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Quanto ancora deve durare un siffatto PD?

     Giugno 26, 2017   No Comments

“Penso che il PD richiami una storia dimezzata (Togliatti cancellato, Nenni dimenticato, Berlinguer ricordato solo per la questione morale, Craxi disprezzato, i laici accantonati, i soli da ricordare sono DeGasperi e Moro). Penso anche che il PD non abbia una base politico-culturale comune: tutte le componenti stanno insieme perché ritengono che solo così possono costituire una forza politica in grado di competere con la destra. Ed è per questo che anch’io penso che lavorare e operare per disgregare il PD, quando a sinistra c’è solo SEL (Di Pietro è di destra e Rifondazione Comunista giustamente è niente), è una follia.” Emanuele Macaluso è lapidario anche in questo giudizio intervenendo sulla querelle aperta da Scalfari contro quelli che nel partito vogliono proporre di trasformare il PD in un partito socialdemocratico sullo schema del partito socialista europeo. La proposta e la querelle non sono nuovi nel PD. Che continuino significa che nel PD non hanno, a distanza di anni, risolto minimamente il problema tutt’altro che irrilevante di avere “una base politico-culturale comune”. Il che spiega la preminente “non politica” del PD, che lo annovera a pieno titolo fra quanti sono espressione e soggetti attivi del declino della politica e dell’impoverimento della classe dirigente politica che si registra nel nostro paese. A noi interessa moltissimo la vicenda ed il dibattito che si svolgono a sinistra perché annettiamo una importanza straordinaria per lo sviluppo democratico del paese che vi sia una “sinistra democratica”, occidentale e moderna. Obiettivo lungi ancora dall’essere raggiunto e nemmeno tanto perseguito con l’impegno che avrebbe richiesto soprattutto da parte di coloro che provengono dal vecchio PCI. Sono le ragioni per le quali dedichiamo da tempo spazio al dibattito sulla sinistra anche in queste nostre pagine. Per monitorare le idee ed il confronto che si muovono all’interno della sinistra e per cercare di scorgere qualche buon segnale ed indirizzo che volgano laddove sarebbe auspicabile approdasse una evoluzione della sinistra italiana che invece procede a rilento ed in mezzo a notevoli convulsioni. Le divisioni profonde dentro la sinistra e dentro il PD hanno strapazzato i governi di Romano Prodi. Dire che, a sinistra, sono portatori di un comune programma di governo è un azzardo. Sulle diverse questioni, da quelle economiche a quelle istituzionali a quelle relative ai diritti civili, per citare alcuni ambiti problematici, non hanno una posizione comune che sia una. Ciò si è manifestato a iosa, su vari fronti ed in modo eclatante. Non ultimo con le primarie. Che quando non sono truccate e teleguidate come avvenuto in molte delle nostre realtà locali (sicura eccezione Forlì) hanno sortito sorprese molto significative, vedi le primarie che ci sono state in Puglia, a Milano, molto prima a Firenze, a Napoli, a Cagliari ed in ultimo proprio in questi giorni a Genova. Dove una donna, Sindaco uscente della città, un’altra donna parlamentare anch’ella del PD e un esponente di Sinistra e libertà si sono misurati in primarie vinte da quest’ultimo. Fa anche specie notare, lo diciamo di sfuggita, che abbiano perso le due signore, pur essendo in auge il tema caro delle “quote rosa” e della supposta qualificazione che ipso facto ne deriverebbe alla politica, e altrove, da una maggiore presenza femminile. Sulle quali cose indubbiamente conveniamo, anche se consideriamo che la pochezza della politica non si indaga precipuamente su questo crinale e su quello astratto delle “quote”, ma sulla mancanza di capacità, di competenza e di merito che trascendono le appartenenze di genere, ma riguardano nella loro generalità gli individui. Insomma anche Genova prova la confusione del e nel PD. Che peraltro i sondaggi dicono che se si andasse a votare adesso potrebbe anche vincere le elezioni. L’unica certezza è che continueremmo a non essere governati neanche in futuro. Il dramma è che la stessa certezza si ha anche se tornasse al governo lo stesso centrodestra di oggi. Non è un caso che si sia arrivati al governo Monti di fronte a simil politica nazionale. Eppure i partiti sono necessari per la vita democratica. Ma se forti di comunanza culturale al loro interno, se portatori di visioni di società e di sviluppo che non siano un semplice collage arlecchinesco di boutades e di tatticismi. Una sinistra democratica forte è il partito che ci vorrebbe e che ci piacerebbe ci fosse. Frutto di quella positiva contaminazione culturale tanto richiamata ma non avvenuta e neppure perseguita a modo fra le culture che allo scopo presentavano e presentano maggiore contiguità. Ma secondo noi c’è qualcosa che stride, che continua a stridere, sulla quale ci interroghiamo da tempo senza purtroppo ricevere e trovare risposte serie con un certo nesso, ben oltre a quell’infarcitura di slogans triti e ritriti che non danno il senso di niente. Di certo sotto il profilo della cultura politica. Altrove invece ne danno e chiaro e dopo diremo. Non si tratta di banalizzare, ma vogliamo semplificare: cosa hanno in comune gli ex Pci, “evolutisi” in PDS e poi in DS, con gli ex democristiani, proprio quelli con i quali più erano alternativi e che quando si incontravano su qualcosa era solo perché interpretavano “i ladri di Pisa” tanto per “rubare” insieme la notte? Fosse a dire che lo tsunami politico intervenuto negli ultimi venti anni è stato tale da avere fatto emergere, con nuove realtà ed esigenze, anche nuovi gruppi dirigenti dei partiti: una condizione che avrebbe aiutato e reso possibile, forse, quella contaminazione che si diceva. Ma non è andata così. Anzi! Guarda caso nel PD – quella “fusione fredda” fra ex comunisti (DS) ed ex democristiani (Margherita) – i gruppi dirigenti sono ancora gli stessi, i medesimi che erano dirigenti di partiti non solo antagonisti fra loro, ma proprio fra loro alternativi. È qualcosa che ci ha sempre sconcertato e della quale con fatica potremmo venirne a capo. Ci disorienta. Ci passano alla mente non solo i nomi dei dirigenti nazionali da D’Alema a Bersani a Franceschini, alla Bindi; ci passano davanti agli occhi i nomi dei dirigenti locali del PD (che conosciamo benissimo): stanno nello stesso partito quelli, fra i quali, non c’era soluzione di accordo alcuno neppure su questioni amministrative pur estranee a condizionamenti di tipo ideologico; che fra loro se ne sono dette e fatte di tutti i colori. E oggi sono nel medesimo vertice del medesimo partito. Qui c’è più imponderabilità delle stesse vie del Signore, che pure sono infinite. È chiaro che se un gran senso non c’è, come dicevamo, sul piano culturale e politico, un senso di sicuro c’è su un altro piano. E a quello adesso facciamo menzione. Il cemento di unità di quei gruppi dirigenti, quello maggiormente sbandierato sul piano politico di facciata è stato l’antiberlusconismo. È ancora cemento di unità. Vestito di rimasuglio ideologico quando si dice “destra” ( tenendo però sempre associato il berlusconismo così da aggettivare il termine e così da non incorrere nella generalizzazione troppo rigida – ancora insita nei peones sinistresi – che dopo non capirebbero più certe cose. Ad esempio che la destra prima erano proprio quelli con i quali adesso ci si trova nel medesimo partito; o più recentemente per consentire di avere anche approcci con Fini che prima era il più destrorso pensabile e adesso non più. Il berlusconismo aiuta a fare anche questi distinguo.) Ma al di là di questo il senso ed il nesso di maggiore sostanza a noi sembrerebbe un altro. Il centrodestra berlusconiano, vincendo molte elezioni nazionali ed anche regionali e locali, ha messo a rischio o potrebbe mettere a rischio il sistema di potere di quei vecchi partiti. Perché di sistema di potere si può e si deve parlare, aggregato e associato sia agli ex comunisti, sia agli ex democristiani. Ecco un solido cemento di unità: difendere i propri sistemi di potere dalla possibile incursione del “nuovismo” della seconda repubblica. Altro che contaminazione culturale! Un solido compromesso di interessi. Su questo gli “ex” si stringono e si aiutano reciprocamente. Possono litigare ma ne vengono sempre in qualche modo a capo. Ed è questo il loro preminente interesse di fondo. Che li tiene uniti veramente. La politica è sovrastruttura. È superfetazione. Molto tatticismo per darsi un ruolo, magari per vincere insieme le elezioni. Fondamentale per il sistema di potere da difendere ed incrementare. Il consociativismo della prima repubblica fra democristiani e comunisti non è disperso, così, nella seconda repubblica del maggioritario e del bipolarismo bastardo. Tutto a scapito della politica, del governo (diciamo infatti governo, non mera gestione); della comune base politico-culturale. E si vede appunto nel merito delle politiche di governo per l’economia, per il rinnovamento sociale. Nel merito delle questioni della vita civile, dei diritti che non trovano adeguate soluzioni legislative. Su tutto questo il PD, la sinistra, marcano divisioni, contrasti. Non c’è una comune proposta e una comune politica. Bersani risponde a Scalfari e dice che il PD ormai ha una sua identità e “non è in cerca di Dna”. Del tipo che non si impedisce a nessuno di aprire bocca e di spararle come vuole. Che fosse questa la ricerca che a Genova scatenava una contro l’altra le due candidate del PD che si accusavano di rappresentare l’establishment e di stare con i poteri forti? ” I fatti ci dicono – è ancora Emanuele Macaluso ad affermarlo – che il confronto fra i candidati del PD non è mai svolto su linee politiche che riflettono orientamenti diversi…in tutte le primarie comunali e regionali, lo scontro non si è verificato sulle scelte amministrative, ma sulla politica generale, sulle qualità dei candidati, da squalificare per presunti legami con i poteri forti e meno forti, inquinati o no”. Quanto deve durare questo PD fatto di compromessi di interessi e di nessuna vera contaminazione culturale fra culture politiche le più prossime tra loro? Quanto deve durare che anche questa situazione continui a rendere la politica sempre più debole invece che rilanciarla? Bisogna dare forza ai partiti se si vuole fare migliore e più sviluppata la nostra democrazia. Ma occorrono partiti veri. Nulla è più come prima. I tempi sono cambiati. Non si torna ai partiti di prima, ma comunque occorrono partiti forti per i nuovi tempi. Per evolvere in questa direzione si deve agire sul terreno della cultura politica, delle rinnovate classi dirigenti. Occorrono solide visioni, forti comunanze culturali; occorre la contaminazione di rinnovate omogeneità culturali. A noi pare che il PD sia distante da questi obiettivi e da questo processo. Altrove non è meglio, ma è questo fronte che più ci interessa convinti come siamo di quanto sarebbe benefica una “sinistra democratica”, occidentale e moderna, per il nostro paese. A questo proposito nutriamo da tempo immemorabile oramai attese troppo spesso andate deluse. Quanto deve durare ancora un siffatto PD e quindi una siffatta sinistra? Prima o poi il dibattito a sinistra dovrà pure prendere di petto queste questioni, questi interrogativi, questi chiarimenti. Diversamente non si rilancerà la politica, ma si trascinerà la pochezza. Ci permettiamo di incunearci così nella discussione a sinistra, perché riteniamo che i dibattiti veri sono quelli che prendono di petto le questioni vere.

Altrimenti c’è uno svolazzare, interessante sicuramente, ma intorno. Ai margini.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 26, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 26, 2017 @ 10:15 pm
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