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Manca il partito della borghesia produttiva

     Giugno 27, 2017   No Comments

di Angelo Pappadà

Il partito che non c’è è il partito della borghesia produttiva italiana, di coloro che sono esclusi dalla connivenza corporativa tra un’industria protetta e oligopolista, uno Stato burocratico e inefficiente, un sindacato spesso interessato alla salvaguardia del proprio potere che all’interesse vero dei lavoratori. Un partito che non c’è mai stato nella storia del Paese, unificato proprio sulla base dell’accordo tra poteri dominanti e sviluppatosi nonostante quest’accordo, sempre trasformisticamente confermato attraverso cambi di regime più apparenti che reali. I tentativi di dare voce a chi davvero aveva interesse a vivere in una società aperta e dinamicamente inserita nei grandi processi di modernizzazione dell’Occidente e poi mondiali sono tutti falliti: dal movimento mazziniano dell’Ottocento al partito d’azione del dopoguerra, al PRI di Ugo La Malfa negli anni ’60 e ’70 del secolo scors sempre la conservazione ha prevalso, sempre è uscita confermata (specie dalle urne) la santa alleanza italiana tra il privilegio e l’assistenza. A chi periodicamente si è illuso di poter almeno favorire il cambiamento è restata, generazione dopo generazione, solo amarezza e disincanto. Quante energie smarrite, soprattutto giovanili. E quante occasioni perdute per il Paese. Nel secondo dopoguerra del secolo scorso, si credeva che attraverso il cambiamento dello Stato si sarebbe realizzata la spinta per la modernizzazione della società: nuove leggi, nuovi diritti e un intervento pubblico temperato dal rispetto delle capacità imprenditoriali per fortuna abbondanti: la generosa concezione lamalfiana ben riassunta nella “Nota aggiuntiva” si è scontratta con la realtà di partiti orientati all’occupazione del potere, all’allargamento della sfera dello Stato nell’economia e nella società al mero scopo di estendere e mantenere il consens fino all’esplosione del debito pubblico negli anni’80. Dopo Tangentopoli e la crisi economica del ‘92, altra speranza delusa, il bipolarismo ci avrebbe dato finalmente maggioranze stabili e governi responsabili. E anche chi aveva partecipato alla lotta politica da posizioni di minoranza si era, di nuovo generosamente, adattato a mescolare la propria orgogliosa identità in aggregazioni più vaste e finalmente nuove, capaci di farci vivere finalmente in un Paese “normale”. Si è visto come è andata: il bipolarismo elettorale ha dato luogo a coalizioni eterogenee, non in grado di governare; lo spirito di fazione (altra costante della storia italiana), eccitato dalla figura di Silvio Berlusconi, ha superficialmente occupato la scena politica per 20 anni, lasciando però intatti (e più gravi) i problemi di fondo della società italiana. Ora, nel pieno di una crisi molto peggiore di quella del ’92, sembra essere arrivata un’altra occasione per costruire “il partito che non c’è. L’occasione è offerta dal dato di fondo della crisi: la crisi fiscale irreversibile dello Stato e la sua incompatibilità con la permanenza dell’Italia in Europa. La società italiana è ad un bivio, perché le risorse per il mantenimento dello scambio tra consenso e inefficienza sono finite: la pressione fiscale non può aumentare ulteriormente, soluzioni come la patrimoniale o sono irrealizzabili o sono inadeguate. Non resta che diminuire la spesa pubblica, ridisegnando con senso di giustizia i servizi che lo Stato eroga ai cittadini, a costi finalmente trasparenti; non resta che ridurre il perimetro della proprietà pubblica (spesso una manomorta, come lo era la proprietà ecclesiale di molta terra all’indomani dell’Unità), avviando una vera e pulita stagione di privatizzazioni. Questo è il nodo cruciale, da qui si deve ripartire per cambiare la società italiana. Non siamo più nel ’45 o nel ’62, quando la riforma dello Stato era condizione imprescindibile per la modernizzazione di tutto il Paese. Oggi si tratta di liberare lo spirito di impresa, la voglia di rischiare, la pretesa di vedere riconosciuti i propri meriti, al di fuori delle storiche reti relazionali e familiari. Senza di che, la società italiana muore, andando alla deriva nel Mediterraneo,secondo l’efficace immagine di Ugo La Malfa. Per una sinistra come sempre in ritardo (tranne forse la versione renziana, sicuramente minoritaria nel Pd attuale), si tratta di un programma di destra, neo-liberista. Ma per la destra parassitaria e illiberale è un programma demagogico. Queste reazioni ci devono convincere che è venuto il momento. Si dirà che non è possibile, che le elezioni del 2013 sono un appuntamento troppo vicino, che i costi di una partecipazione al di fuori dei partiti-contenitore della Seconda Repubblica (peraltro in via di dissoluzione, come sta accadendo al pdl e alla lega) sono al di fuori della nostra portata. Eppure, dovremmo provarci. Soprattutto noi, che assistiamo sdegnati da 20 anni, nelle nostre case e nelle rispettive professioni e mestieri, al lento scivolamento del Paese (o vogliamo chiamarlo Patria?) nella considerazione internazionale, al peggioramento della qualità della vita che conducono gli italiani, tutti, senza eccezione tra “integrati” e “cassaintegrati”. Qualcuno ha già preso iniziative coraggiose: penso a “Fermare il declino” di Oscar Giannino o alla lista “Leali alla Sicilia” di Davide Giacalone. Non possiamo prometterci un “nuovo miracolo italiano”. Ma chiamare gli italiani ad un “nuovo risorgimento” è un dovere.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 27, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 27, 2017 @ 9:38 am
  •   In The Categories Of : Politica Nazionale

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