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Società partecipate. Occorre trasparenza

     Giugno 28, 2017   No Comments

di Franco Pedrelli

Come imperativo sarebbe utile rivolgerlo a quei cittadini la cui partecipazione si limita allo sforzo della croce sulla scheda elettorale, a cui sempre più vaste schiere si sottraggono, non certo per la fatica di impugnare la matita. Partecipare è costruire la vera democrazia. Partecipate sono anche le società in cui il Comune di Cesena ha quote azionarie a vario titolo, e il grido rivolto alla gente serve per richiedere attenzione su un atteggiamento che ha già assunto, non solo nella nostra città, dimensioni tali da essere oggetto di attenzioni da parte della Corte dei Conti da svariati anni, inutilmente sembra. Per avere la panoramica di ciò di cui stiamo trattando, basta rifarsi alla rappresentazione grafica degli enti controllati dal Comune di Cesena pubblicata sul sito comunale, dove a prima vista si ha l’impressione di avere a che fare con una holding, la cui struttura nulla ha di che invidiare ad una multinazionale: 11 società strumentali 8 società di interesse generale 4 società di servizi pubblici 2 aziende speciali – ente pubblico 1 consorzio 4 fondazioni con partecipazione 5 fondazioni istituzionali Togliamo pure le fondazioni istituzionali, rimangono ben 30 società, enti, consorzi, fondazioni, che hanno riflessi economici, funzione della loro quota di partecipazione, a cui di conseguenza partecipano direttamente i cittadini tutti. Col gioco visivo delle faccine sorridenti poste sul grafico accanto alle singole società in attivo nel triennio, oppure tristi nel caso di passivo o in pareggio, se ne contano 8 dell’ultimo tipo. La nona, che per diritto avrebbe dovuto esserci con una facciona molto triste, risulta assente: è Sapro, il cui fallimento di oltre 100 milioni avrebbe oscurato l’intero grafico. Purtroppo non ci sono solo i riflessi economici sul bilancio comunale di quel complesso, che per semplicità chiameremo delle partecipate. Ciascuna di esse interagisce col mercato, in cui opera come attore privato del braccio pubblico, la cui principale differenza dal privato è nella diversa capacità di approvvigionamento finanziario, nella differente rete di relazioni su cui far leva, negli appalti che scaturiscono dal loro mandato costitutivo. Si può definire tranquillamente la loro attività come condizionamento del mercato, quel mercato il cui sviluppo e mantenimento è principale fonte di ricchezza e benessere per il territorio, come ben sappiamo ora in questo periodo di crisi, dove la moria di aziende ha ridotto sia la prima che la seconda. Un territorio dove la domanda esasperata di lavoro ottiene risposta dall’Amministrazione Comunale con l’offerta di lavori socialmente utili, e non potrebbe essere diversamente, perché non è il ruolo dell’ente locale produrre posti di lavori, a meno di non ricadere in contesti sociali abbondantemente bocciati dalla storia. Alla domanda se la presenza sul mercato dell’ente locale debba essere preclusa, la risposta non può che essere “non necessariamente”, purché limitata a quei settori a fallimento di mercato con riconosciuta valenza sociale, pronti a cedere al privato appena le condizioni di mercato lo permettano. Questo perché al privato va di norma riconosciuta la capacità di maggiore efficienza, l’impulso a perseguire il consolidamento delle sue attività in un contesto di reale concorrenza, fattori sempre più necessari per competere nel mercato che di fatto è globale per tutti. La migliore attività del privato ha positive ricadute sul territorio, distribuendo ricchezza e benessere ai suoi abitanti. Il paradigma attuale, con cui si creano o mantengono partecipazioni da parte dell’ente locale, va quindi ridisegnato, verificando di volta in volta se il mercato è già in grado di svolgere le attività oggetto di esternalizzazione, nel qual caso assieme al privato va costruito il rapporto contrattuale chiaro e trasparente di affidamento, svolgendo le necessarie azioni di controllo a tutela dei cittadini: in fin dei conti sono le medesime attenzioni che vengono attuate quando si instaurano analoghi rapporti tra aziende private, nulla di più. Sinora le azioni dei vari governi romani succedutesi in questi anni nello smantellare l’espansione nel mercato da parte degli enti locali ha prodotto scarsi risultati, tanto che oggi si continua ad indicarlo come “socialismo comunale”, coniato anni orsono. A proposito di “socialismo”, gli italiani purtroppo, o per fortuna per alcuni e non son pochi, non si ricordano dell’IRI, l’Istituto per la Ricostruzione Industriale, nato come ente provvisorio per sostenere banche e industrie dalla crisi mondiale del 1929, divenne dopo pochi anni permanente, espandendosi sempre più. Nel secondo dopoguerra continuò la sua opera di appoggio allo sviluppo industriale, in modo anche meritevole, divenendo un attore industriale principale anche a livello internazionale e permettendo la forte crescita del Paese. Si giunse al punto che gli analisti di allora definivano l’Italia come il principale paese socialista europeo fuori dal blocco dell’Est, in quanto la mano pubblica deteneva il 30% circa dell’apparato industriale. Quel che successe poi, con la gestione politica, e non industriale, delle aziende, il malaffare, gli scandali, la nascita della cultura pseudo-statalista per cui ogni soluzione ai problemi di mercato delle aziende si risolvevano affidandosi alla Grande Mamma pubblica forse ce lo ricordiamo ancora, tant’è che l’IRI venne smantellata, si operarono le privatizzazioni, il perimetro pubblico si ridimensionò drasticamente alle sole aree definite strategiche per la sicurezza del Paese. Fu la presa d’atto ufficiale che la mano pubblica non è la migliore nella gestione delle aziende che debbono stare sul mercato, lo scoprimmo a spese nostre. Quanto ci si era allontanati dai principi iniziali dell’IRI! Quando “la pratica amministrativa del suo fondatore, Alberto Beneduce, si fondava […] sull’assoluto rigore di bilancio e sulla limitazione delle assunzioni all’essenziale per garantire un funzionamento snello ed efficiente dell’organizzazione”. Con le partecipate degli enti locali partiamo da basi diverse rispetto all’IRI di allora, quest’ultima nasceva da un’azione centrale mentre ora sono in primis i comuni ad agire. Siamo sì di fronte ad aziende di dimensioni minori, ma sino a quando non si aggregano, com’è il caso per esempio di Hera, Acea, Iren, divenendo attori di mercato di primo piano non solo a livello nazionale, in questo caso divenendo simili a public companies, dove è il management a comandare, almeno sotto l’occhio vigile del mercato. E tutte le altre società? Queste sono gestite dagli amministratori degli enti locali, che altri non sono che i soci, che solo incidentalmente possono avere esperienze di conduzioni di aziende nel mercato privato.. Per analogia, stiamo ripercorrendo inopinatamente gli stessi passi compiuti a suo tempo per l’IRI, gli stessi errori di quando la politica si inserì pesantemente nella gestione delle aziende, condizionando col monopolio interi settori, forte del fatto che ogni azione poteva essere corretta dagli aiuti di Stato. La spinta rinnovatrice della nostra industria si fermò allora, la stiamo bloccando nuovamente oggi col “socialismo municipale”: sino a poco fa avevamo complessivamente 5.000 partecipate nei 7.200 enti locali censiti. Amministratori pubblici che si arrogano il diritto di gestire politicamente le partecipate, nominando a loro volta amministratori per la gestione delle stesse, come nel caso di Sapro, dove non certo per colpa del “destino cieco e baro” si è giunti alla situazione fallimentare, situazione che era sfuggita ai più tra gli stessi amministratori e revisori, tanto che per fare un po’ di luce è dovuta intervenire la magistratura. Sapro costituisce lo spartiacque nelle gestione delle nostre partecipate locali, non tanto per il danno arrecato all’intero territorio con i suoi 100 milioni di buco, quanto perché per la prima volta gli amministratori della società sono stati chiamati in causa a risponderne. Termina il modo facile e disinvolto per le amministrazioni pubbliche del nostro territorio nell’utilizzare a volte le partecipate per aggirare i vincoli di bilancio, per conseguire obiettivi ai fini del consenso politico, per invadere indebitamente spazi di mercato a spese dei cittadini. Forse è per l’esperienza di Sapro che recentemente si è avuta la moria di dimissioni nella partecipata Valore Città, tra cui quella di un amministratore, che nella sua lettera di dimissioni denuncia pubblicamente le pressioni del Comune di Cesena, quale socio unico, per avere anticipazioni di denar questo molto utile per conseguire magari obiettivi di spesa in vista delle prossime elezioni amministrative. Un consiglio di amministrazione obbligato dal socio unico, il Comune, ad agire contro la propria volontà, al quale non viene neanche concessa la manleva per l’azione richiesta, non può che dimettersi, cosa che i consiglieri, tranne il Presidente, in effetti hanno fatto, chi in modo più o meno circostanziato. Partecipate gente! Perché occorre essere coscienti di quanto il permanere di questa situazione influisca sullo sviluppo del territorio, sul futuro dei giovani, sul mantenimento del welfare che scaturisce sempre più dalla ricchezza prodotta in loco e sempre meno dai trasferimenti centrali. Partecipate, e chiedete quella trasparenza che il governo centrale chiede a tutti gli enti locali, attraverso l’attuazione di apposte leggi, quale per esempio il recente DL 33/2013, di cui sinora abbiamo avuto soltanto alcune anticipazioni nell’applicazione. In fin dei conti, siamo all’assurdo, nonostante interrogazioni consiliari si continua ad avere difficoltà sul riscontro circa l’andamento puntuale delle società partecipate.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 9:00 am
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