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Poche parole, poche idee, poca democrazia

     Giugno 26, 2017   No Comments

di Giovanni Poletti

Scrive Gustavo Zagrebelsky, dal quale ho mutuato il titolo di questo mio intervento, che essendo la democrazia una convivenza basata sul dialogo, il mezzo che permette il dialogo, le parole, deve essere oggetto di una cura particolare in quanto numero e qualità. Il numero di parole conosciute e usato è direttamente proporzionale al grado di sviluppo della democrazia: poche parole, poche idee, poche possibilità, poca democrazia. Quando il nostro linguaggio si fosse rattrappito al punto di poter pronunciare solo sì e no, saremo pronti per i plebisciti e quando conoscessimo solo i sì, saremmo nella condizione del gregge che può solo obbedire al padrone.

Affinché il dialogo democratico sia onesto, le parole non devono essere ingannatrici: le parole devono essere precise, specifiche, dirette; poche metafore ed un basso tenore emotivo accordano la massima capacità interpretativa all’interlocutore. Occorre lasciar parlare le cose attraverso le parole e non certo far crescere le parole con e su altre parole: il profluvio logora e confonde. Le parole devono rispettare il concetto e non corromperlo altrimenti il dialogo diviene ingannevole e fraudolento.

«I luoghi del potere sono per l’appunto quelli in cui questo tradimento si consuma più che altrove, a cominciare proprio dalla parola “politica”».

L’abbondanza, la ricchezza intrinseca delle parole è dunque una condizione della possibilità del dominio sul reale, diventa strumento del potere politico. Per questo – secondo la particolare prospettiva di Zagrebelsky – è necessario che la conoscenza, il possesso e la padronanza delle parole siano esenti da qualsiasi discriminazione e garantiti da una scuola uguale per tutti.

Un segnale ulteriormente determinate in tal senso, relativo cioè al grado di democrazia e, in senso lato, della qualità della vita pubblica può essere desunto dalla “qualità” delle parole, dal loro proprio stato di salute, da come sono utilizzate, da quello che riescono ad evocare e significare. Tutti possiamo verificare quotidianamente che lo stato di salute delle parole è quanto meno preoccupante: la loro capacità di indicare con esattezza “cose” e “idee” è gravemente menomata e compromessa.

Scrive Thomas Stern Eliot nel quinto tempo dell’ultimo dei suoi Quattro quartetti: […] Ed ogni frase e periodo che sia giusto / (dove ogni parola sia nel suo clima, / e si disponga nel verso a sostener le altre, / la parola non esitante e non ostentata, uno scambio facile del vecchio e del nuovo, / la comune ed esatta parola senza volgarità, / la parola formale precisa e non pedante, / la perfetta compagna che danzi insieme a te) […].

Gianrico Carofiglio nel suo La manomissione delle parole cita Socrate, negli ultimi istanti della sua vita, quando confida a Critone: «Tu sai bene che il parlare scorretto non solo è cosa per sé sconveniente, ma fa male anche alle anime»; il “parlare scorretto” e la progressiva perdita di aderenza delle parole ai “concetti” e alle “cose” è un fenomeno sempre più diffuso, in forme diverse occulte e sottili ovvero palesi e drammaticamente evidenti e visibili.

Le parole sono state consumate dalla politica, estenuate, svuotate da un uso eccessivo e soprattutto da un abuso consapevole. Programmaticamente, la politica ha distolto, separandolo da esse, il significato dalle parole. Funambolismi verbali infarciti di neologismi e termini presi a prestito da altre lingue o da ambiti extra disciplinari concorrono a divaricare sempre più il discorso dal contenuto e, di conseguenza, dall’aderenza al reale.

Dobbiamo reclamare il senso, la consistenza, il colore, il suono, l’odore delle parole. Dobbiamo avere il coraggio di “manomettere” le parole, “rompendole” per “ricostruirle”. Come scrive Carofiglio: «[…] La parola manomissione ha due significati, in apparenza molto diversi. Nel primo significato essa è sinonimo di alterazione, violazione, danneggiamento. Nel secondo, che discende direttamente dall’antico diritto romano (manomissione era la cerimonia con cui uno schiavo veniva liberato), essa è sinonimo di liberazione, riscatto, emancipazione. […] Solo dopo la manomissione, possiamo usare le nostre parole per raccontare storie».

Solo allora parole come “democrazia”, “progetto”, “visione”, “bellezza”, “cultura” potranno tornare a significare ciò che una storia millenaria ha depositato in esse; solo allora la politica potrà tornare a ricongiungere coraggiosamente e onestamente il piano delle idee a quello dei programmi a quello concreto dei risultati, in una parola le “idee” alle “cose”.

Solo allora potremo tornare ad essere custodi e garanti della nostra democrazia, vigilando su di essa da cittadini consapevoli dei propri doveri, ma anche e soprattutto dei propri diritti.

Le parole significano, circostanziano, circoscrivono, descrivono, evocano, ricordano, le parole sono non solo «il mezzo che permette il dialogo», ma il dialogo stesso, in esse forma, contenuto e significato si fondono in un’unica compagine che non può e non deve lasciare spazio ad interpretazioni fuorvianti ed ambigue: l’esattezza e la precisione devono tornare ad essere parametri ponderabili e non semplici variabili in quell’assurda e assordante equazione priva di soluzione che spesso, troppo spesso, la politica impone ai cittadini.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 26, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 26, 2017 @ 10:43 pm
  •   In The Categories Of : Opinioni

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