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Le imprese, la burocrazia e la politica che non c’è

     Giugno 26, 2017   No Comments

di Maddalena Forlivesi

Nella primavera del 2010, su queste stesse pagine, pubblicai alcune riflessioni sul tema dell’internazionalizzazione delle imprese e del territorio, che concludevo con queste parole: “… la crisi economica non può e non deve costringere solo le imprese ad un cambiamento radicale: da tutti ci si deve attendere il cambiamento, sia a livello nazionale che a livello locale. Questo perché, per poterne uscire bene, dobbiamo uscirne tutti insieme, uniti e coesi, pur nelle nostre diversità. Certo è che non è più tempo di un po’ di risorse a tutti, né un po’ dappertutto: occorre concentrarsi verso le priorità individuate, abbandonando completamente la logica di interventi personalistici, ma agendo sull’intero sistema. Non abbiamo più tempo!”.

Già, il fattore tempo: il 2010 appare tremendamente lontano visto dal punto di vista degli sconvolgimenti che hanno attraversato il nostro sistema economico – e non solo – in pochi anni, ma appare come se fosse ieri, in termini di persistenza di problematiche irrisolte ed incapacità di trovare risposte che ridiano slancio alla nostra economia. E così quell’articolo – da cui vorrei ripartire riprendendo le fila di alcuni temi allora trattati – appare di assoluta attualità e potrebbe essere tranquillamente riproposto oggi, senza che vi si potesse intravedere incongruenza alcuna rispetto all’attuale contesto. E questo è davvero sconcertante: siamo riusciti a sprecare anche il tempo che già non avevamo tre anni fa!

Oggigiorno, le cose cambiano molto in fretta, nel mondo e quindi anche nelle imprese, per cui – pur conservando posizioni di primato in diversi settori, dall’agroalimentare, alla moda, alla meccanica strumentale, oltre a comparti specialistici dall’alto contenuto tecnologico e di design -, sempre più spesso ci troviamo in posizione di arretramento rispetto ai concorrenti europei e anche ai paesi emergenti, il che non fa che peggiorare il nostro appeal e conseguentemente la nostra capacità di attrarre investitori esteri.

Per uscire da questo circolo vizioso di ritardi generalizzati del nostro Sistema-Paese, occorrerebbero risorse che oggi non ci sono ed alla cui mancanza si tende ad imputare la difficoltà di rimettere in moto l’economia e riattivare le leve dello sviluppo. La politica – e con essa l’intero Paese – sembrano avvitati su questo tema: ma davvero le risorse per le imprese non ci sono? E poi, è davvero solo un problema di risorse? Dando per assodato che sono complessivamente in calo, occorrerebbe però, da un lato, definirne più equamente la destinazione e ottimizzarne l’utilizzo, ma dall’altro si potrebbe agire a costo zero sulla riforma di quel groviglio burocratico che ci soffoca, che rischia di paralizzare il Paese e che già di per se stesso rappresenta uno svantaggio competitivo per le nostre imprese.

A tal proposito, leggendo i dati del ‘Rapporto 2012 sulle politiche nazionali e di sviluppo nei conti pubblici territoriali’, cioè l’analisi annuale del Dipartimento per lo sviluppo e la coesione economica delle diverse componenti della spesa in Italia, emergono elementi che qualche interrogativo dovrebbero porlo: infatti, l’andamento decrescente dei trasferimenti in conto capitale alle imprese (sia pubbliche che private), ha fatto sì che nel 2011 i contributi alle imprese si contraessero a livello nazionale del 18%. Però, mentre i trasferimenti in conto capitale alle imprese private risultano in flessione, nello stesso periodo i trasferimenti alle imprese pubbliche sono invece cresciuti del 34%, riconducendo quindi – si scrive nel rapporto – la contrazione degli incentivi esclusivamente a quelli destinati alle imprese private, con la sola esclusione del settore aeronautico.

Allora, ammettiamo che i trasferimenti dei fondi alle imprese pubbliche contemplino anche programmi d’investimento per lo sviluppo e l’ammodernamento delle infrastrutture, che il settore aeronautico sia strategico per le ricadute tecnologiche che genera a beneficio anche di altri settori industriali, però, alle imprese micro, piccole, medie o grandi che siano, ai cosi detti “driver” dell’economia, piuttosto che a quelle PMI considerate la “spina dorsale del Paese”, a quell’indotto indispensabile e funzionale a garantire la permanenza o l’insediamento sul territorio di imprese di maggiori dimensioni, a quel tessuto produttivo più vero e radicato, a cui tutti riconoscono un indiscusso ruolo di coesione sociale, in realtà chi ci pensa? Chi davvero se ne preoccupa? Chi si fa carico di dare risposte concrete e fornire strumenti tangibili in momenti drammatici come quelli che stiamo attraversando,? Quindi, il tema diventa non solo l’entità delle risorse per le imprese, ma la loro allocazione, che è una precisa “scelta” di quella stessa classe politica che alle imprese ha dedicato pagine e pagine dei propri programmi elettorali e del cui operato occorre chiedere conto.

Ma non basta. Accanto a tutto ciò, si assiste ad un curioso fenomeno di sempre maggiore burocratizzazione degli interventi cosi detti “agevolati”, di crescenti lacci e lacciuoli, che non sempre sono originati da oggettive motivazioni normative, ma più spesso appaiono come “protezionistici di un sistema” che vuole salvaguardare se stesso oltre ogni ragionevole dubbio. Ciò rende l’accesso ai benefici un vero e proprio percorso ad ostacoli, che spesso finisce per disincentivare le imprese, ottenendo quindi esito diametralmente opposto a quello che dovrebbe essere lo scopo. In un momento in cui il vantaggio competitivo delle imprese potrebbe quindi derivare a costo zero per il Paese, semplicemente da uno snellimento burocratico e da una semplificazione nell’accesso alle sempre minori risorse, paradossalmente si assiste addirittura ad un processo inverso.

Autorevoli studi di organismi sia nazionali che internazionali evidenziano chiaramente, con dati precisi, come la quantità e la complessità dei vincoli burocratici influenzino fortemente la concorrenza e la competitività delle imprese italiane, specie sui mercati internazionali, confermando altresì la indispensabilità di rimuovere vincoli che rappresentano una vera “tassa sulla competitività” per le aziende e per l’intero Paese.

La Banca Mondiale, in particolare, ha di recente presentato il rapporto “Doing Business in Italy 2013” sulle lungaggini burocratiche e giudiziarie che assillano le aziende in Italia, affermando testualmente che “così rischiano di morire”. Poco rilievo è stato dato, anche da parte dalla stampa, a questo studio che prende in esame l’efficienza delle regolamentazioni d’impresa in tredici città italiane e descrive dettagliatamente gli ostacoli che gli imprenditori devono affrontare, rapportati alle opportunità che vengono loro offerte. Nella classifica relativa alla “facilità di fare impresa” – ad esempio -, tenendo conto dei dati di 185 stati, l’Italia si colloca al 73° posto, mentre in quella per “l’avvio di un’impresa” è all’84°. Il rapporto tratta, inoltre, le controversie legali tra le aziende, esaminandone i costi, i tempi e le fasi processuali: la risoluzione di una contesa ordinaria, in Italia, richiede in media quarantuno fasi processuali, per una durata di 1.400 giorni e un costo complessivo pari al 26,2% del valore della controversia stessa. Lo stesso tipo di processo, di contro, dura in media 390 giorni in Francia, 394 in Germania e 510 in Spagna: l’Italia si colloca, perciò, solo al 155° posto nella lista dei 185 stati presi in considerazione. Sono numeri da brivido! E tutto ciò avviene in una fase economica in cui occorrerebbe favorire la ripresa e servirebbero istituzioni “amiche”, in grado di fornire un concreto supporto alle possibilità e capacità d’investimento, all’innovazione e soprattutto all’internazionalizzazione, mentre è palese la discrasia fra i bisogni delle imprese e le già poche risposte che ad esse vengono date.

Conferma ne sia una indagine svolta di recente dal Centro Studi di Confindustria (quindi dando voce agli imprenditori), la quale evidenzia che il Sistema Italia manca ancora di una rete finanziaria, di capitale umano e di istituzioni in grado di sostenere le imprese, soprattutto medio-piccole e in particolare quelle che vogliono strutturarsi sui mercati esteri. In proposito si sottolinea che i principali ostacoli all’internazionalizzazione risultano essere l’inadeguato coordinamento fra le istituzioni, l’eccessivo numero di enti che si occupano di internazionalizzazione e la loro sovrapposizione; che i fondi pubblici si disperdono in troppe iniziative di poco contenuto e valore aggiunto; che, infine, il più forte svantaggio competitivo – ancora una volta – è la burocrazia che le soffoca, anche in materia di export. Le imprese da tempo reclamano la trasformazione del sistema istituzionale ad ogni livello, rivendicando la maggiore efficienza ed efficacia di modelli come quello inglese, francese o meglio ancora tedesco, sistemi definiti “amici delle imprese”, ma da noi ancora nulla succede. Troppo forti le resistenze al cambiamento?

Di certo l’Italia è un paese refrattario a rinnovarsi, un paese che nonostante la gravità del momento, non riesce a fare un cambio di passo e soprattutto a “fare squadra”, un paese che non ha mai dato spazio alla meritocrazia, ai giovani, alle idee innovative, un paese dove troppo spesso chi detiene posizioni di potere o di privilegio di qualsiasi genere, nel settore pubblico ma anche in quello privato, non si mette mai in discussione, poiché teme di perdere lo status acquisito e quindi osteggia quel rinnovamento che, pur se indispensabile al Sistema-Paese, potrebbe minacciare i propri interessi personali o far emergere i propri limiti.

In questo contesto difficile e complesso, è arduo scegliere da dove iniziare, ma non vedo altra soluzione se non quella di ripartire dalle conclusioni cui ero giunta anche la volta precedente e con cui ho iniziato queste mie riflessioni: la crisi economica non può e non deve costringere solo le imprese al cambiamento, che pure devono affrontarlo, ma da tutti ci si deve attendere un rinnovamento, ognuno per il proprio ruolo, per le proprie competenze, per le proprie responsabilità, sempre disponibili a fare un passo indietro, se ciò è funzionale al bene comune: oggi è più che mai evidente come sia il gioco di squadra a far vincere la partita. Le “energie nuove” esistono in tutte le componenti del Paese e del territorio, allora usiamole, perchè il tempo questa volta è scaduto per davvero!

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 26, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 26, 2017 @ 10:34 pm
  •   In The Categories Of : Opinioni

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