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Maccanico: l’uomo delle larghe intese

     Giugno 28, 2017   No Comments

di Luigi Tivelli

Con Antonio Maccanico scompare un grande prota-gonista della vita istituzionale della Repubblica (per lui come per il suo amico De Caprariis, “le istituzioni sono passioni”), e la sua scomparsa matura paradossalmente proprio men-tre il suo grande amico Giorgio Napolitano si erge di fatto a quasi salvatore della Repub-blica.

L’immagine più plastica dell’arte della mediazione intelligente propria del Maccanico, che ha sempre mantenuto le doti e le attitudini originarie da funzionario parlamentare, l’ha data Enrico Cuccia, dicendo che “era l’unico uomo in grado di mettere d’accordo tra loro anche due sedie vuote”.

Maccanico superò a ventitré anni il rigoroso concorso per funzionario parla-mentare negli anni dell’Assemblea Costi-tuente e da lì intrecciò frequentazioni che andavano dai grandi uomini della Sinistra sino a Ugo La Malfa, col quale cominciò un lungo e fruttuoso sodalizio, specie dopo che fu chiamato dal leader Repubblicano all’Ufficio legislativo di quel Ministero del bilancio, agli inizi degli anni Sessanta, in cui Maccanico, insieme ad una serie di menti illuminate, lavorò alla Nota aggiuntiva.

Divenuto nel 1976, a seguito di una grave crisi del vertice dell’Amministrazione Segretario generale della Camera, cominciò per Maccanico un altro sodalizio fondamentale, quello con Sandro Pertini, prima in quanto Presidente della Camera, poi in quanto Presidente della Repubblica. E in quel settennato si esprime al meglio l’arte, propria del Maccanico Segretario generale, della persuasione, della dissuasione, della mediazione, insieme al contributo alla costruzione della figura del Presidente “più amato dagli italiani”.

Dopo i primi passi della successiva Presidenza Cossiga, per Maccanico si apre una nuova sfida, quella della privatizzazione di Mediobanca, che da Presidente condurrà in porto in poco più di un anno, muovendosi con fermezza e con stile tra pesanti interessi in gioco. Fu poi De Mita, amico e concittadino irpino di Maccanico, a chiamarlo, in qualità di Ministro delle Riforme istituzionali, nel suo Governo, e si inaugurò così la fase del Maccanico politico, con la successiva elezione a Senatore nel Pri nel collegio di Milano, e la forte ripresa del sodalizio che da Ugo La Malfa si allargò ai Repubblicani di Spadolini e di Giorgio La Malfa. Da uomo di Governo l’ho potuto vedere all’opera da vicino, anche come suo Consigliere giuridico e portavoce: rifuggiva le luci della ribalta e dalla facile pubblicità, era un “politico-formica” che lavorava a costruire man mano soluzioni e non un “politico-cicala” che spreca parole al vento come tanti di quelli che oggi conosciamo. Era però giustamente orgoglioso dei suoi successi. Da Ministro delle Poste e Telecomunicazioni nel Governo Prodi aveva condotto in porto non solo il risanamento delle Poste, ma soprattutto aveva varato la Legge di liberalizzazione delle tele-comunicazioni, giudicata dalla Commissione dell’Unione europea la più avanzata in Europa.

Ma il massimo contributo al bene della Repubblica Maccanico lo diede nella primavera del ’96, quando fu incaricato, al termine dell’esperienza del Governo tecnico Dini, di formare un governo con la mis-sione principale della riforma istituzionale, della costruzione di una vera seconda Repubblica, accom-pagnata appunto da un’appropriata ri-forma della Parte II della Costituzione. Lo Statista irpino mise in campo tutte le sue arti di persuasione e di mediazione, riuscen-do a ottenere il con-senso della Sinistra e di Berlusconi, su uno schema di riforme istituzionali e elettorali fondamentalmente vicine al modello francese. Furono gli alleati di questi, Fini e Casini, a non accettare la sfida riformatrice.

Sembra che entrambi, in momenti diversi, si siano dichiarati in parte pentiti. Maccanico, sia come uomo delle Istituzioni, sia come politico non pativa miopie ed aveva la vista presbite.

Forse se quel tentativo fosse andato in porto ci saremmo risparmiati altri quindici anni di inefficiente e improduttivo bipolarismo muscolare.

Negli ultimi tempi osservava con stupore e rammarico il degrado della vita politica e la decadenza delle classi dirigenti, e congiuntamente sentiva forte la nostalgia per la qualità e il livello della classe politica da Lui conosciuta e frequentata negli anni della costituente, pur confidando, alla luce di una consolidata amicizia sessantennale, nelle profonde risorse del suo amico Giorgio Napolitano.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 11:45 am
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