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Per il futuro che l’Italia merita

     Giugno 27, 2017   No Comments

di Davide Giacalone

Per ragionare seriamente di politica, per provare a individuare una via d’uscita dal vicolo recessivo nel quale ci siamo cacciati, si deve partire dai fatti. Dai numeri. Dalla realtà. Altrimenti si resta nel mondo della fantasia e si parla di cose inesistenti. E lo dico in premessa: ho provato a dare corpo ad un’iniziativa politica, non mollo, proprio per niente, ma abbiamo il dovere di dirci la verità sul Paese che ci circonda. Sembra che le parole abbiano perso il loro reale significato, sicché vi propongo dei numeri, in modo che ciascuno possa dedurne quel che crede. Il governo sostiene che a partire dall’anno prossimo si tornerà a crescere. Mi domando se leggono i documenti che firmano. E prima di sintetizzarne il contenuto chiedo un accordo sulla logica: se quando si precipita si riesce, ad un certo punto, a rallentare la caduta, è certamente un fatto positivo, ma se si va in giro a dire che s’è cominciata la risalita s’accede all’arte dell’imbroglio. La Nota di aggiornamento del Def (Documento di economia e finanza), presentata dal governo, lascia pochi margini ai dubbi: l’anno in corso si chiuderà con una recessione più forte del previsto (-2,4 anziché -1,2, quindi il doppio, in negativo) e l’anno prossimo non sarà di ripresa (era previsto un + 0,4) ma di ulteriore recessione (-0,2). Il prodotto interno scende, diventiamo più poveri e non vedo come si possa sostenere che questi dati dimostrino il vicino inizio della ripresa. Ce ne sono altri, ancor più crudeli. I consumi si ridurranno del 2,6 quest’anno e dello 0,7 nel 2013. Quindi più del pil (tenetelo a mente, perché i conti devono tornare), mentre la spesa delle famiglie scenderà, a fine 2012 del 3,3%. Il Def prevedeva che gli investimenti fissi lordi scendessero del 3,5, invece scendono dell’8,3. Nel campo di macchinari e attrezzature siamo a -10,6. Come premessa alla ripresa, non c’è male. La disoccupazione arriverà al 10,8 nel 2012 (un punto e mezzo più del previsto, al netto del fatto che queste percentuali sono certamente sottostimate, dato che non sono contabilizzati i lavoratori che non lavorano, ma percepiscono parte del salario), sarà all’11,4 nel 2013, all’11,3 nel 2014 e nel 2015 giungerà ad uno 0,1 più di quest’anno. Alla faccia della ripresa. L’indebitamento netto continuerà a crescere, mentre il pareggio di bilancio nel 2015, in queste condizioni, ce lo scordiamo. Tanto che è previsto, per quell’anno, un deficit dell’1,4%. Il rapporto debito-pil è di 126,4 quest’anno, sarà 122,9 nel 2015. Tradott ci saremo svenati per restare allo stesso punto. Nel frattempo, se non saremo riusciti ad ottenere una diversa contabilizzazione della stabilità, o una forma qualsiasi di federalizzazione del debito, saremo saltati. Dove vanno a finire i nostri soldi, dove quelli dei consumi che si contraggono più della ricchezza? Eccoli: la pressione fiscale cresce quest’anno di 2,2 punti, rispetto al 2011, per crescere ancora nel 2013. Scusate la carrellata di numeri, ma servono per dire che non tutte le opinioni sono ammissibili. Nel senso che non è lecito raccontarli come se documentassero la ripresa. Ci aspettano anni duri, sicché è lecito chiedersi se la cura adottata è quella giusta. E non lo è. L’”agenda Monti”, ammesso che qualcuno sappia cosa questa espressione significhi, è il mero mantenimento dell’esistente, prefigurante un progressivo impoverimento. Il professore è certamente più presentabile di una classe politica degradata e degradante, ma la sua ricetta non funziona. Se davvero vogliamo parlare di ripresa, senza per questo strologare di rivoluzioni internazionali e uscite dall’Europa, dobbiamo mettere potentemente mano a tutto quello che non si sta facend dismissioni di patrimonio, abbattimento del debito, diminuzione della pressione fiscale, deburocratizzazione, liberalizzazioni, concorrenza, meritocrazia. L’Italia che corre ed eccelle esiste ancora, ed è grazie a quella che ci reggiamo in piedi. Ma va scatenata, va lasciata libera, ben oltre quel che fu. Se, invece, ci picchiamo di praticare la politica del salasso fiscale, sorretto da uno stucchevole e disonesto moralismo colpevolizzante (con l’Agenzia delle entrate che ci ruba un miliardo di sola iva non dovuta, con il soldo tolto a chi lo consumerebbe per darlo a chi lo fa evaporare), allora sia chiaro che quei dati sono una inesorabile condanna al declino. Di cui fa parte, del resto, l’uso falso delle parole. E veniamo alla questione politica: perché l’evidenza dei numeri non scatena una reazione appropriata? Perché l’inconsistenza delle forze politiche non apre spazi a idee e formazioni nuove? Perché manca una società civile che sappia non solo avere coscienza dell’interesse collettivo, ma anche solo difendere il proprio portafogli. C’è una borghesia agiata che si crede smagata, in realtà è sterilizzata: non considera che il mondo possa essere diverso da quel che è, non crede a nessuno che si proponga di cambiarlo e guarda come patetici i tentativi di farlo. Quella borghesia, di riffo o di raffo, vive alle spalle della spesa pubblica. E vive bene. Così anche una fetta rilevante dell’imprenditoria: ci sono aziende già fallite, da nessuno salvate, altre che boccheggiano, impoverite da una terra senza credito e con pagamenti eternamente rinviabili, specie se pubblici, ma c’è anche l’imprenditoria che punta a far accordi con i governanti di turno, che ancora drena ricchezza dalla spesa pubblica, che ha bisogno di mercati protetti, altrimenti non sa competere. Ci sono tante famiglie ridotte alla povertà, che dovrebbero essere il terreno su cui far fiorire la rivolta. Ma si tratta di sottoploretariato culturale, allevato all’idea che il successo consista non nel lavorare, ma nel sistemarsi, non nel produrre, ma nel consumare, che per i propri figli sogna un posto in un format televisivo. Gente che ancora spera di avere qualche briciola cadente dalla torta che fu, quindi portata a proteggere i propri affamatori. E gli altri? Sono la maggioranza: quelli che si alzano la mattina e lavorano, si guadagnano il pane, che pagano troppe tasse (sebbene non tutte), sono i più. Ma su di loro pesa la maledizione di non credere che il mondo possa cambiare, che possa esistere una proiezione pubblica, costruttiva, del loro disagio. A questi ho provato a proporre di rompere quel maleficio. Ho presentato idee e soluzioni, per rimettere in modo una regione, la Sicilia, che non deve dipendere dai trasferimenti dal nord, che non deve prendersi per le chiappe, sostenendo di star mantenendo il nord, e che può correre, se solo si libera dai fantasmi del passato e dai ladri del presente. Il tessuto attorno s’è subito chiuso. Il mercato regionale dell’informazione ha provveduto a cancellare. Quello nazionale è interessato solo a nefandezze o inutili esaltazioni (possibilmente dei morti ammazzati). Per mia e nostra incapacità e dilettantismo abbiamo raccolto quasi mille firme, per presentare le liste, ma abbiamo cercato di farlo nel rispetto delle regole. Risultat chi le ha violate totalmente (ad esempio facendo firmare moduli in bianco, autenticati da pubblici ufficiali in falso ideologico) è considerato regolare, mentre chi le ha onorate, ma non è stato capace di rispettare le scadenze (per colpa nostra e perché la regola è nata per essere violata), è considerato irregolare. Non mi rammarico per la partita elettorale, che consideravo, fin dal primo minuto, una pisacanata.Non intendo mollare, anzi rilancio, a livello nazionale. Ma sarebbe sciocco non comprendere la lezione: fin quando non si sarà capaci di far intendere la situazione reale e i suoi rischi, fin quando ci saranno, sulla bilancia, solo il benessere esistente e la paura del futuro (cieca, irragionevole, quindi pericolosa), sarà più forte l’istinto della conservazione. Dobbiamo romperlo non per trovare posto a noi stessi, che non cerchiamo e non troveremo, ma per consentire all’Italia di avere il futuro che merita. Non quello che si prepara.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 27, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 27, 2017 @ 9:37 am
  •   In The Categories Of : Politica Nazionale

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