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Realismo cesenate

     Giugno 28, 2017   No Comments

di Orlando Piraccini

Come è noto, nell’immediato secondo dopoguerra Cesena è stata al centro della vicenda artistica nazionale. Il merito va ascritto non ad una “scuola cesenate”, mai come tale esistita (anche se ancora qualcuno si ostina a parlarne), ma ad un manipolo di giovani pittori autenticamente militanti (nel senso di una loro presa d’atto del ruolo che l’artista doveva svolgere per la rinascita del paese uscito distrutto dalla guerra), capaci d’imporsi nell’area vasta del movimento realista del tempo. Che poi ciò sia avvenuto in loro piena autonomia, anche se non certo in aperto distacco, dalla prospettiva di lotta che per l’arte Renato Guttuso andava allora postulando, è un dato altamente significativo. Non v’è dubbio, infatti, che il micidiale anatema togliattiano del ’48, riferito agli artisti della mostra bolognese della “Alleanza della Cultura”, abbia condizionato proprio l’approccio alla pittura dell’ala realista romagnola: del ravennate Giulio Ruffini su tutti, ma anche, appunto, dei giovani emergenti di Cesena, Alberto Sughi, Giovanni Cappelli, Luciano Caldari e, nelle adiacenze, Osvaldo Piraccini, Obes Gazza, Gaudio Serra, Italo Riciputi. Qui sta tutto il valore di un’esperienza che merita oggi d’essere in pieno illuminata. Perché i pittori cesenati (ma anche altri nella sfera padana), in tempi di illusioni ideologiche e di certezze esibite dalla retorica della cultura nazionale popolare, seppero riconoscere che una moderna pittura realistica non poteva che fondarsi su una nuova coscienza morale della realtà, nella quale proprio l’arte non poteva che compromettersi intimamente con la vita. Saranno poi i percorsi artistici individuali a dimostrare che a Cesena si era prodotto allora qualcosa di veramente originale: da un comune sentire e vivere intimamente la realtà, si era alimentata una nuova figurazione, una nuova espressività nutrita di esistenza e di sentimento. Il fatto strano sul quale, credo, non si può tacere è che su questo “episodio massimo” del Novecento artistico cesenate non esistono (incredibile a dirsi!) che tracce sporadiche ed assai poco significative nelle civiche raccolte. Se ne potrà discutere sul perché di tali carenze, ma rimane il fatto che è al sistema museale regionale e nazionale (ma anche al collezionismo privato) che si devono dunque attingere le prove di tale eccellenza: sono d’antologia, ad esempio, certe opere sulle tematiche resistenziali di recente ritrovamento, come quelle di Caldari a Marzabotto con Il Dolore della madre per il figlio caduto, o di Cappelli a Ferrara con la Rappresaglia nella Bassa, o di Piraccini con i Partigiani nelle saline di Cervia, sempre nella città estense, o di Sughi a Bologna con i Martiri della libertà. Di quel tempo a Cesena rimane più memoria che pittura. Una memoria che però meriterebbe anch’essa d’essere indagata a fondo. E’ noto che giovani pittori, nella difficile stagione della ricostruzione, hanno prestato la propria creatività a tante feste della Liberazione o del Lavoro, e quel fatto andrebbe rivisitato oggi, mentre di nuovo l’arte prova a misurarsi direttamente con la realtà. Allora viene spontaneo domandarsi: cosa sarà rimasto di quella straordinaria ‘officina d’arte’, e dove saranno finiti cartelli e cartelloni, manifesti e locandine che a decine furono dipinti in quei lontani anni ’50 da Sughi e dai suoi compagni di militanza figurativa? Fu, insomma, arte effimera, “a perdere” come si direbbe oggi? Andata inesorabilmente perduta, riciclo dopo riciclo, oppure qualche frammento di quella pittura si conserva ancora? Ma dove? L’invito è ai “reduci” di quella stagione, militanti dei sindacati, dei partiti, delle associazioni: se qualcuno ricorda, se qualcuno sa, agevoli la ricerca. Potrà così contribuire a risarcire Cesena di uno dei più bei capitoli della sua (artistica) storia.

  •   Published On : 4 anni ago on Giugno 28, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 11:59 am
  •   In The Categories Of : Cultura Società Economia

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