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RIVEDERE QUALCHE MITO SU ALCUNE PARTI DELLA COSTITUZION

     Giugno 27, 2017   No Comments

di Luigi Tivelli

A costo di essere banale, auguro ai lettori e agli italiani tutti per il 2010 un bipolarismo mite, vissuto con più serenità, in cui molti depongano le armi degli eccessi verbali, e quelli che fino al giorno prima si consideravano nemici, diventino invece avversari politici, in cui certi editoriali non siano veri e propri fucili spianati e si dismetta il killeraggio a mezzo stampa. Pur con le stesse perplessità manifestate dal Presidente della Repubblica prima del messaggio di fine anno, spero che possa nascere un clima propizio alle riforme che servono al Paese, compresa ovviamente quella della seconda parte della Costituzione, specie in riferimento alla forma di governo, al federalismo, al bicameralismo, alla riduzione del numero dei parlamentari.

Il paradosso è che da tempo questo, lo dicono e lo chiedono in tanti, a destra come a sinistra e al centro, ma ben pochi ci si dedicano sul piano operativo.  Da tempo era stata acquisita agli atti parlamentari l’ormai famosa “bozza Violante”, i cui contenuti sono stati riproposti tante di quelle volte che suona quasi pleonastico ricordarli. Abolizione del bicameralismo paritario e perfetto, tramite la differenziazione della struttura e delle funzioni delle due Camere, con un Senato a base federale e concentrando buona parte dell’attività legislativa nella sola Camera. Riduzione significativa del numero dei parlamentari. Potere di nomina e revoca dei ministri attribuito al Premier. Introduzione del meccanismo della sfiducia costruttiva, per cui chi intende far cadere un governo deve proporne un altro. Questi sono in linea di massima i cardini di un testo che già nella scorsa legislatura era stato licenziato dalla Commissione affari costituzionali della Camera, sul quale, almeno sulla carta, sembra non vi siano grosse obiezioni da parte dei due Poli. Chissà se in questa legislatura soprattutto l’incombenza delle questioni della giustizia, e delle relative leggi (che alcuni chiamano ad personam e Berlusconi definice invece ad libertatem)  frenerà ancora una volta il cammino della riforma istituzionale.

Un mito costituzionale

Ma in questa sede, per quanto mi riguarda, invece, vorrei sgombrare il terreno da un idola fori, basato sulla vantata intangibilità della prima parte della Costituzione. Non penso tanto ai diritti e ai doveri fondamentali così ben scolpiti dalla Carta fondamentale del 1948. Penso invece al Titolo III (Rapporti economici) della prima parte, in cui troviamo casi significativi di inattuazione costituzionale e norme che soffrono l’usura del tempo.

Quanto ai primi, mi riferisco in particolare all’articolo 39, che prevede l’obbligo di registrazione dei sindacati a condizione che abbiano un “ordinamento interno a base democratica”. Sulla base della personalità giuridica così acquisita, “rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti”, potrebbero stipulare contratti collettivi di lavoro con validità erga omnes. Si tratta forse dell’articolo più disatteso della Costituzione. I sindacati infatti, pur essendo un vero e proprio moloch burocratico e finanziario, dal punto di vista giuridico continuano ad essere pure associazioni di fatto. Né esiste alcuna seria  verifica sulla loro rappresentatività in sede di stipulazione dei contratti di lavoro.

In parte analogo è il discorso per i partiti, che, secondo l’articolo 49 della Costituzione, dovrebbero “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Per un verso anche essi risultano pure associazioni di fatto, pur disponendo di una ingente mole di finanziamenti pubblici, per altro verso la vigenza “del metodo democratico” al loro interno è per vari di essi a dir poco dubbia. Né le ricorrenti iniziative di qualche parlamentare sulla definizione di uno “Statuto pubblico dei partiti” hanno mai avuto neanche il minimo successo.

Tornando al titolo sui rapporti economici, emerge che quella che viene definita la “Costituzione economica”  è, in più di qualche parte, vetusta.

L’articolo 42, relativo alla “proprietà”, risente di spinte dirigistiche e di qualche tono non poco socialisteggiante. Analogo è il discorso dell’articolo 43 sul possibile trasferimento allo Stato, mediante espropriazione, di alcune tipologie di imprese.

Si tratta di osservazioni mirate e puntuali, che non intendono intaccare il cuore della prima parte della Costituzione, la quale, però, non può rimanere racchiusa nel mito dell’intoccabilità.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 27, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 27, 2017 @ 9:28 am
  •   In The Categories Of : Politica Nazionale

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