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Le elezioni “ungono” e basta?

     Giugno 28, 2017   No Comments

Almeno qui, in Energie Nuove, una qualche valutazione sul voto del 25 maggio scorso, europeo ed amministrativo, ha trovato modo di esserci. Con più e differenti voci. Di solito si dava parecchia attenzione al risultato elettorale. Sicuramente a Cesena. Da parte di tutte le forze politiche. Nelle stampa. Se ne facevano esami approfonditi. Per meglio comprendere gli indirizzi manifestati col voto dai cittadini. Per meglio rendere la rappresentanza politica. Così da meglio rendere sia l’azione di chi era chiamato a responsabilità di governo, non meno di quella di coloro che si sarebbero opposti. Oggi non è più così. L’esame del voto pare sia stato semplicemente liquidato. Di certo intorno alla politica vive un sentimento di sfiducia notevole. Ed essa non è priva di una mediocrità sconosciuta in passato. In più, grazie anche ai nuovi sistemi elettorali si tende, e si trova convenienza, a semplificare (anche troppo). Chi ha perso adduce alibi di ogni sorta. Chi ha vinto, ha vinto e basta, lui e il suo programma. Più semplice di così! Come a una sorta di referendum. Mi piace quello e condivido in toto il suo programma. Una parte vince, le altre perdono. E, alla resa dei numeri, è senz’altro così. La politica, tuttavia, è (dovrebbe essere) un tantinello più complessa, meno semplicistica. Volendola considerare seriamente, per come meriterebbe. Pur nello schema a cui riducono i sistemi elettorali ed i numeri, non devono essere trascurati i molteplici fattori, non uno soltanto, che influiscono nel voto dei cittadini. Dall’influenza del concomitante voto europeo, alle molteplici varianti di scelta ed emotive che in esso hanno influito. Senza considerare una moltitudine di mal di pancia e di istintivi vaffa, coniugati in una miriade di varianti di circoscritti personalismi. Ci sono anche opzioni di tipo politico dettate dalle interpretazioni delle forze in campo, dei candidati, delle scelte del “male minore”, delle scelte “ad personam” (sia contro, sia a favore), sui moltissimi candidati in campo e nelle varie liste. Dire, senza azzardare un minimo di riflessione ed approfondimento, che tutto è chiaro e secco, come un referendum tranchant (quello e non altro; quel programma intero e non altro) è come ritenere le elezioni una sorta di “unzione” pro o contro. Quanti sono quelli che hanno letto per intero e dettagliatamente i programmi di ogni lista presente alle elezioni e che hanno dato un voto per affermare quella condivisione totale? Nessuno, al massimo pochissimi. Ci si imbatte più facilmente in chi ha votato a prescindere da quella totale conoscenza e si è basato semmai su qualche condivisione, trascurando altre non condivise posizioni della stessa parte; su chi ha votato per alcuni perfino sperando che su talune cose si ravvedessero invece che confermarsi; chi ha votato per candidati promettenti impegni di arricchimento e critici delle stesse posizioni della loro stessa parte. Chi ha votato una forza seppur per appartenenza, ma anche per volere far “girare verso” a quella. Insomma una varietà notevole. Non possibile da focalizzarsi dettagliatamente, ma che nega, però – oltre lo schematismo dei numeri – la riduzione semplicistica della lettura e della valutazione politiche. Sfogliamo il giornale: ci imbattiamo nella critica all’Amministrazione comunale che taluni le rivolgono per una spesa, molto onerosa, per una soluzione reputata, motivatamente, sbagliata (Piazza della Libertà). Decisa nel prossimo bilancio del Comune. Non stupisce né che l’Amministrazione abbia quella proposta, né che altri la critichino. Nulla di nuovo su questo fronte. Stupisce semmai il modo di stare in questa polemica. Con una sorta di “sentenza liquidatoria”: il voto recente ha sancito chi sono gli amministratori, e quello che fanno è quello che hanno deciso gli elettori che sia fatto. Inutile tornarci sopra. Se si estremizza si può arrivare quasi alla conclusione che da qui alle prossime elezioni si può fare a meno di discutere. Tutto è stato deciso e quindi non ne vale la pena. Arrivederci fra cinque anni. L’estremismo non ci si addice. Ma preoccuparsi un poco per queste cose ci pare non solo legittimo ma anche doveroso. In quella estremizzazione, infatti, sarebbe difficile individuare una qualche apprezzabile visione sia della dialettica democratica sia della stessa democrazia. Quindi riteniamo che sia stata una distorta trasposizione di atteggiamenti che ci ha indotto a queste considerazioni. Ma aggiungiamo anche un’altra cosa. Un governo viene eletto sul senso di un suo programma e di una sua azione politica e non è disdicevole che esso per la qualità che lo anima, non ultima quella democratica, possa anche aprirsi a considerazioni più ponderate di quelle della propaganda elettorale. Che possa assumere valutazioni che tengono conto delle situazioni, dei mutamenti intervenuti, del contesto cambiato. Azione e capacità di governo non raramente danno prova della loro qualità proprio tenendo conto di questo. È pregevole talvolta aprirsi, anche variare certe posizioni ravvisandone la necessità e l’opportunità che inducono le nuove situazioni e le difficoltà in cui ci si trova. Meglio che intestardirsi, magari su un mal posto orgoglio di posizione. Solo perché una volta detta una cosa non si accetta di poter ammettere l’opportunità di un qualche seppur necessario ripensamento. Suvvia tutt’intorno c’è un mondo in veloce evoluzione e cambiamento. Potremmo tutti cercare di averne ampia consapevolezza. Anche tanti che ritenevano e ritengono di avere sempre avuto ragione – sia quando affermavano perfino improbabili verità, sia quando una “svolta” dopo le negavano ( molte “svolte”) – hanno dovuto darsi e cominciare a darsi una qualche regolata. “Per cambiare verso” alle cose, che è oltremodo utile e necessario. Questione che riguarda e dovrebbe riguardare non una parte, ma tutte le parti. Differenti solo le misure. Più in generale, ancora, non farebbe un certo bene tenere conto del manifestarsi dello scorso voto – per dire – considerando, come fa lucidamente Teodorani in altra pagina, le differenze, nello stesso giorno, nello stesso luogo, fra voto europeo e voto locale? Davvero si può ritenere che non vi sia nulla da riflettere o da ritenere che sia indizio, indicazione di cose? O che le riflessioni e gli indirizzi che altri leggono dal voto sono vanificati dal fatto che il voto ha “sancito” e tanto basta? Mettiamola così: davvero potremmo pensare che la funzione attiva della cittadinanza cesenate, in termini politici e di rapporto con le istituzioni, è rimandata alla prossima volta, quando si voterà di nuovo fra cinque anni? Che dopo le prove muscolari elettorali, non c’è altro se non la conseguenza “logica e rigida” di quelle prove? Che chi ha vinto le elezioni e adesso è governo dell’istituzione cittadina ha solo da stare chiuso ad espletare nel suo autoreferenziale isolamento la trasposizione amministrativa dei “precetti” del proprio programma? Che chi non ha condiviso i vincitori ha solo da leccarsi le proprie ferite e sgambare in attesa delle prossime elezioni magari sol dedito al rafforzamento dei bicipiti? Che le forze economiche e sociali, i cittadini, null’altro hanno da fare e chiedere che essere guardoni dei prodotti dell’ “unta” autoreferenzialità dei vincitori? Davvero dobbiamo arrivare a pensare che l’azione di governo non è affatto un divenire responsabile e capace che affronta le situazioni e cerca di farlo al meglio e magari con il più ampio contributo e concorso delle forze vive della nostra realtà? Davvero dobbiamo essere costretti a pensare che ogni cosa è data e dobbiamo solo osservarla e poi si vedrà fra cinque anni? C’è qualcosa di più in ballo di qualche punto programmatico e anche di qualche seppur buona riflessione sul voto. Che a taluni, forse, disturba visto che non ne fanno e ancor meno, pare, ne tengono un minimo conto. Che, invece, gioverebbe tanto. Qui c’è da discutere a fondo, perfino di fondamentali.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 9:08 am
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