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Servizi pubblici più… privati. Tariffe più convenienti

     Giugno 27, 2017   No Comments

di Giampiero Placuzzi*

Mentre le nostre imprese manifatturiere si contendono il mercato mantenendo stabili o addirittura abbassando i prezzi di vendita, i costi dei servizi pubblici locali continuano ad aumentare. Al riparo dalla concorrenza, le tariffe crescono vertiginosamente. Negli ultimi 5 anni sono aumentate praticamente tre volte più del tasso d’inflazione. Nemmeno la crisi ha fermato la corsa delle tariffe: secondo le rilevazioni dell’Ufficio studi di Confartigia-nato, tra giugno 2008 e giugno 2010, mentre il tasso di inflazione era fermo al 2%, famiglie e imprese hanno subito aumenti del 10% per le tariffe di acqua, rifiuti e trasporti. Non dimentichiamo che gli italiani pagano tariffe dei sevizi pubblici doppi rispetto agli altri cittadini della Ue.
Le tariffe nazionali dei servizi pubblici di acqua potabile, raccolta rifiuti e trasporto pubblico (al netto dell’energia) sono rincarate del 28,4% negli ultimi 5 anni (compresi quelli della crisi), il doppio in confronto a quelle dell’area euro, +15,5%. Lo ha appurato l’ufficio studi di Confartigianato. E c’è da dubitare sul fatto che anche la qualità dei servizi abbia fatto un analogo balzo. I servizi di raccolta rifiuti sono rincarati del 27,3% contro il 15,8% della media europea mentre i trasporti pubblici del 14,1%; solo in quest’ultimo caso la crescita dei prezzi in Italia é in linea con la media europea (14,6%) ma in questo caso molto pesano le tariffe sociali. Un mercato, quello dei servizi pubblici locali, che nel Paese vale la bellezza di 32 miliardi di euro, con quasi 185.700 addetti e nel quale se la componente privata fosse più rilevante si avrebbero tariffe più elastiche e convenienti per i cittadini. Va detto che i rincari non si sono fermati nemmeno negli anni della crisi, 2008 e 2009. Nel pieno della congiuntura, le tariffe dei servizi pubblici locali (energetici esclusi) sono cresciute del 9,9%, di quasi tre punti superiore alla variazione dell’eurozona, e a un tasso cinque volte il tasso di inflazione, (2,0% nel biennio). Insomma, sui servizi pubblici locali (gas, elettricità, acqua, igiene ambientale e trasporto pubblico) è giunto veramente il momento di voltare pagina.
Ora, finalmente, per i servizi pubblici locali scatta la riforma attesa da anni che dovrebbe introdurre robuste dosi di concorrenza nella gestione di settori come la raccolta rifiuti, i trasporti su strada, le forniture di acqua. Il problema si pone in maniera molto forte anche nel territorio cesenate e provinciale dove per quel che concerne l’attività delle ex municipalizzate, siamo di fronte ad una finta liberalizzazione che cela in realtà un monopolio sostanziale il quale danneggia utenti, cittadini o piccole imprese che siano, i quali si trovano a pagare servizi molto cari e non di rado inadeguati.
Le settimane scorse, finalmente, ha visto la luce il provvedimento del Governo che completa le norme del decreto Ronchi varato lo scorso novembre. L’obiettivo della legge è quello di scardinare il monopolio pubblico e aprire il mercato ai privati per garantire tariffe più basse e migliore qualità dei servizi.
Nel nostro territorio è quello che Confartigianato chiede da anni, a più riprese. Detto questo, se le finalità della nuova legge non si discutono, a giudizio di Confartigianato i meccanismi della riforma non fugano però i dubbi sulla concreta possibilità offerta alle piccole imprese di partecipare, al pari delle aziende di grandi dimensioni, alla gestione dei servizi. Permangono inoltre forti perplessità anche sul versante della tutela dei diritti dei consumatori che continuano a non disporre di molti strumenti per far valere la propria voce sulla qualità dei servizi.
Tra le nostre proposte figura anche quella di bloccare gli affidamenti cosiddetti in house da sostituire con la messa a gara dei servizi pubblici e con un ingresso di questo mercato nel circuito virtuoso dell’economia privata.
Per quanto riguarda l’acqua, nello specifico, non vanno confuse la proprietà che resta pubblica, dalla gestione che può essere privata e più efficiente. Il rischio da evitare, però, è che nei servizi pubblici locali si crei l’ennesimo caso di privatizzazione senza reale liberalizzazione e senza i vantaggi che l’apertura del mercato deve portare ai consumatori in termini di maggiore efficienza e di minori costi. Quanto alla questione delle partecipate e del loro ruolo strategico nel nostro territorio provinciale, è aperto il dibattito in queste settimane sulla volontà dei Comuni di uscire dai capitali o di ridurre la propria presenza negli assetti delle partecipate. Esigenza comprensibile, ma questo eventuale ridimensionamento che finalità ha? Semplicemente quella di rispondere a esigenze contabili e di far cassa, peraltro giuste e condivisibili? Ciò che conta strategicamente, invece, è definire rispetto alle aree miste pubblico-privato quale spazio assegnare al privato sociale e come promuovere nuove forme di sussidiarietà e diverse modalità di gestione, valorizzando il privato attraverso la modalità del project financing, nei settori dei servizi sociali, welfare di comunità e housing sociale, ad esempio. Il problema vero, in ogni caso, è che nel nostro Comune e nel nostro Paese in generale mancano paradigmi innovativi di intervento e di azione sociale e si registra una debolissima progettualità. Tutte le forme di politica sociale si basano ancora sull’intervento diretto dello Stato o degli enti locali o su scarse e spesso poco trasparenti forme di privato commerciale. Siamo inoltre in ritardo nella definizione e nell’uso di moduli di iniziativa sociale moderni e aperti, fondati sulla partecipazione dei cittadini e sulla corretta informazione, modelli di intervento che non siano ideologici ma pragmatici e capaci di accrescere il senso di inclusione e di spirito collettivo. Emblematica in tal senso la questione degli asili nido e dei servizi all’infanzia. I costi dei Comuni hanno aggiunto livelli molto elevati. Perchè non sostenere allora forme più articolate e leggere di piccoli asili privati di quartiere, a livello di gruppi di piccole aziende, con l’impiego semivolontario di figure familiari non attive e di giovani formati dalla Facoltà di Psicologia?
Altri terreni proficui di intervento potrebbero riguardare i giovani (per quel che concerne luoghi e forme di integrazione valorizzando l’attitudine imprenditoriale di educatori e assistenti sociali), per gli anziani pensionati (oltre al già collaudato servizio di sicurezza fornito fuori dalle scuole, potrebbero essere coinvolti in attività di controllo nel verde pubblico, di aiuto a persone in difficoltà, invalide o malate).In sostanza: anche nel settore dei servizi sociali c’è grande spazio per forme di gestione economica e imprenditoriale che non si possono restringere solo nel “terzo settore” o nel volontariato, peraltro fondamentali, ma che devono essere progettati e vissuti come moduli nuovi di una società e di una economia più aperta e responsabilizzata. Gli obiettivi devono essere quelli da un lato di contenere la spesa pubblica e dall’altro di accrescere l’iniziativa sociale e imprenditoriale, con un forte ruolo di controllo del sistema pubblico.
Azioni virtuose che per essere finalmente realizzate debbono però presupporre una rivoluzione copernicana nell’approccio culturale, con la consapevolezza che per cambiare in meglio bisogna far sì che tutto quello che il privato non è in grado di fare e non può fare, questo lo deve fare il pubblico. E non viceversa. Ecco la vera sussidiarietà da attuare. Sino ad oggi, al contrario, abbiamo assistito ad una presenza preponderante del pubblico lasciando spazio al privato solo in quegli spazi che non convenivano al pubblico.
* Vicesegretario Federimpresa Confartigianato Forlì-Cesena

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 27, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 27, 2017 @ 9:22 pm
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