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Senza mediazione cosa fanno i corpi intermedi?

     Giugno 28, 2017   No Comments

di Guido Piraccini

Per esprimere il mio pensiero ritengo utile una introduzione storica in quanto ritengo i corpi intermedi soggetti  importanti in una  società  avanzata come la nostra.

Quando la civiltà europea è sorta nelle città italiane del Medioevo non solo lo Stato non c’era, ma non si voleva proprio che ci fosse, memori dell’invadenza dell’Impero romano e della mancanza di libertà connessa a qualsiasi forma di potere che provenisse dall’alto, come il potere di un “sacro romano impero” (mai realizzatosi) o di re, feudatari, baroni, conti e di quanti altri venivano nominati senza il concorso dei governati.

Libertas era il credo dei liberi Comuni medioevali.

Nacque così una società che si autogovernava mediante “corporazioni”.

Deve essere chiarito subito che la parola “corporazione”, che ci è stata tramandata in Italia con il significato di organizzazione degli artigiani produttori, aveva originariamente un significato molto più generale.

Si trattava di qualunque organizzazione elettiva (quindi non generata da legami di parentela o di clan o dall’appartenenza a qualche padrone), in cui le persone si mettevano insieme per raggiungere un fine comune.

Le università erano corporazioni di docenti e studenti che liberamente ricercavano, insegnavano ed imparavano;  le camere dei mercanti erano organizzazioni di mercanti che individuavano le regole della mercatura e le facevano osservare;  i monasteri erano corporazioni di monaci che si riunivano per pregare e fare del bene al prossimo;  la compagnia era un’organizzazione imprenditoriale per esercitare qualche particolare forma di attività economica;  le confraternite erano organizzazioni di laici che preparavano le feste religiose e così via.

Poiché non c’era in queste organizzazioni nessuna autorità che potesse pretendere il comando per “investitura” dall’alto, essendo associazioni orizzontali, le cariche erano elettive a rotazione. Da notare che gli strumenti della democrazia moderna (il ballottaggio per esempio) vennero inventati nei monasteri, che furono le prime “corporazioni” ad affermarsi in ordine cronologico sulle rovine dell’impero romano.

Il sistema si autogovernava con un bilanciamento dei poteri che non era facile;  al municipio venivano conferiti solo poteri di difesa, di amministrazione della giustizia, di costruzione di mura, palazzi pubblici e di qualche infrastruttura.

Solo in seguito erogò altri servizi, come per esempio l’igiene pubblica e il Banco Pubblico, che serviva a finanziare le città in caso di emergenze.

Anche le chiese e il decoro della città erano di competenza delle corporazioni, così come il “welfare”.  Le corporazioni fondarono numerose opere di cura, assistenza, educazione: ospedali, conservatori, monti di pietà, scuole, biblioteche, monti del matrimonio, tutte imprese di grandi dimensioni amministrate senza fine di lucro.

La prosperità economica delle città italiane, dovuta a tanta libertà e a queste forme di autogoverno dal basso, è famosa ed è durata circa tre secoli, ma l’uso della libertà facilmente degenera: in quel caso la degenerazione prese le sembianze di conflitti intestini fra fazioni e conflitti ricorrenti fra città, ossia di una grave debolezza dello Stato.

Ciò che le città italiane non capirono, ad eccezione forse di Venezia, era la necessità di avere uno Stato che trovasse stabilmente un equilibrio fra le diverse spinte corporative.

Ne seguì un grave declino e il testimone del  progresso economico passò nel Seicento alle città olandesi, organizzate sul modello italiano, ma più capaci di allearsi fra di loro ed agire sinergicamente.

Oggi.  In due anni gli elettori del PD/Renziano sono aumentati di quasi 3 milioni, mentre gli iscritti sono scesi sotto 100 mila, cinque volte meno che nel 2012, quando erano oltre 500.000.

È il segno più eclatante della crisi dei cosiddetti corpi intermedi, cioè di quelle formazioni sociali chiamate a rappresentare i bisogni e le istanze dei cittadini – partiti, sindacati, associazioni di categoria, grandi giornali – che hanno costituito per decenni l’ossatura della democrazia italiana.

È una crisi di numeri, ma sopratutto di credibilità che travolge anche gli organi di informazione – il pubblico di giornali e talk show evapora di settimana in settimana – e inghiotte ogni categoria, anche quelle che fino a ieri parevano intoccabili, come la magistratura.

Tale crisi perdura oramai da parecchi anni.

Oggi molti esponenti dei corpi intermedi reagiscono all’oggettiva perdita di centralità e potere, accusando il Primo Ministro di voler fare tutto da solo, di essere autoritario, demagogico e populista (oltre che molto maleducato). Matteo Renzi, dal canto suo, non lascia passar giorno che non si azzuffi con qualcuno. Alle critiche di direttori di giornali, sindacati, banchieri e burocrati, oppone un’unica invariabile risposta: «Mentre il Paese andava in rovina, voi dov’eravate?». Oppure “chi se ne frega dei sindacati, io parlo direttamente ai lavoratori”, “chi se ne frega di Confindustria, io parlo direttamente alle imprese”.   Dopodiché aggiunge, invariabilmente: «Andrò avanti senza guardare in faccia nessuno. La gente è con me».

Non c’è dubbio che si tratti, da parte di Renzi, di una risposta populista, perché scavalca ogni intermediazione per rivolgersi al popolo. Ma è altrettanto vero che gli accenti populisti che indubbiamente esistono, nascono anche da una profonda crisi di rappresentanza e in qualche misura la colmano e pongono una serie di domande.

I famosi corpi intermedi (per esempio le organizzazioni sindacali) sono ancora intermedi? Sono ancora in grado di mediare tra società e politica? Rappresentano ancora qualcuno oltre a se stessi?

Al momento ho l’impressione che la loro immobilità sia durata troppo a lungo per potersi ancora fare interpreti di una società che intanto è profondamente cambiata anche e soprattutto nella sua struttura. La crisi italiana non è soltanto economica.

La dimostrazione nazionale del 26 Ottobre u.s. voluta dalla CGIL è stata ancora una volta una manifestazione  politica “contro” il governo; è apparsa soprattutto una resa dei conti interna al partito.  Non è in questo modo che  si affrontano i problemi derivanti dalla profonda trasformazione della geografia del lavoro e della produzione.

E allora quando i poteri forti diventano poteri morti, il populismo diventa una opzione percorribile/possibile.

Francamente ho la sensazione che sia quello che sta succedendo un po’ anche a Cesena.

E’ un continuo strillare da parte di qualche corpo intermedio (partiti, sindacati, associazioni degli artigiani dei commercianti e degli imprenditori) nei confronti del Sindaco.

E Lucchi di “chi se ne frega” ne dice parecchi e nel contempo devo considerare che è un ritornello di successo, stante il consenso elettorale che continua a ricevere il Sindaco.

Francamente a me dispiace constatare il fatto che a Cesena, come altrove, i corpi intermedi, (particolarmente il sindacato) siano diventati  residuali e che “contino” assai poco nelle scelte via via assunte.

I cittadini lo hanno capito molto bene; mi auguro se ne siano accorti anche loro.

A Cesena nel momento decisionale “contano” assai di più le Fondazioni, l’AUSL, la Curia, gli Istituti di Credito, ecc.. e ovviamente il Comune.

Perché tutto questo.

Ho il convincimento che i corpi intermedi (il sindacato) abbiano nostalgia dei bei tempi in cui tutti questi soggetti erano ben coesi nel “consociativismo” garantito dai partiti dell’ “arco costituzionale”; “filtravano la rabbia sociale, la incanalavano dentro alvei controllabili, “facevano sfogare” le persone.

Con preoccupazione vedo oggi, invece, soprattutto partiti e sindacati non  più “radicati nel sociale”, che curano con attenzione i propri rapporti reciproci all’interno di palazzi e si guardano in cagnesco perché in genere complici con fortune alterne.

Mentre la valanga di ragazzi disoccupati “ingovernati” e “disorganizzati” che invadono sempre più frequentemente le piazze ha portato allo scoperto la faglia gigantesca che si è aperta tra politica, sindacati e società.
Decenni di abuso della concertazione, spesso interpretata dalle parti sociali come teorizzazione di un proprio diritto di veto alle decisioni verso chi aveva la responsabilità di governo (a qualsiasi livello); e poi nella progressiva trasformazione delle principali organizzazioni di rappresentanza economico-sociale in strutture burocratiche tendenzialmente autoreferenziali, non meno “caste” della casta dei politici.

Il legame spezzato tra rappresentanti e rappresentati non vale solo per i partiti, riguarda con uguale profondità le organizzazioni sindacali e imprenditoriali sempre più lontane dai problemi e dagli interessi di lavoratori e imprese.

A partire dagli anni Ottanta la situazione dominante nei corpi intermedi in Italia, senza sostanziali differenze e correlate agli interessi specifici rappresentati.

Fra gli imprenditori: Confindustria è un ombrello che più di una volta non ripara dalla pioggia della frammentazione fra interessi contrastanti, cui si aggiunge la compresenza di più di una rappresentanza dell’artigianato (che associa molte piccole imprese industriali).

La divisione in più sigle caratterizza anche la cooperazione, i sindacati dei lavoratori, l’imprenditoria agricola, le associazioni dei consumatori, solo per citare i casi più noti.

Questa versione zoppicante di società civile ha retto finché la controparte politica l’ha accettata (spesso perché faceva comodo).

La Thatcher, è riuscita a sconfiggere i sindacati dei lavoratori solo dopo uno scontro durissimo, a Renzi è bastato ignorare i corpi intermedi con cui tradizionalmente si confrontavano i governi.

Alla lunga, però, questa situazione non può reggere.

E d’altra parte in assenza di un rapporto ricco ed esplicito tra politica e corpi intermedi, gli interessi sociali trovano altre strade, assai meno commendevoli, per influenzare le decisioni pubbliche: le strade opache (e ahinoi tipicamente italiane) del clientelismo, del familismo, dei comitati d’affari incistati nella politica.

In assenza di segnali provenienti da affidabili rappresentanze degli interessi economici e sociali, chi governa, fosse anche il più esperto e perspicace, prima o poi rischia di prendere decisioni disastrose. Non a caso è questo il baratro nel quale a un certo punto precipitano sia i regimi esplicitamente autoritari, sia quelli governati all’insegna del populismo.

Come si sa, però, buttare l’acqua sporca con il bambino non porta lontano: un conto è denunciare le degenerazioni delle rappresentanze sindacali e industriali, un altro è negare dignità e legittimità ai corpi intermedi, cioè alle molteplici articolazioni attraverso le quali gli interessi, i bisogni, i valori presenti nella società si manifestano sulla scena pubblica.

Una democrazia non può vivere di sola delega elettorale: ha bisogno di sussidiarietà, ha bisogno che la politica ceda alla società organizzata compiti pubblici; per questo sono indispensabili corpi intermedi (sindacati, associazioni imprenditori) forti e autorevoli . Accade così in tutte le democrazie avanzate, dove i corpi intermedi non solo svolgono rilevanti funzioni pubbliche – dalla sanità all’assistenza sociale, dall’ambiente ai beni culturali – ma in piena autonomia danno sostegno ai leader, ai partiti, agli schieramenti che ne sposano gli obiettivi. In Italia, dove i corpi intermedi hanno una storia gloriosa lunga parecchi secoli, da decenni gli unici corpi intermedi riconosciuti e legittimati sono stati quelli para-istituzionali direttamente collegati all’establishment: sindacati, rappresentanze imprenditoriali, grandi associazioni cattoliche.

La vera battaglia politica si gioca su questo terreno: sul desiderio dei vecchi poteri di contare ancora qualcosa e sul bisogno dei nuovi di sbarazzarsene. Comunque la si pensi, e indipendentemente dalle intenzioni dei protagonisti, si tratta di uno scontro che rischia di essere ingovernabile.

La linea dello scontro si sta spostando dai corpi intermedi al Parlamento, dalla società alla democrazia.

Perché è evidente che la velocità delle riforme dipende in primo luogo dalla dialettica politica, dalla necessità di trovare un punto di incontro tra i partiti, dai regolamenti di Camera e Senato. Dipende, insomma, dai tempi della democrazia. Il rischio è che qualcuno incominci a chiedersi – e qualcuno, prevedo, lo farà presto – se questi tempi siano compatibili con le urgenze della crisi. Se la democrazia sia ancora un lusso che in Italia ci si può permettere.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 12:06 pm
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