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Per l’occupazione giovanile e la crescita economica

     Giugno 28, 2017   No Comments

di Guido Piraccini

Come può crescere un paese in cui quasi la metà dei giovani ultratrentenni è del tutto priva di un mestiere?

La generazione dei giovani di oggi vive una condizione parti-colare, per non dire unica. Nessuna generazione precedente ha mai avuto un tenore di vita così alto, tanta libertà personale, tanta protezione da parte dei genitori, tanta indulgenza da parte degli insegnanti, tanta attenzione da parte dei media. Ma nessuna generazione è mai stata così drammaticamente dipendente dalla famiglia: il benessere dei giovani è in gran parte frutto del lavoro dei genitori, perché loro, i giovani, di lavoro ne trovano ben poco e quando lo trovano spesso è precario, quasi sempre sottopagato. Ma perché siamo arrivati a questo punto?

Sicuramente una parte di responsabilità sta nel fatto che l’apparato produttivo non è stato capace di riconvertirsi, abbandonando le produzioni tradizionali a favore di quelle ad alto valore aggiunto: di qui sia un rallentamento della crescita, frenata dalla concorrenza dei paesi emergenti accompagnata da una scarsa domanda di lavoro ad alta qualificazione (ingegneri, biologi, fisici, ricercatori, scienziati…). Ma l’altra parte consistente di responsabilità è nostra che, attraverso i partiti e sindacati, abbiamo edificato un sistema per garantire il lavoro, l’inamovibilità, la pensione ai più organizzati fra noi. Siamo noi che, nella scuola e nella università, abbiamo permesso che si abbassasse drammaticamente l’asticella del livello degli studi, trasformando le istituzioni un tempo funzionanti in vere e proprie fabbriche di ignoranza. E siamo sempre noi che, nella famiglia, invece di fare i genitori ci siamo trasformati a poco a poco nei sindacalisti della nostra prole, sempre pronti a batterci perché venga loro spianata la strada verso il nulla. Questo nostro comportamento ha determinato, ovviamente, ulteriori drammatiche conseguenze. L’offerta del lavoro, il capitale umano dei giovani, ossia il loro sapere e saper fare, in Italia è bassissimo. L’analisi del problema ci pone di fronte a una dura realtà. Su 100 giovani ultratrentenni solo 40 hanno un mestiere in senso proprio, ossia un diploma tecnico-professionale (29 per cento) o un’istruzione universitaria completa (11). Gli altri si dividono in due gruppi principali. Il primo (16 per cento) è quello dei giovani «semistruiti», che dopo l’obbligo hanno frequentato corsi più o meno professionalizzanti ma corti: scuole professionali di 2-4 anni, senza accesso all’università, corsi di laurea triennali. Il secondo gruppo (44 per cento) è quello dei giovani del tutto privi di un mestiere: giovani che si sono fermati alla licenza media o addirittura a quella elementare (34), giovani che hanno fatto un liceo e si sono perduti nell’università, senza conseguire nemmeno una laurea triennale (10). Un dramma di cui nessuno parla e che pone una seria ipoteca sul futuro dell’Italia: come può crescere un paese in cui quasi la metà dei giovani ultratrentenni è del tutto priva di un mestiere?

Inoltre, è bene conoscere che nel confronto internazionale i nostri giovani si distaccano da quelli della maggior parte dei Paesi avanzati non certo perché più colpiti dalla tragedia della disoccupazione, ma più precisamente per la ragione opposta: perché ritardano enormemente il loro ingresso nel mercato del lavoro. Nei Paesi normali ci si laurea intorno ai 22-23 anni, e si comincia a lavorare relativamente presto, spesso contribuendo al bilancio familiare e alle spese dell’istruzione, che non sono basse come da noi. In Italia ci si laurea tardi, spesso in prossimità dei 30 anni, e si comincia la ricerca di un lavoro a un’età in cui negli altri Paesi si è accumulata una cospicua esperienza professionale. E quel che è ancora più drammatico è che, nonostante la loro relativa assenza dal mercato del lavoro, i giovani italiani sono molto indietro nei livelli di apprendimento già a 15 anni, e hanno maggiori difficoltà a conseguire una laurea, per quanto a lungo ci provino. E infatti la gioventù italiana un primato ce l’ha: è quello del numero di giovani perfettamente inattivi, in quanto non lavorano, né studiano, né stanno apprendendo un mestiere. Nel contesto Europeo il Comitato delle Regioni dell’Unione Economica Europea sta predisponendo un progetto-pacchetto per l’occupazione giovanile. Il Fondo Sociale Europeo ha già predisposto finanziamenti per progetti finalizzati ad aumentare l’occupazione dei giovani. Le comunità locali, compreso il Comune di Cesena si stanno impegnando in progetti relativi a politiche del lavoro per i giovani. Io spero e confido che il nuovo Governo abbia la determinazione di mettere in campo politiche sul lavoro concrete per esempio:

Studio e lavoro: in Italia vi sono scarse opportunità di acquisire esperienza di lavoro durante il periodo formativo; persiste, infatti, una cultura – unica in Europa – che ancora separa nettamente il momento formativo da quello lavorativo (solamente il 10 per cento dei ragazzi coniuga il percorso di studi ad una qualche esperienza lavorativa).

Istruzione: occorre contrastare l’abbandono scolastico ed aumentare il livello complessivo di istruzione (molti giovani lasciano la scuola troppo presto): 6 milioni di giovani tra 18 e 24 anni hanno terminato solo gli studi obbligatori; l’80% dei giovani tra 25 e 29 anni ha completato il ciclo di studi secondario superiore. Inoltre, il sistema educativo dovrebbe essere pertinente ed in funzione del mercato del lavoro; da qui l’importanza del rapporto stretto tra le istituzioni educative e il mondo del lavoro.

Politiche dal lato dell’offerta: i servizi pubblici per l’impiego non svolgono a pieno l’essenziale ruolo di mediazione/formazione; un ruolo importante da rafforzare dovrebbe essere quello di raccogliere, analizzare e diffondere regolarmente informazioni attendibili e tempestive sul mercato del lavoro giovanile che può facilitare e favorire l’incontro tra domanda e offerta di lavoro.

Barriere dal lato della domanda e regolamentazione: il contratto di apprendistato dovrebbe assumere un ruolo centrale nell’attuale contesto occupazionale. In altri termini l’obiettivo principale da conseguire è quello di far diventare l’apprendistato il modo tipico di ingresso nel mercato del lavoro dei giovani con l’integrazione tra apprendimento ed esperienza, limitando l’utilizzo fraudolento di fattispecie di lavoro “autonomo” o para-subordinato e superando la segmentazione del mercato del lavoro. Anche se tutto questo non basta. Sono convinto, infatti, che nessuna riforma cambierà davvero le cose se anche noi, tutti noi, giovani e adulti, non ci renderemo conto che un intero modo di pensare, un’intera mentalità tipica del nostro paese è giunta al capolinea. Continuare come in passato non è più possibile. Far credere ai giovani che potranno godere degli stessi privilegi della nostra generazione significa solo prolungare l’inganno che ci ha condotto alla situazione attuale.

Una situazione retta da un patto scellerato fra due generazioni: la generazione dei padri e delle madri, iperprotettiva e per nulla esigente, e la generazione dei figli, spensierata finché l’età e le risorse familiari glielo consentono, e disperata quando deve cominciare a marciare sulle proprie gambe. Abbiamo il dovere di cominciare a fare un vero bilancio e ad affrontare a viso aperto i nostri figli. I quali hanno tutto il diritto ad entrare in un mercato del lavoro più dinamico e più equo, in cui ci siano più opportunità e l’inamovibilità dei padri non sia pagata dalla precarietà dei figli. Ma hanno anche il diritto di sapere quel che finora gli abbiamo nascosto: che studiare sotto casa, poco, male, e irragionevolmente a lungo conforta le loro mamme ma non spiana loro alcuna strada.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 11:45 am
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