, risultare sconfitti rispetto a tematiche come quelle del testamento biologico, quanto costringere il nostro paese ad un dibattito fra democrazia e teocrazia più proprio delle primavere arabe che ad una Repubblica Democratica

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 26, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 26, 2017 @ 10:18 pm
  •   In The Categories Of : Opinioni

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