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Il calabrone Italia

     Giugno 28, 2017   No Comments

di Luca Ferrini*

“Gira, il mondo gira…”, recitava la celebre canzone. Gira tutto intorno a noi, cambia tutto, tutto si trasforma: tranne la politica italiana. Da vent’anni – e non interessa nemmeno più di chi sia la colpa – si parla di riforme, intravvediamo rivoluzioni, si progettano revisioni costi-tuzionali ma, di fatto, siamo fermi, immobili, pietrificati. Siamo seduti su uno sbilenco sgabello ad assistere ad un patetico tiro alla fune, con le due squadre che pretendono di vincere senza concedere un centimetro all’avversario. Un gioco spossante ed inutile. E ciò, perché – proprio come in una vera tenzone alla corda – i belligeranti non sono minimamente interessati alle fatiche ed alle sofferenze di chi li osserva. Per loro, l’unico scopo è vincere. Poco importa se per vincere occorre massacrarsi a vicenda. Di fronte ad un popolo che, se al principio della battaglia si mostrava interessato alle sorti dei paladini, oggi è stanco, annoiato, disinteressato alla partita e a chi la vince. Quello che interessa è che il match finisca presto, e che chi verrà dopo preferisca lo strumento del dialogo allo scontro tra boxeur. Senza rinunciare alle reciproche differenze, ci mancherebbe, ma cercando un appianamento sul ring, non un k.o.. Viviamo in un Paese che, nonostante tutto, ancora tenta un cammino malfermo verso il sol dell’avvenire. Cresciamo di percentuali sotto l’unità, ma non siamo del tutto incagliati. Alcuni economisti stranieri ci guardano con occhio incredulo. Sono arrivati a paragonarci ad un calabrone. Animaletto curioso, troppo pesante rispetto alla propria apertura alare, ma che, ciononostante, riesce a volare, sfidando la gravitazione universale. L’Italia è un calabrone: vola, o meglio, svolazza, ma nessuno capisce perché. Il perché, tuttavia, c’è, eccome se c’è. E’ dato dalla vastità, sottovalutata da tutti i commentatori (forse per involontaria carità di Patria), del sommerso, dell’odiato quanto miracoloso ‘nero’. Imprenditori (piccoli, soprattutto), artigiani, commercianti, ristoratori, barbieri, avvocati, professionisti in genere, insegnanti di ripetizione, colf, badanti, locatori, baristi, fruttivendoli, panettieri, costruttori edili, e chi più ne ha più ne metta: tutti (o quasi) sopravvivono grazie al non dichiarato. Ma non è giusto. Anzi, è da paese sottosviluppato. Ogni volta che non chiediamo o non emettiamo la fattura, dovremmo sentire un piccolo scricchiolio, un crack, come se la Penisola si staccasse un pezzettino di più dal resto d’Europa. Ecco perché serve, più urgente di tutte le altre, una seria riforma del sistema fiscale, basata non sulla mannaia dell’accertamento tributario (o, meglio, non solo), ma sulla sensibilizzazione al problema attraverso la strategia del conflitto di interesse: il cittadino, ora, non ha interesse ad insistere per lo scontrino. Facciamo in modo che ce l’abbia, consentendogli sgravi fiscali, anche di poco conto. Avremo un inaspettato abbattimento dell’evasione, a tutto vantaggio della legalità. Poi, la riforma istituzionale. Non solo elettorale, proprio istituzionale. Da oltre tre lustri, sistema elettorale (nonostante la cosmesi) e architettura costituzionale viaggiano su binari separati. Non possiamo mantenere un esecutivo imperniato sulla fiducia parlamentare e, nel contempo, guardare con invidia al bipartitismo americano. Che ce ne facciamo delle consultazioni e dei poteri del Presidente della Repubblica se il nome del premier lo troviamo già scritto sulla scheda elettorale? Ancora. Ragionare in termini maggioritari significa essere disposti a sacrificare un pezzetto di democrazia (lasciando in disparte le minoranze più piccole) sull’altare di una più rapida e sicura governabilità. Ma, allora, di due Camere che fanno (e disfano) le stesse cose, cosa ce ne facciamo? Un bel nulla. Con ciò, non intendiamo esprimerci sul mito della splendida governabilità del sistema maggioritario. Per carità. Ci limitiamo solo a segnalare che, attualmente, il Belgio è privo di un Governo legittimato da una maggioranza parlamentare da oltre 450 giorni. I dati lo conferman il piccolo regno non è mai cresciuto economicamente in maniera così rapida come negli ultimi due anni. Sono state approvate riforme (anche impopolari) che languivano da decenni in Parlamento. L’assenza di un Governo forte – nessuno se l’aspettava – ha creato le condizioni per un confronto costruttivo all’interno dell’organo legislativo. Come mai? Si dirà: ma i Belgi non sono gli Italiani. Noi siamo un popolo da deus ex machina, vogliamo l’interprete della Provvidenza, un uomo solo al comando. Sarà, ma mi vengono in mente due immagini. La foto più famosa del ciclism che non è quella di un eroe trionfante al traguardo ma quella di Coppi che passa la borraccia a Bartali (o viceversa, non s’è mai saputo). E un dato obiettiv l’Italia, dal dopoguerra a metà degli anni settanta, ha raggiunto le prime cinque potenze mondiali. Ed erano gli anni della guerra fredda, del pentapartito e dei governi balneari. Si dirà ancora: ma la classe politica postbellica era un’altra cosa. Vero. Ma non era diversa solo nella cultura e nel calibro morale, era diversa anche nell’atteggiamento verso l’avversario politico. C’era una preclusione a sinistra, ma con la sinistra si dialogava. Il rispetto reciproco, almeno ai vertici della politica, non mancava mai. Non si guardava dal buco della serratura nell’alcova dell’uno o dell’altro, si badava a migliorare le condizioni di lavoro, di vita, di produzione. Il PIL cresceva e la gente stava meglio. I padri intravvedevano un futuro più roseo per i propri figli. E’ ancora così? Oggi, i figli spendono i soldi dei padri. Alcuni addirittura quelli dei nonni. Ma il pozzo non è senza fondo. Eppure abbiamo un sistema maggioritario e governi quasi stabili da oltre quindici anni. Come mai? Semplice. Il meccanismo di elezione dei Governi non ha agevolato il confronto politico. Tutt’al contrario, ha trasformato ogni potenziale accordo tra le forze in campo in un osteggiato ‘inciucio’ (ricordiamo la Bicamerale?), ha dato al dialogo una connotazione negativa, trasformando l’avversario da competitore rispettabile in hostis publicum: un nemico da abbattere. Assistiamo da un ventennio ad un braccio di ferro continuo e svenevole. Guai a votare o a collaborare ad una proposta altrui. E tutto è fermo. Occorre scardinare l’attuale sistema ‘tendenzialmente bipartitico’, che solo guai e povertà, morale e materiale, ha portato al nostro Paese.

*Consigliere comunale

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 11:31 am
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