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L'”armonia” di una sola AUSL Romagna

     Giugno 28, 2017   No Comments

di Giancarlo Biasini

Denis Ugolini mi chiede una opinione sul futuro della sanità in Romagna richiamandosi al dibattito, in realtà modesto, che è in corso. Mi pare che le scelte di cui si discute siano due: fusione delle ASL Cesena e Forlì o istituzione di una ASL unica nella Romagna come evoluzione dell’attuale AVR. Questa ultima soluzione ha un solido fondamento territoriale. Una dimensione di popolazione (1.117.000 abi-tanti) ideale per una programmazione sanitaria perché può contenere nel suo seno tutti i presidi per la popolazione servita. Non ideale, ma sufficiente, per utilizzare il sistema pubblico di finanziamento della ricerca indipendente in sanità in un’epoca di risorse limitate. Capace di dare alle associazioni dei pazienti una visione più completa e armonica delle loro funzioni di appoggio allo sviluppo della assistenza e della ricerca. Il territorio è sostanzialmente omogeneo per memorie collettive, sistemi di valori e identità distintive come diceva Spallicci alla Costituente. Questa scelta consente un ragionamento di intelligenza collettiva che può comportare una visione non solo sanitaria del territorio romagnolo come un insieme di funzioni, di obiettivi, di percorsi costruttivi. Chi ha parlato di provincia romagnola, e personalmente sono con lui, dovrebbe riconoscersi in questo schema che completa il ragionamento sulla sanità. Un vecchio (1999) Piano Sanitario Regionale, molto innovativo, quello degli “Hub and Spoke” per intenderci, voleva garantire “la distribuzione territoriale dei servizi da interpretare come soluzione unica a esigenze apparentemente inconciliabili”. Mi pare molto ben detto e mi pare che la Romagna ci stia dentro. Questa è però, si badi bene, scelta assai complicata che richiede una volontà politica di alto impegno alleata a una grande fantasia tecnica. Una ASL unica significherebbe iniziare una lotta contro la settorializzazione degli interventi, un richiamo alla “armonia” dell’insieme che sola può dare senso agli interventi e alle scelte particolari. Con l’obiettivo, tipico della sanità, non solo di raggiungere, ma anche di rendere comprensibile ai cittadini quella omogeneità che ora manca nell’offerta sanitaria e nei comportamenti assistenziali ospedalieri e territoriali e che è alla base della fiducia della popolazione nei servizi sanitari che toccano tutti e ogni giorno. Il prof Alessandro Liberati, scomparso il 1° gennaio a 57 anni, studioso dei sistemi sanitari continuava a suggerire di chiedersi “ma questo è davvero quello che serve ai pazienti?”. Sembra del tutto impossibile applicare il “principio dell’armonia” a un territorio con la presenza di 4 ASL dotate di ampia autonomia programmatica e gestionale che, in questi anni, anche dopo la creazione dell’AVR, hanno talora collocato presidi con funzioni sovrapponibili ai loro confini, hanno spesso portato a termine concorsi per dirigenti non tenendo conto delle competenze già esistenti in ASL vicine e di quelle mancanti e da coprire. Anche se va detto, a discarico, che è assai difficile applicare criteri programmatori per la sanità se li si rinchiudono dentro assetti provinciali addirittura più ristretti di una provincia pensata al tempo del Regno. Questi limiti nell’AVR hanno continuato ad esserci nonostante ci siano da tempo ” tavoli di confronto” sia programmatici che tecnico gestionali fra direzioni generali, conferenze sanitarie territoriali, sindacati e chi più ne ha più ne metta. Si deve quindi prendere atto che forse l’AVR ha già dato quel che di buono poteva dare cioè l’IRST e il laboratorio di Pievesestina. Dando a Cesare quel che è di Cesare, e ai tecnici quel che è dei tecnici, l’attuale AVR nasce dieci anni fa come una avveduta scelta tecnica delle direzioni generali. Per mandare avanti oggi quella meritevole scelta tecnica occorre sovrapporvi una scelta politica. A meno che anche qui la politica (regionale e locale) non preferisca affidare ai tecnici le scelte che dovrebbero essere sue. Anche questa sarebbe comunque una scelta. Si dovrebbe insomma tornare a parlare di territori, strategie territoriali, sistemi territoriali reali. Qualcuno, fra chi scrive su questo giornale, ricorda le discussioni sull’ottica comprensoriale di cui si discusse nei tardi anni sessanta. Certo la dimensione di cui si parla oggi è ben diversa da quella di allora, ma gli elementi del discorso sotteso non sono molto diversi. Allora si fallì. Ci si vuole ripetere? Anche perché ci si può chiedere in quale altra sede, se non in Romagna, può essere possibile un nesso organico fra le azioni economiche, quelle culturali, quelle sociali e quelle sanitarie. L’altra scelta in discussione prevede la fusione fra Cesena e Forlì. E’ la evoluzione del pensiero che prevedeva la integrazione (parola dentro la quale è compreso il tutto e il nulla) fra le due ASL . Questa integrazione è già in atto, incorporata nel Piano Attuativo Locale cesenate e non pare abbia portato a risultati. E’ una scelta “istituzionale” che si adegua, tardivamente, al precetto “Una ASL – Una provincia” alla quale, a suo tempo, si opposero sostanzialmente i cesenati. Si tratta di una scelta burocratica, buona forse quando la provincia di Forlì contava, come Modena, più di 700.000 abitanti (vedete le conseguenze della istituzione delle microprovince?). Niente di innovativo oggi, solo qualche correzione e qualche risparmio fra i dirigenti per una soluzione oltretutto tardiva. Direi di più: se la soluzione definitiva ancorché lontana – come mi sembra che, in fondo, i più credano – deve essere l’ASL di area vasta, la fusione fra Cesena Forlì può avere un effetto ritardante. Certo è più semplice, molto prudente, poco disturbante per i manager e mi ricorda la prudenza spagnol-manzoniana: Ox! ox! guardaos: non si facciano male, signori. Pedro, adelante con juicio.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 8:42 am
  •   In The Categories Of : Politica Locale

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