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INTERVISTA IMPOSSIBILE A LEONIDA MONTANARI

     Giugno 28, 2017   No Comments

di Gabriele Papi

Anno del Signore 1825. Notte del 22 novembre. Cieli cupi su Roma. Due giovani “carbonari”, i rivoluzionari del tempo, attendono il patibolo, all’indomani. Entriamo in quelle carceri dell’allora Papa Re travestiti da cappuccini, i buoni frati senza frontiere. Tra torce fumose e catenacci, una sonnolenta guardia papalina ci lascia passare, aziona il chiavistello di una cella. Bussiamo.

Cronista- Se tu Leonida Montanari, 25 anni, nato in Cesena il 26 aprile 1800, presso Porta Romana, poi medico presso Rocca di Papa?

Leonida Montanari- Ancora, frate? L’estrema unzione me le danno domattina, con la mannaia.

C- Sono un fratello speciale, tuo concittadino, venuto a trovarti con la macchina del tempo, ormai due secoli dopo, perché non si perda memoria del tuo e del vostro coraggio che prepararono la nascita d’Italia.

  1. M- In effetti riconosco una parlata di casa, una fierezza che mi è cara. Benvenuto, fratello.

C- Sappiamo che domani sarai giustiziato per aver attentato al pernicioso potere del Papa Re, insieme al tuo amico Andrea Targhini: anche Andrea, da parte di madre, era cesenate. Come va questa storia dei romagnoli, ribelli nati prima definiti “teste calde”, poi “pellerossa”, e via andare? C’è qualcosa, per qualcuno, nell’aria di Romagna che profuma di libertà e di rivolta ai tiranni d’ogni colore, anche se conterranei?

  1. M.- C’è stata davvero, quell’aria. Spero che ci sia ancora, anche se talvolta il tempo non torna più.

C- Raccontaci di te, delle tue, delle aspirazioni di quella meglio gioventù.

  1. M.- Nacqui in una famiglia appena agiata. Mio padre mi fece studiare. La bellezza della cultura critica è capire, cioè smontare il congegno. Così come la buona medicina deve capire dai sintomi qual è la vera causa del malanno. Altrimenti non si guarisce mai. Per questo studiai medicina. E capii che anche la società è un corpo da guarire. Sentii anche, nella mia adolescenza cesenate, il profumo dell’albero della libertà portato dalla bufera napoleonica. Ma capii anche che la vera libertà deve essere conquistata da ogni popolo, nel faticoso procedere della storia. Forse eravamo sognatori romantici, precorritori dei tempi. Tu chiamaci, se vuoi, avanguardia.

C- E come va questa storia rinomata dei romagnoli mangiapreti e mangiapontefici?

L.M.- E’ stata una legge della fisica: Cesena, come la Romagna papalina, dal 1500 in poi, ha patito per tre secoli e passa il dominio pontificio; ad ogni azione corrisponde un’azione uguale e contraria. Gran parte della gente allora era analfabeta: a gran parte della chiesa andava bene così. Del resto, ogni potere, in ogni tempo, ama intontire il popolo. Ma chi studia, chi libera la testa, capisce, agisce. Pensa che la censura pontificia dei nostri tempi di primo ottocento arrivò persino a cambiare, buffamente, l’aria d’una opera lirica: non “Ama la patria e intrepido il tuo dovere adempi”, bensì “Ama la sposa e intrepido il tuo dovere adempi”, con risate omeriche dai loggioni e soddisfazione delle belle signore in sala. In ogni caso, non bisogna confondere il senso comune con il luogo comune, né sparare nel mucchio. Eravamo anticlericali, non contro il vangelo.

C- Vale a dire?

L.M.- Mi spiego. Il vangelo racconta che Gesù abbia moltiplicato pani e pesci. Ma non risulta da nessuna parte che Gesù possedesse forni e pescherie. Il potere temporale della chiesa è stato un’altra storia.

C- In effetti, dopo di te, un certo Cavour propose: libera chiesa in libero stato.

L.M.- Gran bel motto. Ci siete riusciti?

C- Non del tutto. Ma torniamo al tuo tempo. Eravate “carbonari”, termine oggi appannato, da ricordanze scolastiche, forse a qualcuno misterioso…

L.M.- Carboneria, società segreta. Non c’era verso, allora, di agire altrimenti. Ogni tempo ha il suo linguaggio: nel linguaggio della nostra setta, tra affiliati, “baracca” era la sede, “vendita” l’adunanza dei soci, “foresta” la città, “fratelli” gli affiliati, “pagani” gli estranei alla setta. “Liberare la foresta dai lupi” significava togliere di mezzo i tiranni.

C- E tu che in che “vendita” eri? Perché vi hanno beccati e condannati a morte?

L.M- Ero, con Andrea Targhini, in una “vendita” di Roma. Capimmo che tra di noi c’era una spia. Fummo sorteggiati per dare una lezione allo spione. Gli fu data, ma non uccidemmo nessuno

C- Bastò per la condanna a morte?

L.M- Purtroppo sì. Difatti fu una farsa di processo, senza una reale difesa per noi imputati. Come se, con il senno di poi, fossero condannati a morte gli ultras o i no-tav facinorosi: le vostre città sarebbero forca continua. Ma Andrea ed io finimmo in un girone infernale: la ragion di stato, e della curia romana  di allora, ci condannò a priori; doveva essere una lezione esemplare, con tanto di taglio di testa.

C- Caro Leonida, ti farà piacere sapere che tu e Andrea siete stati ricordati, nei nostri tempi, da un bel film di Luigi Magni: “Nell’Anno del Signore”, un cast di attori strepitosi, la bellezza radiosa di Claudia Cardinale, e il fascinoso Robert Hossein nei tuoi panni.

L.M. Non starebbe a me dirlo ma anch’io mettevo più d’un brivido alle signore. Le donne libere amano le canaglie, i ribelli, la sensualità delle vite disperate. In fondo cos’è un bacio? E’ un morso che ha imparato l’educazione.

C- Questa l’annoto. Piacerà anche alle donne dei nostri tempi. Ma ora, purtroppo, devo lasciarti. Il rintocco delle campane avverte che un’alba funerea non è lontana. Forse la guardia ti porterà in cortile, per l’ultimo sigaro…

L.M.- Ti rispondo con i versi d’un cantautore libertario dei vostri tempi, Fabrizio de Andrè: “Se c’è qualcosa da spartire tra un prigioniero e il suo piantone, che non sia l’aria di quel cortile, voglio soltanto che sia prigione”.

***

All’alba del 23 novembre 1825, sul patibolo di Piazza del Popolo, in Roma, Leonida Montanari e Andrea Targhini, giovani e belli, affrontarono pallidi e sorridenti la mannaia papalina. Quella notte stessa, sul patibolo comparvero ghirlande di fiori e un cartello con la scritta, a grandi lettere: “per due fronde staccate non si secca un albero”. Poco tempo dopo, nei teatri, accadde un evento inconsueto, un fremito di libertà. Durante la messinscena dell’opera “Donna Caritea”, del Mercadante, quando l’orchestra intonava una certa aria, il pubblico più coraggioso, donne “in primis”, si alzava in piedi e accompagnava la musica cantando a voce piena: “Chi per la patria muor, vissuto è assai. E’ meglio morir nel fior degli anni, piuttosto che languir sotto i tiranni…”. A Cesena due lapidi ricordano Leonida Montanari: una sulla casa natale, presso Porta Santi (un tempo Porta Romana) in corso Comandini sul civico 85, l’altra più grande e fieramente laica sotto il loggiato del Municipio. Chi vuole si soffermi, a testa alta, per la carezza di un ricordo e un ringraziamento sincero, in memoria.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 11:54 am
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