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Mazzini e la sinistra solidale

     Giugno 28, 2017   No Comments

di Riccardo Caporali

Quella della sinistra è prima di tutto una crisi di princìpi. Si è molto confusa, la sinistra, intorno ai princìpi, dopo la vittoria del liberismo capitalista. Spesso la sinistra ha fatto la cosa peggiore: ha abbandonato i propri princìpi, o li ha confusi con quelli della destra. Ha accettato l’egemonia ideologica della destra: valga, per tutti, l’esempio nefasto del blairismo. Quando si accetta l’assunto che le ideologie sono finite, si accetta la subalternità alla ideologia dominante, che riesce e proporsi (in quanto tale, in quanto dominante) come verità naturale e universale. Oggi occorrerebbe invece quella «riduzione verso il principio» della quale parlava il grande Machiavelli: quando un organismo politico appare in declino, è necessario risalire a quei «cominciamenti» ideali e reali che lo hanno generato; si deve tornare alla propria originaria identità culturale per saggiarla, per tentarla con la realtà della crisi, così da valutare quanto ancora serve e quanto va rinnovato, all’altezza di sfide e tempi nuovi. E allora, nel caso della tradizione repubblicana, non sarebbe male ripartire proprio dal suo fondatore. Mazzini ritiene che primo principio sia «l’Uguaglianza», la lotta contro «la funesta», contro «l’ingiusta ineguaglianza». Bisogna fare dell’uguaglianza una sorta di comandamento «divino», un imperativo etico, «conseguenza inevitabile dell’Unità del genere umano». Non è un marxista, Mazzini, non c’è bisogno di ricordarl dice che le teorie del socialismo e del comunismo sono forse «buone in sé» e accettabili da quanti «appartengono alla Fede del Progresso» ma appaiono «esagerate, esclusive» nei loro mezzi di applicazione; è contro l’abolizione della proprietà privata e contro la lotta di classe, che considera «il più grave dei delitti sociali»; rivolge alle teorie socialiste critiche talvolta superficiali sul piano dell’economia politica (non è, del resto, propriamente un economista), ma non manca di intuizioni rilevanti, specie là dove denuncia che una totale abolizione della proprietà finirà per produrre una nuova casta di padroni-burocrati, pronti a dominare dispoticamente la gran massa degli uomini, costretti a condurre una vita da «castori». Ma Mazzini non è neanche un liberista. Le grandi rivoluzioni moderne (quella francese del 1789, quella europea del 1830) hanno avuto per protagonista la borghesia, che ha escluso dai diritti universali e dagli «immortali princìpi» la moltitudine dei lavoratori. Di questa discriminazione il «liberismo» è l’espressione sociale e culturale più forte. Il libero scambio degli «economisti», il loro «ciascuno per sé, e libertà per tutti» sancisce in realtà l’ingiusta supremazia dei più forti, perché guarda solo alla produzione, e non anche alla distribuzione dei «beni materiali». Il liberismo finge di ignorare che il gioco spontaneo della «concorrenza» in realtà esclude in via preliminare la gran massa di «chi non possiede nulla». E il risultato è una società nella quale «le sorgenti della ricchezza sociale» vanno continuamente crescendo, mentre «la sorte degli uomini di lavoro» si fa sempre «più incerta, più precaria»: e qui l’apertura al contemporaneo appare davvero impressionante, sia nella sostanza che nella forma, perfino nel linguaggio. L’uguaglianza, in economia, significa in definitiva il riconoscimento della dignità sociale del lavoro, irriducibile a rapporti privati-personalistici fra proprietari e salariati: nel grande incipit della nostra Costituzione, che proprio sul «lavoro» fonda la Repubblica democratica, Mazzini avrebbe ritrovato qualcosa di se stesso. L’«Uguaglianza», in ogni caso, va oltre l’economia, perché combatte ogni forma di discriminazione: cetuale, razziale, sessuale. Sulla donna si esprime a volte con formule tipiche del romanticismo sessista, insistendo sull’immagine retorica dell’«angiolo della casa». Ma al dunque è per l’assoluta parità civile e politica tra i sessi. E aggiunge, di più, che la Bibbia mosaica andrebbe riscritta, là dove racconta che Dio creò l’uomo e poi, dall’uomo, la donna: Dio creò «l’unica umanità», egualmente «manifestata nella donna e nell’uomo». Quella di Mazzini, insomma, è una sinistra solidale, non individualistico-liberale. Contro le discriminazioni, contro le finzioni del libero mercato, l’orizzonte è quello etico, prima che economico, dell’«Associazione», organizzazione di liberi e uguali. Alle associazioni devono ispirarsi le società operaie; e nell’associazione va coltivata l’uguaglianza dei generi, ché anzi «l’emancipazione della Donna dovrebbe essere continuamente accoppiata […] con l’emancipazione dell’Operaio». E infine, a cementare questo spirito civile associativo, la diffusione della cultura, prima di tutto attraverso l’educazione. Educazione pubblica e laica; educazione, prima e più che istruzione: perché l’istruzione fornisce conoscenze e abilità tecniche, mentre l’educazione orienta al calore del fine, alla passione dell’ideale, all’identità civile. L’educazione – scrive – «è la gran parola che racchiude tutta quanta la mia dottrina»: la democrazia stessa è, prima di tutto, «un problema educativo». Anche se ho proceduto in modo inevitabilmente sommario, credo si sia capito cosa intendo, quando parlo di ritorno ai princìpi. E perché non manchi quel tanto di polemica che è il sale dei rapporti anche tra chi si stima, vorrei concludere brevemente così: cari amici repubblicani, l’«Italian Patriot», l’«Apostolo del Risorgimento» (l’«infame cospiratore», il «brigante italiano» che riuscì ad affascinare anche i suoi nemici) si sarebbe molto arrabbiato quando, a livello nazionale, avete raccattato qualche scranno parlamentare all’ombra di Berlusconi; non avrebbe affatto pensato che Marchionne è il nuovo (e con lui il giovane Renzi): rispetto a quei due, gli riuscirebbe sicuramente più simpatico Landini, con la sua passione e le sue sacrosante intemperanze a difesa dei deboli; ma soprattutto, vi avrebbe inseguito col forcone quando, qui a Cesena, vi siete alleati con una forza politica che ai primi punti del suo programma prevedeva la discriminazione dei bambini nei nidi e nelle scuole materne: avrebbe obiettato con sdegno che «romagnoli» sono tutti i bambini che vivono qui; e che tutti i bambini, da chiunque nascano, sono cuccioli dell’unica umanità.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 11:43 am
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