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Renato Serra e il dovere necessario

     Giugno 27, 2017   No Comments

di Pietro Castagnoli

Il 2015 è l’anno delle celebrazioni della classicità nellacontemporaneità delle culture: Luigi Capuana a 100 anni dalla morte, Pascoli a160 anni dalla nascita, Serra a 100 dalla morte nella Grande Guerra, Dante a750 anni dalla nascita .Nel numero del28 Febbraio del 1957 de Il Lavoro di Romagna grazie a un dono del prof. DinoBazzocchi, archivista della Malatestiana, furono pubblicati alcuni inediti diRenato Serra. Ricorreva il cinquantenario dalla morte di Giosue Carducci, dicui si celebrava il suo amore per l’unità d’Italia, al di là di ogni polemicaspicciola, il “Maestro d’oggi” per il vero ideale umano: ”Affermo di nonessermi mai contraddetto. In politica l’Italia su tutto; in estetica la poesia classicasu tutto, in pratica la schiettezza e la forza su tutto” è la sua confessione nell’Avvertenza alleCeneri e Faville. E’ il lascito carducciano che pesa sul destino di RenatoSerra, molto di più dell’erudizionestorica di Benedetto Croce che si inquadrava nel bello, il bene, il vero el’utile, la vitalità economica che squassava alle radici ogni forma diconoscenza. Il custode Fabbri avevaraccolti dal cestino questi “appunti”, gettati via prima della partenza diRenato Serra per il fronte, da cui non sarebbe tornato, il 20 luglio del 1915,colpito alla fronte sul Monte Podgora, a 31 anni. Gli inediti furono pubblicatinell’ordine in cui erano stati trovati: “Un amore vero”, “Un dovere necessario”,“Kant, La legge morale”. Nel numero successivo di aprile c’erano anche i suoiappunti di storia su Cavour e Garibaldi e le personalità in contrasto delnostro Risorgimento con una conclusione straziante sulle analisi della Sig.raNazari. Sono appunti a matita :”Bisogna scendere in fondo a queste anime esentire quanto siano state abbeverate di amarezza”. Una delle impressioni piùprofonde: non creavano con gioia. Non siparla della gioia volgare dei nostri: mancava a questi anche la gioia dellavoro. Garibaldi: fra i sospetti, le ombre. Cavour, le imperfezioni. Mazzini,la lagrima. Non si è mai finito con loro e con l’Italia” . Serra stava preparando per la Casa Laterza untesto sulla Ragion Pratica di Immanuel Kant nell’ambito di una proposta di Benedetto Croce. Sulla tomba di Kant a Kònisberg,ora Kaliningrad, è la sintesi della sua visione della vita: “Il cielo stellatosopra di me, la legge morale dentro di me”. Serra ha compreso che per Kant lavera rivoluzione copernicana non è quella scientifica della conoscenza intellettuale, ma delledecisioni che sono alla base di ogni comportamento, la legge del dovere. “Dovere,nome sublime e grande”, per Kant. E’ la legge incondizionata della vita in cuivi si riassume ogni senso. Renato Serra vi aggiunge “necessario”, il dovere necessario quando si è chiamati a darela vita per la patria. Sono le pagine ultime dell’esame di coscienza di unletterato sulla passione che non è inutile: non è la passione estetica di unletterato, che mira al bel gesto, e nemmeno quella di un giovane che si lasciaalle spalle un amore vero che non gli sarà concesso di vivere, quello per FidesGalbucci, promessa ad un altro (…almeno una volta nella vita, un amore vero…). Oltrele illusioni. E’ la passione sofferta e cosciente dell’andare insieme, di chicammina, marcia verso un destino ignoto insieme ad altri sconosciuti chediventano fratelli nella prova decisiva, davanti alla quale è soltanto il silenzio, non ci sono più parole:“Così, marciare e fermarsi, riposare e sorgere, faticare e tacere, insieme,file e file di uomini che seguono la stessa traccia, che calcano la stessaterra, cara terra, dura, solida, eterna, ferma sotto i nostri piedi, buona peri nostri corpi. E tutto il resto che non si dice, perché bisogna esserci e allora si sente, in un modo che le frasidiventano inutili…Ma io vivo in un altro luogo: In quell’Italia che mi èsembrata sorda e vuota, quando la guardavo soltanto: ma adesso sento che puòessere piena di uomini come son io, stretti dalla mia ansia e incamminati per la mia strada, capacidi appoggiarsi l’uno all’altro, di vivere e di morire insieme, anche senzasaperne il perché, se venga l’ora”. La lettera che scrive alla signora dopoessersi scusato per la frettolosità negli ultimi giorni, in partenza per ilfronte, si chiudeva: ”Chissà se ci accadrà più di fare una chiacchieratainsieme. Questa volta dovrebbe essere proprio la buona. Si va via contenti conla certezza di andare incontro a una sorte, qualunque essa sia, degna e cara,per un dovere necessario”.

Altri hannocercato di dire di questo silenzio nella prova finale, prima di tutti LudwigWittgenstein, viennese, dalla parte opposta, che è prigioniero a Montecassino,che dopo avere scritto che quand’anche la scienza avesse risolto tutti i probleminon avrebbe risolto il problema del senso della vita con la conclusione che diciò di cui non si può parlare si deve tacere e davanti agli occhi restano gliorrori della guerra provata in Galizia e sul Carso, orrori di fronte ai qualinon c’è giustificazione economica al punto da dovere donare ogni suo bene e vivere in povertà. E poi c’è Jean Paul Sartre, dopo unaseconda più tragica guerra, che pone alla base del suo umanesimo della libertàesistenziale: ci può essere una libertà da tutto che sia una libertà pertutti? Ci può essere un uomo che siacome tutti gli uomini? La sua parola d’ordine è che l’uomo è ciò che si fa.

Oggi, nella crisi italiana ed europea , al di là diogni “ Je suis Charlie”, bisogna gettareponti , costruire, abitare e pensare nello stesso tempo: costruire ciò che siabita, abitare ciò che si pensa, pensare ciò che si costruisce. Dobbiamoriunire i frammenti di una perdita di senso, come ai tempi di Renato Serra.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 27, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 27, 2017 @ 10:07 am
  •   In The Categories Of : Politica Nazionale

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