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Quale Romagna?

     Giugno 28, 2017   No Comments

di Oliviero Widmer Valbonesi

Sarà perché le vicissitudini della vita mi hanno portato a nascere, vivere e studiare a Ravenna, spo-sarmi a Cesena, lavorare e fare politica nelle istituzioni di Forlì. Sarà perché in gioventù ho fre-quentato le estati riminesi e professionalmente ho seguito an-che alcune categorie di impren-ditori privati di quella provincia consorziati in cooperative, sarà perché la cultura repubblicana mi ha insegnato fin da piccolo i principi della libertà e dell’indi-pendenza inseriti nel contesto europeo e che il cosmopolitismo avrebbe portato conoscenza, pace,e fratellanza fra i popoli. Sarà perché sono nato a San Zaccaria, esattamente a quindici chilometri da Ravenna, da Cesena e da Forlì e mio compaesano è stato il Prof Icilio Missiroli, che fu Sindaco repubblicano di Forlì e padre dell’idea di integrare i servizi idrici della Romagna con la diga di Ridracoli, poi realizzata dal sindaco Zanniboni. Sarà per tutti questi motivi che non mi sono mai appassionato al campanilismo sfrenato che è il tratto fondamentale degli abitanti della Romagna e che ha impedito una vera integrazione in reti di servizi territoriali. A San Zaccaria non si era di San Zaccaria, ma si abitava in “su o in giù” a seconda che si abitasse a sud o a nord della via Palavese, il cui confine era la mezzeria della strada. Si era di borghetto 1° o borghetto 2°, e ci si sfidava in gare di calcio e di atletica. Quando mi sposai andai a vivere a Diegaro e anche lì c’era Diegaro 1° e Diegaro 2°. Ricordo che i castiglionesi si sposavano tra di loro, e che il matrimonio fra castiglionesi di Ravenna e di Cervia, divisi solo dal fiume Savio, era una rarità. Ricordo che dovendo ristrutturare i circoli repubblicani, presenti in tutte le .frazioni romagnole, e fare il circolo nuovo a Carpinello, lungo la via Cervese, la proposta di fondere le due sezioni e cooperative di Carpinello e Villa Rotta distanti non più di un mezzo km trovò, non ostacoli, ma un muro: Villa Rotta non sarebbe mai finita sotto quei “braghir” presuntuosi di Carpinello, per cui rimasero due sezioni e due circoli.

Lo hanno fatto poi in questi giorni, mantenendo i due circoli e fondendo le cooperative. Ricordo che non è mai corso buon sangue tra Riccione e Rimini, tra Milano Marittima e Cervia, tra Bertinoro e Forlimpopoli. Potrei proseguire con mille esempi anche professionali per dimostrare che questa vena campanilista è stato il tratto distintivo dei romagnoli, e che l’immagine della Romagna compatta era più una protesta contro il predominio di Bologna che una cultura acquisita dell’integrazione. Da sempre ho creduto che prima bisognasse fare i romagnoli e poi la Romagna, ma questo non mi ha mai impedito nella mia attività politica e professionale di portare avanti la cultura di un’area integrata che può essere un grande momento di sviluppo per le future generazioni. Ho deciso di raccontare attraverso i dibattiti, gli scritti, i documenti, gli studi e la conoscenza diretta dell’economia dovuta alla mia attività professionale – che mi ha portato a dirigere e coordinare due strutture politico-sindacali di livello romagnolo: il coordinamento delle Leghe provinciali delle cooperative romagnole, e il coordinamento di tutte le sigle imprenditoriali dell’autotrasporto romagnolo – ciò che vado ripetendo da circa quarant’anni, per mettere in evidenza come una classe politica egemone abbia scialacquato quest’idea in nome del campanilismo o del puro calcolo politico contingente, come ha fatto il PCI_PDS_DS_PD che, in condizione di omogeneità politica e di partito di maggioranza relativa, è sempre stato succube della politica regionale senza mai veramente perseguire l’unità sistemica della Romagna; o come il Mar che, attraverso l’on. Servadei, ha tentato l’idea secessionista della Romagna cercando di impossessarsi di una tradizione repubblicana che alla Costituente, con il sen. Spallicci, aveva sostenuto l’idea della regione Romagna ma non come secessione, bensì nell’ottica di uno Stato Federale.

Questa battaglia fu, poi, abbandonata quando fu chiaro che lo Stato non sarebbe stato federalista, accettando l’emendamento Mortati che aveva previsto un iter preciso per la costituzione di nuove regioni. In due dibattiti, uno alla sala Zambelli della Camera di Commercio e l’altro nella trasmissione televisiva Ping Pong presso l’emittente Teleromagna quando avevo controbattuto le ragioni di Servadei argomentando le ragioni per cui in tempi di globalizzazione la battaglia per l’introduzione di nuove regioni era sbagliata. Portai in televisione anche un documento recuperato in emeroteca da cui emergeva che, quando Spallicci faceva la battaglia autonomistica per la Romagna, l’on. Servadei, segretario del PSI di Forlì, partecipò ad un convegno regionale a Castrocaro e probabilmente vota un documento dove si sosteneva che la regione Romagna non si doveva fare e che la regione doveva chiamarsi Emilia e basta, togliendo quella pari dignità che il trattino assegnava alla Romagna e che solo il prestigio del repubblicano Ciro Macrelli impose alla Costituente.

Quella che segue e un po’ la mia storia nelle istituzioni e nell’ambito professionale, attraverso le prese di posizione che in quarant’anni ho assunto per discutere i problemi dell’integrazione della Romagna e dell’intero territorio romagnolo. Comincerò dagli anni Ottanta, quando la condizione economica e sociale di assoluta crisi portò i repubblicani di Forlì ad entrare in Giunta col PCI e il PSI ponendo precisi punti programmatici d’integrazione d’area, già elaborati nel convegno programmatico “Forlì anni ’80”. Ricorderò quel periodo attraverso una polemica che ebbi molti anni dopo con Alessandro Guidi, socialista, ex-presidente della Provincia di Forlì, il quale cercò di spacciare quello che un vero evento storico,vista l’avversione reciproca fra comunisti e repubblicani in Romagna, come un atto di sottopotere e non come una necessità dovuta alla grave crisi del territorio forlivese. Fui io stesso a leggere il programma a nome della maggioranza. In quel programma c’erano chiari riferimenti al ruolo di programmazione che doveva svolgere la regione e alla politica di riequilibrio verso la Romagna che occorreva fare attraverso un’infrastrutturazione di area metropolitana romagnola. Riporto la parte infrastrutturale e, nelle note, il programma integrate. A dieci anni dall’insediamento delle regioni esaminai, con una relazione all’hotel della Città di Forlì, il quadro di riferimento regionale proposto dalla Giunta di Lanfranco Turci, alcuni convegni sugli statuti per, poi, passare a quel prima dibattito con Servadei. Pubblico anche alcune relazioni che svolsi professionalmente come coordinatore delle Leghe provinciali delle cooperative della Romagna e come coordinatore del Comitato Romagnolo dei Trasporti ,che comprendeva tutte le organizzazioni della Romagna del settore trasporti, per arrivare ai giorni nostri dove sta, nascendo la Provincia di Romagna sulle ceneri delle tre province Ravenna, Forlì-Cesena e Rimini, che io considero un errore, individuando in alternativa un percorso che dia funzioni forti, strumenti di integrazione, risorse e dignità costituzionale alla Romagna proponendo la Città Metropolitana Romagna. Nelle note riporto anche documentazione di un convegno fatto dieci anni fa sui distretti culturali, dove già individuavamo la Romagna come possibile distretto culturale capace di portare cultura e sviluppo in tutto il territorio, tenendo legate le proposte in un unico progetto culturale e turistico. Oggi la candidatura di Ravenna capitale europea della cultura avrebbe sicuramente un altro appeal e buone chances di riuscita.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 11:46 am
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