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Per sistemi di “governo comunitario”

     Giugno 28, 2017   No Comments

di William Casanova

In una Commissione Salute pubblica e volontariato della Fondazione Cassa di Risparmio di Cesena è stato presentato di recente un interessante documento dell’ACRI “Le Fondazioni e il Welfare”. Nel documento si evidenziano tre sfide per riformare il welfare: misurare l’efficacia ed efficienza dei modelli di intervento, superare il carattere “risarcitorio” del sistema di protezione sociale e infine concorrere alla creazione di sistemi di “governo comunitario”. Se le prime due sfide possono essere già ben presenti nell’operatività degli organi chiamati ad indirizzare e a finanziare le molteplici iniziative del territorio la terza può diventare davvero il punto di svolta nel modello di governo della comunità locale. E’ in gioco la realizzazione del principio di sussidiarietà circolare, che da oramai 15 anni è entrato nel dibattito di esperti e studiosi sul futuro dello stato sociale ma stenta a decollare con applicazioni pratiche e incisive.
Enti pubblici, imprese di tutti i tipi, società civile organizzata devono definire tra loro, in condizioni di parità, le regole per arrivare alla programmazione degli interventi. Progettare insieme per cogliere in modo più efficace i bisogni emergenti del nostro territorio. E’ questa la strada da percorrere che sembrerebbe agevole se guardiamo i dati della nostra Provincia, ricca di organismi consultivi e di una rete fatta di associazionismo e cooperazione che concorre all’animazione dei vari settori sociali. Il problema è quello di rendere effettiva una partecipazione senza ridurla all’acquisizione di un parere spesso inutile rispetto a scelte già definite e incontrovertibili. E’ la necessità di recuperare una democrazia di tipo deliberativo, così come fu affrontata qualche anno durante la settimana sociale dei cattolici di Pisa e Pistoia.
Scegliere il principio di sussidiarietà circolare non è facile, perché richiede uno sforzo importante da tutti gli attori in gioco: le istituzioni, le Fondazioni, i soggetti erogatori di servizi devono rivisitare e “bilanciare” i propri strumenti di programmazione sul versante dell’ascolto. Il sistema delle imprese deve aprire al valore della gratuità la propria disponibilità e misurare la propria responsabilità nei confronti delle società civile. Il terzo settore deve recuperare la sua funzione di promozione accantonando il proprio ruolo di supplenza nei confronti delle carenze di Stato e Enti Pubblici.
Solo così potranno decollare interventi efficaci, consulte e organi di partecipazione attivi, nuovi progetti dei servizi, un accompagnamento serio dei giovani nel mondo del lavoro, nuove alleanze educative, un riutilizzo del patrimonio esistente a beneficio delle nuove povertà. Ci sono tante buone pratiche vicino a noi che possono essere moltiplicate facilmente sul territorio. Penso al progetto “bottega-scuola”, promosso e finanziato attraverso un accordo partecipato di Confartigianato e Fondazioni locali, che dovrebbe essere replicato in tutti i Settori economici. C’è bisogno sicuramente di un metodo di lavoro e il documento ACRI fornisce già degli spunti interessanti su come avvicinarsi al welfare di comunità (orientamento all’innovazione e all’estensione del servizio). Penso che ci sia bisogno anche di una cornice di valori, presupposto necessario per non credere che una buona tecnica organizzativa ci faccia uscire dalla crisi economica. Prendo a prestito le parole di Papa Francesco, che si sta caratterizzando per una visione dialogante pienamente inserita nelle sofferenze di una società che ha smarrito il senso della vita:
a) Il tempo è superiore allo spazio, principio che ci aiuta a lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati e senza privilegiare gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi. Se si vive così il proprio impegno sociale e politico non possono prevalere l’attaccamento al potere o visioni parziali della società;
b) L’unità prevale sul conflitto: accettare il conflitto e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo. Chi governa e chi amministra risorse in un territorio non rappresenta solo gli interessi dei propri elettori o soci ma quelli di tutta la comunità;
c) La realtà è più importante dell’idea: l’idea, staccata dalla realtà, origina nominalismi inefficaci. Quante volte rischiamo di pensare ad iniziative che soddisfano l’immagine, la partecipazione numerica ma non incidono nel tessuto sociale con risposte efficaci?
d) Il tutto è superiore alla parte: il bene comune è un prodotto, non una sommatoria. Non si deve essere ossessionati da questioni limitate e particolari, bisogna allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi.
Sono quattro principi che possono aiutare tutti gli attori in pista per far crescere la nostra comunità, favorendo una partecipazione sempre più qualificata alle scelte strategiche dei prossimi anni.
I problemi sul tappeto sono molteplici: il lavoro, l’economia, la politica, la solidarietà… Il nostro paese sta vivendo un momento di crisi economica molto forte, con manifestazioni evidenti come la disoccupazione giovanile, conseguenza di un’economia in sofferenza; la crisi dello stato sociale, con politiche dei tagli crescenti ai sostegni garantiti nel passato e non più compatibili con gli obiettivi della finanza pubblica, la mancanza di equità fiscale con conseguente indebolimento tra le fasce deboli della popolazione e le famiglie.
Per uscire da un modello di welfare ancora troppo sbilanciato sulla fase assistenzialistica, occorre promuovere e valorizzare il protagonismo delle persone e della società civile. La democrazia partecipativa, la sussidiarietà circolare e una nuova visione di bene comune sapranno costruire e sostenere una comunità che sta tenendo nonostante la crisi.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 12:03 pm
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