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Semplificare le norme del lavoro

     Giugno 28, 2017   No Comments

di Guido Piraccini

L’ISTAT ha comunicato che a febbraio 2014 la disoccupazione in Italia è salita ad un tasso del 13%. superando la soglia dei 3,3 milioni.
Quella giovanile, che riguarda le persone tra i 15 e i 24 anni, è pari al 42,3.
Si tratta del tasso più alto sia dall’inizio delle serie mensili, gennaio 2004, sia delle trimestrali, che si rilevano dal 1977.
E’ preoccupante anche considerare che 22 milioni di italiani ne mantengono 60; che fra i 22 ve ne sono che lavorano, ma non producono; fra i 38 ve ne sono che producono, ma ufficialmente non lavorano e che tali dati comportano avere il tasso di occupazione in Italia fra i più bassi del mondo soprattutto per l’eseguità della percentuale di giovani, di donne e di cinquantenni occupati.
Le spiegazioni che un po’ tutti ci hanno raccontato, fino ad oggi, sono state che l’Italia non cresce e i posti di lavoro non aumentano perché ha scarsa mobilità del lavoro; una giustizia e una Pubblica amministrazione inefficiente; un debito pubblico troppo alto; dei politici corrotti. Tutto vero.
Ed è anche vero che sono macigni al collo.
Ma tutte queste realtà, per buona parte, erano lì anche trent’anni fa come oggi.
Negli anni ‘80 il Paese non era molto diverso da questo punto di vista: eppure cresceva, la produttività e gli occupati aumentavano.
Perché l’Italia è cresciuta fino ai primi anni ‘90 ai ritmi degli altri paesi europei, poi ha smesso? Come si fosse bloccata?
Permettetemi una riflessione che fa parte della mia esperienza professionale.
Spesso un tempo (quasi sempre) le piccole imprese, gli artigiani, i medi e piccoli commercianti tenevano la “doppia contabilità”: il libro “ufficiale” e il libro vero. Ma aumentavano il fatturato assumevano nuovi dipendenti, il famoso PIL aumentava, ecc… Oggi la “doppia contabilità”, giustamente, non è più consentita; tutto è computerizzato, devi fare i conti con gli studi di settore (significa che se un’azienda ha cinque dipendenti per il fisco hai guadagnato XY e paghi le relative tasse; se non è vero che hai guadagnato XY sono cavoli di quella azienda).
Poche giorni fa ad una piccola azienda artigiana (imbianchino), due soci e due dipendenti, è stato affidato un subappalto per la tinteggiatura esterna di un edificio per un importo lavori di 20.000 Euro: gli hanno chiesto di presentare 22 (dicasi ventidue) documenti relativi alle norme sulla sicurezza sul lavoro. Incredibile ma vero. Assicuro che l’opinione/convinzione di queste aziende è la seguente: rispettando le normative, le regole, che lo Stato Italiano ha imposto non si riesce a sopravvivere: di conseguenza molte delle aziende gettano la spugna. Tanto è vero che in Italia ne chiudono1.000 al giorno.
Io credo che per portare quei 22 milioni di occupati a diventare non 23, ma 30 (chiamando al lavoro moltissime donne e moltissimi giovani che ne sono fuori), occorre soprattutto una forte semplificazione delle norme a tutti i livelli compreso il diritto del lavoro si deve adattare a tale situazione.
E’ indispensabile togliere a chi lavora il peso della spesa improduttiva e delle garanzie di cui, particolarmente, i più giovani non godranno mai.
In merito al diritto del lavoro il Decreto del Ministro Poletti relativo a rapporto a tempo determinato, con qualche incertezza e farraginosità, va nella direzione giusta. Ma è insufficiente. Serve più coraggio. Perché non varare subito contratti di lavoro con minori oneri fiscali e previdenziali per l’azienda e per il lavoratore, in cambio di minore stabilizzazione e immobilità? Lasciamo i lavoratori che cercano lavoro decidere.
E’ ora di avere la volontà e ancora una volta il coraggio di rivedere i “diritti acquisiti”, divenuti, per la gran parte, una vergognosa ingiustizia sociale nei confronti di chi non ha e non avrà mai niente di “acquisito” come i giovani che si trovano senza lavoro, senza prospettive di crescita e con i debiti e i “diritti acquisiti da pagare” accumulati dalle precedenti generazioni.
Così pure per la proposta di riforma della Pubblica Amministrazione.
Particolarmente la Cgil esprime “delusione e sconcerto” in quanto secondo il sindacato il provvedimento fin qui conosciuto “è pieno di norme che colpiscono i lavoratori degli enti pubblici.
Per favore signori del sindacato elencatemi i lavoratori occupati negli Enti locali che sono stati licenziati o che sono stati messi in cassa integrazione o a chi è stato applicato un accordo di solidarietà: riduzione dell’orario di lavoro e dello stipendio per mantenere occupati tutti i lavoratori e allora sarete credibili quando esprimete delusione.
Come sindacato esprimete sconcerto per la riduzione dei permessi sindacali? Se è così lo si dica chiaramente. Ma è probabile che nessuno lo faccia.
O forse ritenete la proposta inquietante perché è previsto che anche i dirigenti degli Enti locali possano essere licenziati per giusta causa.
Sarebbe meglio fare ogni sforzo affinchè l’Italia inverta la tendenza di esportare alto capitale umano e importarne di basso. Questo situazione di “scambio” impoverisce fortemente il nostro paese mentre i giovani devono avere una prospettiva in Italia, non fuori.
Corriamo un drammatico rischio, come Paese, quello di diventare il Meridione d’Europa.
In tutto questo i sindacati devono decidere: se continuano a difendere soltanto gli interessi degli insider, cioè di chi un lavoro regolare stabile lo ha già, ancora una volta si taglierebbero fuori dal dibattito: che deve essere prioritariamente centrato sugli interessi di chi è fuori dalla cittadella del lavoro regolare. In merito i segnali che provengono dai sindacati, come di solito, sono deludenti.
Del resto leggere la Camusso (Segretaria Generale della CGIL) che ipotizza sul piano politico la creazione di un “partito unico della sinistra” (ovvero nessun avversario a sinistra) che abbia come “blocco sociale” di riferimento il lavoro mi sembra di sentire impostazioni politiche e sindacali perdenti ancorate al secolo scorso.
Non dimentichiamo che lo stato di povertà e bisogno convince tutti della necessità di cambiare, ma quando non se ne hanno più gli strumenti; mentre lo stato di ricchezza e soddisfazione toglie l’incentivo a cambiare, proprio quando sarebbe più facile e opportuno.
Noi siamo in un punto di mezzo, convivendo con la ricchezza diffusa e il diffondersi della paura. Spetta a noi tutti decidere cosa vogliamo diventare. Ognuno per le responsabilità che porta.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 12:01 pm
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