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Infrastrutture, ma serve una nuova politica

     Giugno 27, 2017   No Comments

di Giampiero Placuzzi

La realizzazione della E55-E45, di cui sono state rese note modalità e coordinate temporali nel convegno con il ministro Matteoli svoltosi all’Aula Magna di Psicologia e della viabilità di collegamento più strettamente locale (a partire dal project financing della via Emilia bis e dal casello ormai vicino del Rubicone) aprono prospettive di possibile nuovo grande sviluppo per l’economia del nostro territorio, non lontano dall’uscita del tunnel della crisi economica. Si tratta di interventi decisivi per supportare su basi solide lo scenario dello sviluppo per i prossimi vent’anni in un’ottica a medio-lungo termine su cui occorre ragionare per prefigurare la crescita dell’economia
territoriale. Non si tratta, certamente, delle uniche infrastrutture necessarie: anche altre sono fondamentali per supportare la crescita e lo sviluppo del tessuto produttivo in un territorio in cui si conta un’impresa (quasi sempre piccola, se non micro) ogni nove abitanti: dalla banda larga che va realizzata nei territori montani ancora scoperti in una logica di integrazione dei territori (tema anche al centro del Montagna day promosso da Federimpresa il 17 aprile scorso a Santa Sofia e nei 18 comuni collinari provinciali) a tutte le altre infrastrutture oggi definite immateriali, dai Tecnopoli (con la sinergia tra mondo delle imprese e Università), alla piattaforma logistica da realizzare in sinergia con il Porto di Ravenna. Ben vengano dunque i pilastri infrastrutturali, ma a patto – ed è questo il cuore del problema su cui si intende ragionare – che non diventino cattedrali nel deserto. Dove deserto significa, letteralmente, l’aridità di un territorio non fecondo per chi vuole fare impresa. E’ per questo che da tempo Federimpresa pone al centro del dibattito la necessità di una svolta innovativa nel modo di fare politica: potrebbero infatti essere realizzate tutte le infrastrutture, potrebbero presentarsi nuove e irripetibili opportunità ma si rischierebbe di non renderle pienamente fruttuose se non si torna a fare politica, e sottolineiamo fare, da parte degli amministratori e da parte dei partiti: vale a dire curarsi del bene comune con progetti di largo respiro che abbiano progettualità oltre il piccolo cabotaggio e l’orizzonte limitato del giorno per giorno. Vuol dire fare squadra tra amministratori locali, uscendo dalla logica della cura del proprio orticello. In questo senso un terreno concreto su cui cimentarsi è delineato da tempo: quello del Patto per lo Sviluppo provinciale, che offre ambiti e modalità per costruire in comune, con il concorso di tutti i partner, la casa dello sviluppo. Ci si crede veramente nell’opportunità di uno strumento così innovativo e così potenzialmente efficace per il coinvolgimento di tutti gli attori istituzionali, economici, sociali e culturali? Se ci si crede, e noi ci crediamo, utilizziamolo veramente, questo patto! E’ un passaggio – questo – nevralgico per lo snodo dello sviluppo: un passaggio in cui i nostri Comuni debbono affrontare con coraggio sfide ormai ineludibili. a partire da quella di mettere insieme – cioè condividere e cogestire – i servizi da parte di municipalità vicine per ottimizzare i costi mantenendo alta la qualità a vantaggio dei cittadini utenti. Una scelta che presuppone di rinunciare ad anacronistici campanilismi per applicare finalmente il principio aureo che l’unione fa la forza. Altre scelte impegnative non sono più rinviabili: sul sistema fieristico, sul sistema aeroportuale, sulla semplificazione reale delle procedure burocratiche a beneficio di imprese e cittadini per evitare lo spettro incombente e in alcuni casi già materializzato della paralisi amministrativa a causa dell’eccesso di norme. Per fare veramente politica Confartigianato chiede di riportare in capo ai rappresentanti eletti dal popolo il potere decisionale che, dopo le riforme degli anni Novanta è di fatto finito inopportunamente in mano ai dirigenti pubblici, in particolare per quel che compete il settore dell’Urbanistica, come abbiamo messo in luce nel nostro studio sul piano regolatore del Comune di Cesena presentato nel maggio 2009 ai candidati sindaco.Un’altra necessità è l’applicazione di regole uniformi tra i Comuni del territorio soprattutto nelle tematiche che riguardano l’economia: piani regolatori, occupazione suolo pubblico, segnaletica commerciale, nuovi criteri per gli appalti pubblici (privilegiando quello dell’offerta più vantaggiosa, per favorire l’economia locale), tempi di pagamento alle imprese per forniture e servizi pubblici, modalità più fluide di erogazione dei contributi ai Confidi (ancòra di salvezza per le imprese in questa fase di seria stretta creditizia). E’ su questi terreni che i nostri amministratori debbono dimostrare di saper competere con le sfide della modernità che investono tutti, politica inclusa.
Non sono soli: sanno di poter contare anche su interlocutori – fra i quali modestamente ci annoveriamo – che si sentono parte in causa nella partita dello sviluppo, membri attivi di un patto per il bene comune del nostro territorio, che vogliamo costruire per noi che ci viviamo oggi e per coloro che ci vivranno domani.

       

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 27, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 27, 2017 @ 9:14 pm
  •   In The Categories Of : Politica Locale

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