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La nuova Malatestiana e il rimosso della cultura

     Giugno 28, 2017   No Comments

di Marisa Zattini

«La “vita privata” altro non è che quella zona di spazio, di tempo, in cui io non sono un’immagine, un oggetto. Ciò che devo difendere è il mio diritto politico di essere un soggetto» (Roland Barthes) Gli accenti profondi della cultura sono importanti così come le inflessioni differenti delle intelligenze. La politica sembra tenere in poco conto le potenzialità della cultura e anche del “capitale umano” a disposizione. Essa si è rivestita di parole inutili, è diventata troppo autoreferenziale ed ha dimentico il suo “ruolo” che è quello di “scegliere il meglio”. Una mancanza grave per chi è stato chiamato ad amministrare pro tempore il “bene comune”, cioè di tutti noi. Nell’ambito dell’architettura, ad esempio, quando si opera sui “luoghi” sono essi stessi, poi, che parlano, nella loro concreta realtà. L’attrattiva del manufatto edificato, costruito, così come quella di un’opera d’arte, non si esaurisce nel rendimento che promette (a differenza dei mercati finanziari) ma contiene in sé un forte “dispositivo di senso”. L’architettura si pone infatti come occasione per comprendere meglio il mondo in cui viviamo e spesso anche noi stessi. Getta ponti con il preesistente, sedimenta il nostro sentire proiettandoci già nel futuro. Nell’accogliere questa nuova Malatestiana c’è chi l’ha ritenuta istintivamente “bella”, luccicante e finanche festosa e chi invece l’ha vista criticamente come un intervento modesto, mancante, e purtroppo destinato a restare – ahimé! – fin troppo a lungo nel tempo. Il fatto è che la maggior parte di noi, come sosteneva Ernst Gombrich, riesce a vedere solo quanto, per conoscenze precedenti, immagina di trovare. Dunque per riuscire a trovare dobbiamo innanzi tutto avere qualcosa da cercare. Poi interviene la nostra personale percezione selettiva. La pratica dell’intellettuale – anche se solo limitata alla parola – è da sempre quella di denunciare le carenze evidenti che egli vede e cercare di risvegliare gli spiriti e le coscienze. L’incarico per una riqualificazione e una nuova destinazione della Malatestiana era operazione quanto mai delicata ed importante da non abbandonare certo in mano agli uffici tecnici comunali, pur se efficienti. Il risultato deludente e le critiche conseguenti non devono offendere e non devono essere viste come “faziose”. Non piace a nessuno constatare che si è perduta un’occasione. Ora occorrerebbe disporsi ad un arco di visione diverso, più ampio sub specie aeternitatis e volare alto. «Noi non viviamo in un mondo compiuto, del quale non avremmo che da celebrare la perfezione. L’idea stessa di democrazia è sempre incompiuta, sempre da conquistare» come ha scritto l’antropologo Marc Augé. Voglio ricordare che l’Aula del Nuti, costruita nel 1454 per ospitare l’ingente patrimonio librario dei Frati Minori, fu commissionata da Malatesta Novello a Matteo Nuti da Fano, l’allievo di Leon Battista Alberti già incaricato da Sigismondo per la costruzione del Tempio Malatestiano di Rimini. Si trova nel cuore della città, nel primo piano del braccio orientale di quello che allora era un convento, dove era ubicato il dormitorio dei frati. Essa «non è solo una delle più antiche biblioteche civiche del mondo, rimasta nella sua struttura architettonica tale e quale al momento della sua edificazione: sono sempre gli stessi, dopo cinquecento anni, anche i libri e i mobili, proprio quelli, intatti da mezzo millennio!» (G. Lauretano). Novello Malatesta non affidò i lavori di questa costruzione e i suoi arredi ad uno dei “tanti” progettisti al suo servizi scelse uno dei migliori. E così fece per le manovalanze. Basti pensare allo splendido portale ligneo siglato da Cristoforo da San Giovanni in Persiceto; ai plutei, ai codici, alle “catenelle” in ferro battuto, alle finiture delle colonne, ai raffinatissimi capitelli, alla tinteggiatura verde delle pareti murarie. È per la sua unicità nel mondo e per la sua bellezza che nel 2006 è stata riconosciuta “memoire du monde” dall’Unesco. Quando si parla di un intervento di recupero architettonico di questa portata – che ha reso necessario anche lo spostamento dello storico Liceo Ginnasio Vincenzo Monti, come giustamente ricordava Paolo Turroni in un recente intervento su “La Voce” – c’è da augurarsi che si sia compreso pienamente che la cultura genera anche valore economico e sociale attraverso processi cognitivi identitari. Oltre alla conservazione e valorizzazione del patrimonio esistente occorre pensare ad una responsabile calanderizzazione di eventi e di incontri che pongano una reale attenzione alla crescita e formazione culturale della città. Occorre essere percettivi alla “produzione culturale”, alla creatività, all’immaginazione e all’innovazione. È fondamentale attivare reti di collaborazione, e partnership con altre realtà simili in Europa e nel mondo, costruendo modelli di relazione dove la “qualità” dell’esperienza culturale faccia da collante. Attualmente siamo in “stallo”: economico, sociale, intellettuale. È auspicabile che il pubblico e il privato, insieme, operino delle scelte oculate per diventare veri attori protagonisti. Con responsabilità e competenza. “Produzione culturale” significa qualificata capacità di intervento nel presente per catturare e dare forma alla contemporaneità. Qui sembra ci si curi solo dell’audience, del consumo, dei visitatori e fruitori intesi e percepiti come “clienti”, dei numeri di prestiti e di presenze come si trattasse di un botteghino del cinema… Questo significa innescare un pericoloso effetto contestuale sull’identità culturale e sociale con un appiattimento deresponsabilizzante.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 11:58 am
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