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Per rimettere in moto l’Italia dosi massicce di buona politica

     Giugno 27, 2017   No Comments

di Davide Giacalone

Il corpo produttivo d’Italia è forte. Un po’ ammaccato, troppo a lungo trascurato, ma resta forte e capace di battere la concorrenza nei mercati globali. Quel che decade in modo impressionante è il sistema nervoso. Non solo la classe politica, ma quella dirigente in generale. Anziché una corsa alla grandezza è aperta da troppo una corsa alla miseria. Quel sistema nervoso malandato danneggia il resto, appesantendolo e colpendolo alle gambe. Talora induce alla disperazione. Ma resto convinto che rimettere in moto l’Italia, consentire a quella che corre di non avere zavorra, è non solo possibile, ma anche facile. Occorrono, però, dosi massiccie di buona politica. Occorre la capacità di creare consenso attorno a scelte che devono comunque essere compiute, ma che il tempo sprecato rende sempre più gravose. Mentre la demagogia un tanto al chilo non riesce certo ad evitarle, ma è capace di togliere loro gli effetti positivi.

Prendete il tema dell’occupazione. La disoccupazione giovanile, nella fascia d’età 15-25, ha superato il 40%. In quell’età i giovani che non lavorano sono, naturalmente, assai di più, ma fra quelli che cercano di farlo il 40% rimane fuori. A loro, come ai disoccupati di ogni età, dobbiamo dire che: a. senza ripresa non ci sarà lavoro; b. con una ripresa dello zero virgola i disoccupati aumenteranno. I giovani che un lavoro lo hanno trovato, intanto, che sia stabile o temporaneo, devono subire una pressione fiscale smodata e una pressione contributiva destinata a pagare il costo di pensioni che loro non avranno mai.

Le conseguenze di quella condizione, sia in termini economici che di riconoscimento democratico, sono talmente devastanti da imporre di rimettere in discussione anche i diritti acquisiti. Lo so che è una bestemmia, ma è ipocritamente incosciente far finta che non sia così. La teoria dei diritti acquisiti (in sintesi: chi ha è giusto che se lo tenga e per gli altri si tratta di conquistarlo) ha retto finché è stata realistica la speranza degli esclusi di potervi accedere: oggi le protezioni offerte agli altri non mi tutelano, ma spero di trovarmi domani fra i protetti. Con la riforma delle pensioni è stato sancito che non è così: puoi fare quello che vuoi, puoi avere successo quanto ti pare, o, all’opposto, puoi rimanere indietro quanto ti capita, ma le protezioni dei pensionati odierni non le avrai mai. E fin qui, ci si può anche stare. Il fatto è che devi comunque pagare per mantenere i diritti acquisiti degli altri. E’ questo uno dei fattori che rende non competitivo il Paese, uno degli elementi che tiene alto il costo del lavoro (pur essendo basso il salario), contribuendo alacremente a far crescere la disoccupazione.

Il nostro è un Paese in cui la metà del prodotto interno lordo è dato da spesa pubblica, e in cui un lavoratore protetto, anche dalla spesa pubblica (nella quale rientra la cassa integrazione), si trova in ogni famiglia. Più o meno. Questo fa sì che i diritti acquisiti ancora redistribuiscano ricchezza, visto che i nostri legami familiari non sono certo paragonabili a quelli anglosassoni. I nonni aiutano i nipoti, i padri aiutano i figli a loro volta divenuti genitori. Mano a mano che i più vecchi moriranno, però, ai più giovani resta la povertà e viene a mancare il trasferimento. La teoria dei diritti acquisiti, quindi, è la premessa della negazione dei diritti. Reggeva con l’economia in crescita, mentre si schianta in una così lunga recessione.

L’opinione pubblica è colpita da alcune pensioni, che non solo sono atrocemente ricche, ma anche multiple. Una vergogna. Ma pochi considerano che più del 90% delle pensioni attualmente in pagamento sono sproporzionate rispetto al capitale versato. La differenza ce la mettono quelli che non avranno la pensione, se non ridotta a spiccioli. E’ il massimo dell’ingiustizia. La soluzione non è tagliare le pensioni ricche (se frutto dei versamenti fatti sono meritate), ma, in modo proporzionale, quelle più ricche del dovuto. Ripeto: so che è una bestemmia. E so anche che la Corte costituzionale è pronta a bocciare ogni passo in tal senso. Ma, agendo in questo modo, non tutelano i diritti collettivi, bensì solo quelli dei garantiti.

Chi, fra le forze politiche, di destra e di sinistra, di sopra e di sotto, ha qualche cosa da dire a quel 40% di disoccupati? Biascicano cretinate del tipo: è un problema centrale, una priorità, si deve intervenire, c’è una generazione persa e così via vaniloquiando. Si obietta che nessuno ha il consenso necessario per porre un problema di questo tipo. Perché nessuno ha lucidità e idee: si riducano le pensioni parlamentari in pagamento, portandole subito ai contributi versati; valga la stessa cosa per la magistratura e l’alta burocrazia; così come anche per tutto il settore dell’impresa pubblica; poi si avrà la forza e la dignità per modificare il resto. Oppure no, restiamo a palloccolarci nel nulla, così queste cose le faranno dopo averci commissariato.

Sul piano politico si fa finta di credere che la stabilità sia un valore in sé, ripetendo anche che il peggio della crisi è alle spalle e c’è la luce in fondo al tunnel. Invece il pericolo è ancora enorme. Intatto. Ma non nel posto dove credono che sia. Quello Letta è l’ennesimo governo che s’impicca, e si lascia impiccare, ai parametri bilancistici. Il chiodo cui hanno attaccato la corda, questa volta, è il 3%. Limite al deficit sul prodotto interno lordo. Già il solo pendere da quel chiodo è un affronto alla ragionevolezza, perché su quel punto siamo fra i primi, e forse i primi della classe: dal 1995 a oggi, con la sola eccezione del 2009, gli unici in costante avanzo primario; in questi anni gli unici ad avere pagato la metà degli interessi sul debito con soldi dell’avanzo, mentre tedeschi e francesi, giusto per usare due riferimenti, hanno pagato tutto creando nuovo debito. C’impiccano ad una forca che dovrebbe essere un podio. Perché?

Intanto perché abbiamo una classe dirigente imbarazzante. Inutile cercare il modo elegante per dirlo: non sono all’altezza. Poi perché abbiamo due enormi debolezze, che da sole risucchiano qualsiasi merito nell’amministrazione dei bilanci: a. un debito pubblico troppo alto; b. lo sprofondare in recessione mentre gli altri già si ripigliano. Su questi fronti c’è il vero pericolo, anche perché se l’economia non cresce il debito non è sostenibile. Da qui le degradazioni già subite e quelle in possibile arrivo, che lo rendono ancora più caro, quindi sempre meno sostenibile. Agli italiani si dovrebbe spiegare in che consiste il problema, in modo da avere il consenso per affrontarlo. Invece si cincischia su iva e imu, che sono bruscolini. Persi, per giunta.

Negli anni della crisi il nostro debito pubblico è cresciuto assai meno di quello di altri. Ma questo dato racconta solo un aspetto del problema. Se una famiglia s’indebita, ma con quei soldi compra casa, o la ristruttura, o compera cose utili, da una parte rinuncia a ricchezza futura, ma dall’altra ne acquisisce subito più di quanta potrebbe permettersene. Va bene. Il dramma del nostro debito è che cresce senza contropartita. Cresce alimentando sé stesso. Il deficit lo facciamo con il debito. Per non finire stritolati si devono fare due cose: abbatterlo con delle dismissioni e aumentare la produttività. La prima cosa significa: vendere. Se i debiti di una famiglia superano la capacità di reggerli, se per pagare gli interessi si rinuncia a mangiare è ora di vendere gli orecchini della nonna. E in fretta, prima che servano a pagare interessi.

La seconda cosa significa diminuire il costo del lavoro, il che, ancora, vuol dire bloccare i salari e tagliare il cuneo fiscale. Significa far scendere le pretese del fisco, cosa che possiamo permetterci solo riducendo la spesa corrente, quindi le dimensioni dello Stato. Fa paura sentirlo? Fa assai più paura non farlo, perché poi paghi senza avere nulla in cambio. Produttività significa avere la pubblica amministrazione interamente digitalizzata, risparmiando sui costi; la giustizia amministrata in tempi certi, e chi se ne frega delle proteste di avvocati e magistrati; poche regole per l’impresa; pochi vincoli burocratici; una scuola selettiva; la riorganizzazione degli enti locali e lo smantellamento del nuovo (micidiale) titolo quinto della Costituzione. Tutti dolori e sacrifici? Ma quando mai: sono piaceri e liberazioni. Se facessimo queste cose potremmo anche ricordare che la Germania le fece (meritoriamente) in deficit. Per cui quel chiodo va rimosso, come fu rimosso per altri, cui noi non siamo inferiori. Ma se non ci sbrighiamo, se restiamo immobili, si apre la botola e il cappio si stringe.

Il corpo forte, di cui parlavamo all’inizio, ci consente di credere che facendo quel che è necessario si riprenda in fretta a produrre ricchezza, in questo modo lenendo le ferite sociali. Ma il sistema nervoso guasto tendere a rinviare, ignorare, mistificare. E’ quello il sabotaggio collettivo che ostacola la rimessa in moto dell’Italia. Esserne tutti consapevoli è la prima cosa necessaria per liberarsene.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 27, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 27, 2017 @ 9:43 am
  •   In The Categories Of : Politica Nazionale

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