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Paese alla deriva. Una classe politica al tramonto

     Giugno 27, 2017   No Comments

di Sandro Gozi*

Un paese alla deriva che naviga a vista, un presidente del consiglio impresentabile e un’intera classe politica al tramonto. Desolante e preoccupante lo scenario politico italiano. Ancora più preoccupante è che il microcosmo politico e mediatico romano sia totalmente concentrato su tatticismi e re-troscena, quando non si occupa della porno-politica di Palazzo Grazioli. I Palazzi romani sprofondati nell’immobilismo, con un par-lamento bloccato da una maggioranza aritmetica a cui non corrisponde nessuna azione politica ed ormai nessun rispetto dei veri umori dell’elettorato nel Paese. Fuori dai palazzi, invece, troviamo forti segnali di risveglio civile e nuovi spazi d’iniziativa politica anche per forzare il Parlamento ad uscire dalla sua inerzia. Se ammesso dalla Corte, il referendum abrogativo del famigerato “porcellum” e di ritorno al “mattarellum” può diventare la miccia per nuovi sviluppi politici. Sviluppi di vario tipo. Innanzitutto, attorno al movimento referendario nel centrosinistra possiamo ritrovare le ragioni e gli obiettivi di un vero e grande Partito Democratico. La scelta bipolare e maggioritaria potrebbe spingere ad una nuova fase costituente del PD. Un partito ormai “troppo vecchio” per essere considerato ancora un’ipotesi ma “abbastanza giovane” per tentare nuovi esperimenti politici riformandosi in vista della Terza Repubblica. Attorno alla scelta referendaria, è possibile costruire il vero PD: un grande partito di centrosinistra aperto alle forze laiche, liberaldemocratiche, ambientaliste e radicali. Allo stesso tempo, a destra, è prevedibile che il dopo – Berlusconi sarà occupato dalla costruzione di una sorta di sezione italiana del Partito Popolare Europeo. Facile capire in quale schieramento si collocherà Casini e anche quale sarà la fine del Terzo Polo che in realtà non è ancora realmente nato. Già, “dopo- Berlusconi”, si diceva. Ma quel momento non è ancora arrivato. Occorre fare i conti con il Cavaliere sotto assedio, occorre capire quale sia l’alternativa politica possibile. E soprattutto l’UDC non potrà continuare a tenersi aperte due alternative opposte ancora per lungo tempo. Non potrà farlo proprio grazie al referendum, che può avere tre effetti tutti importanti. Il primo è quello di tornare ad un sistema elettorale maggioritario al 75%, con i vecchi collegi uninominali. Un ritorno che renderebbe più difficile di altri fattori la conferma di un’alleanza PDL e Lega, che spingerebbe PDL, SEL e IDV ad accelerare la costruzione di un “nuovo Ulivo” e renderebbe probabilmente meno decisiva la scelta dell’UDC. Proprio per tutti questi, ed altri, motivi è possibile che a destra e al centro si cercherà in tutti i modi di evitare il ritorno al referendum. Le vie sono due: riformare la legge elettorale in Parlamento, provocare le elezioni anticipate per rimandare il referendum all’anno successivo. Ed ecco che ci avviciniamo al contingente. Posto che oggi a Roma nessuno è in grado di prevedere quali saranno gli sviluppi politici nei prossimi mesi, dobbiamo chiederci come uscire da un’impasse politica che sta preoccupando tutti i nostri partner europei e internazionali, da Washington a Nuova Dehli. E purtroppo, l’unica condizione necessaria – anche se non sufficiente – cioè le dimissioni di Berlusconi, non sembra ancora all’ordine del giorno. Intendiamoci bene: non è certo Berlusconi la sola causa della crisi economica, sociale e politica in cui ci troviamo. Ma è altrettanto evidente a tutti l’incapacità dello stesso Berlusconi di compiere azioni serie e concrete per affrontare questa triplice crisi. Così come è evidente a tutti, con la solita eccezione di Putin, il totale isolamento in cui l’Italia oggi si trova nel mondo a causa delle vicende personali e della irrilevanza politica dello stesso Berlusconi. La vicenda libica, il tripudio con cui sono stati accolti a Tripoli Sarkozy e Cameron è solo l’ultima prova più evidente a tutti dell’irrilevanza dell’Italietta berlusconiana. Torniamo alla principale allora, torniamo all’unico fattore di cambiamento possibile: il referendum. Un cambiamento che potrebbe diventare sistemico e che segnerebbe, assieme all’uscita di scena di Berlusconi, anche il definitivo fallimento di una classe dirigente che, a destra come a sinistra, si sta aggrappando alla giostra della Seconda Repubblica ormai in stato di decomposizione avanzata per fare l’ultimo giro. E che potrebbe veramente portare ad una scomposizione e ricomposizione bipolare del sistema politico, di cui dovrebbe essere protagonista una nuova classe dirigente, proveniente dalla politica e dalla società civile, a cui spetterebbe il compito di realizzare le riforme di cui si parla inutilmente da venti anni e di ridare all’Italia un ruolo politico internazionale. Riforme che, solo per fare alcuni esempi, dovrebbero riguardare le forze più vive ed escluse della società italiana: donne, giovani e immigrati. Ciò significa superare l’attuale discriminazione tra garantiti e non garantiti nel mercato del lavoro, rivedere le pensioni all’insegna della flessibilità e della libera scelta dell’età pensionabile, in un range tra i 62 e i 69/70 anni, favorire il lavoro regolare degli immigrati e riconoscere agli stessi i diritti di cittadinanza. Riforme dello Stato, da riorganizzare interamente su base regionale, superando l’attuale assetto provinciale, abolendo le province e valorizzando al massimo le autonomie e le associazioni comunali (risparmio di 14 miliardi di euro). Riforme che prendano atto dell’insostenibile lentezza e inefficacia del sistema parlamentare, abolendo il Senato e introducendo un sistema monocamerale, con un’Assemblea di 600 parlamentari (circa 1 parlamentare ogni 100.000 abitanti) e una rappresentanza dei Consigli regionali per discutere delle materie di interesse regionale. Riforme che impongano la democrazia interna di partiti e che riducano gli attuali finanziamenti ai partiti limitandoli veramente ai soli rimborsi elettorali (vera riduzione dei veri costi della politica). Un’Italia riformata, che ritrovi così un suo ruolo e una sua credibilità in Europa, nel Mediterraneo e in nuovi assetti globali in cui avremo voce in capitolo solo come europei. Tempo fa, riferendosi alle difficili riforme da varare nei vari Paesi europei, il Primo Ministro lussemburghese Jean Claude Juncker disse: “tutti sappiamo cosa bisogna fare, ma nessuno di noi sa come farsi rieleggere dopo averlo fatto”. Io temo che per l’Italia lo scenario sia ancora più cupo, che la crisi sia destinata ad aggra-varsi. E che dovremo ricostruire sulle macerie di questo venten-nio. Anche tanti di noi entrati da pochissimo nella politica e nei partiti, sappiamo benissimo quali sono le riforme da fare. Il problema è riuscire a farsi eleggere, o rieleggere, per farle davvero. Riuscire dove ha fallito l’attuale classe dirigente. Riuscire a rilanciare un Paese che merita molto di più e molto meglio di quello che la politica ha dato fino ad oggi. E’ il vero, forse l’unico, senso del rinnovamento della politica.

*Deputato PD

 

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 27, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 27, 2017 @ 9:33 am
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