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Il bilancio federalista in cui mettere le mani

     Giugno 28, 2017   No Comments

di Franco Pedrelli

Il bilancio 2012 è il primo bilancio federalista, marcato dall’introduzione dell’IMU, la prima tassa comunale importante. Con un totale certificato di oltre 32 milioni di euro, l’IMU contribuisce con oltre il 59% alle entrate tributarie, la prima rilevante voce tributaria, da cui il senso federalista. Venendo a mancare i trasferimenti sia statali che regionali, l’IMU rimane la leva primaria con cui i comuni possono finanziarsi, per conseguire gli obiettivi di gestione, sia in termini di servizi che di infrastrutture: più la spesa rimane invariata, peggio, si dilata, più occorre ricorrere alla leva impositiva, perché indebitarsi rimane sempre e comunque l’ultima ratio. Tuttavia, occorre essere coscienti che ogni causa ha il suo effetto, così se l’IMU è stata pagata nel 2012 per il 21% dalle prime abitazioni, per il 5% dai terreni agricoli, per il 7,27% dalle aree edificabili, ma per ben il 65,72% dagli altri fabbricati, leggi seconde case e imprese, questo ha conseguenze non solo dirette. In soldoni, mattoni e attività rimangono l’obiettivo d’elezione su cui viene posta l’attenzione tributaria locale, seguendo una logica immodificata da diversi decenni, quella di individuare in questi settori il concentrato di interessi speculativi e di puro profitto, che ci sono, figurarsi, ma sono semmai accettati e non combattuti. Ciò facendo, dimenticandosi che il benessere di cui il territorio ha beneficiato sinora è stato frutto di quelle due stesse aree, del loro dinamismo e sviluppo, che sarebbero da pianificare assieme al privato in ottica di ricaduta più generale sul territorio. La conferma di questa importanza ci viene in parte dal progetto del nascente quartiere Novello, dove il Comune promuove un piano di circa 1.000 appartamenti, volutamente dimenticandosi degli oltre 3.500 appartamenti liberi esistenti a Cesena. L’importante sembra essere fare e tassare, poi se rimane qualcuno che possa ancora comprare gli immobili e pagare i tributi ancora meglio.

Servizi e infrastrutture

Nel 2012 il bilancio comunale è stato di oltre 118 milioni di euro, circa 1.200 euro per ognuno dei 97.000 abitanti di Cesena, quasi 5.000 euro che una famiglia media delega al Comune per avere servizi e infrastrutture. Capire poi quali siano i servizi essenziali e quali non è diventato oramai questione di lana caprina, tanto lontani sono i tempi in cui l’ente comunale aveva una chiara e ridotta missione di servizio, vedi ospedale, nettezza urbana, gas, acqua e la famosa ECA. Oggi siamo di fronte all’ente creativo, che spazia sul mercato come attore primario, facendo concorrenza a quelle imprese di cui dovrebbe agevolare lo sviluppo, fonte di maggiori introiti per le casse comunali. Siamo giunti a ben 21 società di capitale, possedute o partecipate, società su cui i cittadini stanno investendo i propri soldi, per lo più in modo ignaro, perché magari pensano di dover pagare per i soli servizi. Magari! Se poi andiamo a verificare la qualità della gestione dell’ente, ecco che Cesena è paragonata dal punto di vista finanziario, per fortuna, quasi allo stupur mundi. Difatti, il bilancio certificato la colloca nel gruppo di testa dei comuni italiani, quel 5% con la migliore performance. Sulle partecipate il rating si abbassa un po’ è vero, collocandosi nel gruppo tra il 25-35% dei comuni. Ma siamo sicuri che anche qui avremo piacevoli sorprese in futuro. Peccato che l’analisi delle performance si fermi al solo dato finanziario, termine che mette in associazione al modo molto attuale di interpretare la società, quello finanziario appunto, che specialmente dal 2008 non gode di grande stima. E l’analisi delle performance dei servizi? Purtroppo, è stato risposto proprio così “purtroppo”, in Italia non esistono ad oggi dati di comparazione, per cui non è possibile sapere quale sia il minor costo chilometrico del servizio pubblico, quello per la singola prestazione assistenziale, o il tempo di gestione della tal pratica. Certo, potremmo sempre confrontarci con l’Europa, ma si sa, è tanto grande e diversa, i dati non servirebbero. Così come non sono serviti i dati raccolti una decina di anni fa col progetto “100 indicatori per 100 province”, queste tutte italiane, addirittura nell’ambito della regione Emilia-Romagna, dove queste comparazioni sui servizi venivano puntualmente svolte. Molto meglio non dare troppe informazioni ai cittadini, perché magari poi vogliono anche … governare! E Cesena, come abbiamo affermato sopra, è un comune definito virtuoso, di cui dobbiamo rallegrarci, meglio, dobbiamo rallegrarci di non essere in un comune non virtuoso, che si può solo ipotizzare come venga gestito, se è vero che l’obiettivo pluridecennale del governo centrale è quello di riportare all’etica sociale la spesa degli enti locali. Tra l’altro l’andazzo lassista, una volta emblema del sud, è dilagato, sovvertendo la storica suddivisione Nord-Sud: Parma e Alessandria ne sono gli esempi, ma anche Cesena con Sapro ha acquisito una non invidiabile nomea.

L’importante è tassare

Oramai vi è la rincorsa tra governo centrale e locale su chi riesce a tassare di più e meglio, cercando di addossare la colpa all’altro. La colpa, appunto, che non toglie gli effetti di entrambi, di una tassazione che sta uccidendo, anche nel senso letterale del termine, sia i cittadini che le imprese. Sembra di essere come la rana bollita in acqua fresca. Ogni possibilità di tassare non va lasciata cadere nel vuoto, per esempio la tassa sul turismo. “Il caro-turismo – La tassa di soggiorno” questo il titolo dell’articolo del Dicembre 1927 (siamo poco distanti dal secolo, ma ben attuali!) pubblicato sulla rivista del Touring Club Italiano sul tema. “La tassa di soggiorno è nata bene ma è finita male; diciamolo con animo di turisti contribuenti, che l’hanno pagata volentieri a Montecatini e a Sanremo e che non la pagheranno mai di buon animo a Torino o a Milano. Introdotta in Italia nel 1910, sull’esempio della Germania e dell’Austria, doveva impinguare la cassa di quei comuni che – per l’eccezionale affluenza di forestieri – debbono far fronte a continue spese straordinarie intese al miglioramento delle proprie condizioni di viabilità, di edilizia e di igiene. Questa era la frase del legislatore e infatti quei pochi comuni che se ne valsero nei primi anni, erano centri di larga fama e d’alto valore turistico”. Quanto lontano è lo spirito originario, siamo nel 1910!, dall’uso odierno. Cesena, città non proprio a vocazione turistica, la introduce per fare pura cassa, 400.000€ annui previsti, senza però infierire sui propri cittadini, ma tosando quelli degli altri comuni. Gli amministratori dovrebbero rileggersi i commenti dei “turisti degli anni ‘20”, tanto attuali come non mai, per capire che queste sono tasse che non agevolano il tanto decantato decollo turistico di Cesena, a cui vengono dedicati ricorrenti fondi di sviluppo, nonché studi e analisi di fattibilità. Tra tasse da un lato, investimenti dall’altro e ricavi reali, nessuno ha mai svolto un effettivo bilancio sugli investimenti turistici, nessuno ha mai detto al cittadino se i suoi soldi rendono o perdono effettivamente. Perché non lasciare alla rete di imprese del settore turistico del territorio il compito di analizzare il mercato, individuarne le potenzialità, formularne ipotesi di marketing, coinvolgere gli altri operatori collaterali, in un disegno a cui il Comune partecipa semmai come parigrado, non come dominus? Sicuramente il Comune potrebbe non spendere soldi per lo sviluppo turistico, che per il 2013 sono indicati in 150 mila euro, magari potrebbe avere maggiori introiti per l’aumento delle attività sul territorio e smetterebbe di fare l’unica cosa che sa fare veramente bene: tassare. Con le ventate di federalismo, la tassazione viene delegata al governo locale, con lo scopo di responsabilizzare gli enti stessi, più a stretto contatto con la cittadinanza, quegli stessi enti principale causa di un disavanzo statale alla deriva. Stabiliti alcuni vincoli di bilancio, per dare un minimo di sicurezza ai più generali conti nazionali, lo Stato lascia quindi agli enti locali la facoltà di lanciarsi anche nelle imprese più creative, purché sia la cittadinanza a contribuire direttamente. In questo modo si riducono drasticamente i trasferimenti statali, ma siccome è “guerra” per tutti, anche quelli regionali non sono da meno, anzi. Il risultato è un combinato di riduzioni di entrate per l’ente locale, il quale è costretto a scelte dicotomiche: mantenere il suo attuale tipo di governo e obbiettivi connessi aumentando la tassazione sulla cittadinanza; oppure tagliare i costi, ad iniziare da quelli relativi a servizi non primari, razionalizzare la sua struttura, coinvolgendo il mercato privato. Molto probabilmente le scuole materne saranno l’oggetto concreto della prima razionalizzazione dei costi. Le loro entrate sono previste in leggero calo, da 1,108 a 1,050 milioni di euro, come pure le spese, che passano da 4,60 a 4,49 milioni di euro; queste ultime grazie a minori trasferimenti e oneri finanziari, pur in presenza di un aumento delle spese per il personale. L’onere generale risulta significativo, in presenza di entrate in calo, nonostante l’adeguamento in aumento delle rette, il che porta ad ipotizzare che l’offerta, in tempi di crisi, non è più allettante, per cui il confronto col servizio privato si impone necessario.

Il 2013

Il bilancio 2013 è stato anticipato da numerosi incontri della sola Giunta con gli stakeholder, vedi le associazioni di categoria, il terzo settore, i sindacati, il mondo finanziario. Al termine, e solo al termine, del giro di consultazioni si sono incontrate le parti politiche, in pratica quelle non facenti parte della maggioranza. In questo modo si è voluto attribuire, se mai ce ne fosse stato il bisogno, alle componenti politiche dell’opposizione un ruolo marcatamente subalterno al resto, quasi una funzione di corollario al funzionamento e governo della città, affinché esse a loro volta potessero trasmettere il messaggio ai loro elettori. Il confronto con l’insieme degli stakeholder sarebbe stato più utile e costruttivo se fosse stato svolto assieme a tutte le forze politiche, si sarebbero evitate interpretazioni di seconda mano, l’analisi della realtà da più punti di vista avrebbe sicuramente arricchito la costruzione del governo della città, le cui proposte rimangono e rimarrebbero comunque di competenza della Giunta. L’intera città ne avrebbe sicuramente beneficiato: ma cosa si può fare nei confronti di un modo di far politica che scimmiotta in sedicesimi quello nazionale, con quella gran voglia di superiorità e sicumera che genera solo stallo politico o peggio ancora rivalsa? Il marketing sociale che ne è seguito riporta, con sorriso, la memoria ai tempi della grande propaganda, delle veline. Come interpretare diversamente il profluvio di comunicazioni sugli ottimi risultati raggiunti da ogni assessore nell’area di competenza, dei nuovi progetti futuri messi in campo, degli investimenti in nuove società tecnologiche? Iperattivismo comunicativo che stordisce i più, annebbia la capacità di pensare razionalmente, sposta il focus dell’attenzione dalle dolorose scelte che saranno inevitabili, tranne poi, improvvisamente, convocare la solita riunione plebiscitaria con tutti gli stakeholder, e questa volta anche le forze politiche dell’opposizione, in cui annunciare l’inderogabile e obbligata politica “lacrime e sangue”. Della serie “avremmo voluto, ma ci hanno obbligato”, ovvero l’antitesi del governo della cosa pubblica.

I punti di attenzione del bilancio 2013

Il bilancio è la somma di tante voci, piccole e grandi, di seguito vengono indicate quelle che maggiormente saltano all’occhio, come la diminuzione di oltre 2 milioni di euro del servizi afferenti a “Assistenza, beneficenza pubblica e servizi diversi alla persona”, di cui si prende atto.

Il piano investimenti viene sostenuto principalmente dall’accensione di nuovi mutui, tra cui spicca quello relativo alla riqualificazione di Piazza della Libertà, che con i suoi 1,6 milioni a carico del Comune è pari al 37% del totale, ma che nulla toglie alla decisione di rimandare agli anni futuri la riduzione del rischio sismico sia delle scuole materne che dell’istruzione primaria. Strano mondo questo, quello dominato dalla finanza e dalle voci di spesa, dove non si riesce a capire come mai, in una situazione di crisi nera come quella che stiamo attraversando, si debbano investire 3,1 milioni di euro (1,5 dalla Regione, il resto a carico del Comune) per abbellire

una piazza. Esiste il vincolo delle voci di spesa, per cui non puoi destinare a spesa corrente una destinata in investimenti? Ai più potrà sembrare strano, ma almeno si rifiuti per un minimo di questione etica, per tutti quelli che soffrono davvero, e non solo per non poter realizzare uno dei propri punti di programma. Si procede con nuovi investimenti sulla Grande Malatestiana per 350 mila euro, ma anche con 200 mila per l’allestimento del museo Nori, a fronte di una copertura complessiva del settore musei e gallerie sotto al 20%, il che equivale ad affermare che i costi di struttura sono a carico per l’80% della collettività: i biglietti di ingresso rendono poco, il sistema museale non è messo opportunamente a frutto, razionalizzare l’insieme parrebbe un obbligo. Di che stiamo parlando? Di oltre 239 mila euro di spesa, di cui oltre 93 mila di costo del personale. Dobbiamo interpellare il FAI per qualche proposta o ci basta la sua opera un giorno all’anno? Se l’analisi si sofferma su entrate e spese, ecco allora il Teatro Bonci, con entrate che si mantengono sui 75 mila euro, ma con uscite che quest’anno dovrebbero sì ridursi a 750 mila, ma a cui dovremo aggiungere gli usuali oneri finanziari di 170 mila euro. Tradotto in termini semplici significa che la cultura di una rosa di cittadini, tra cui chi scrive, viene finanziata al 90% dalla collettività, magari anche da quelle 1.300 famiglie indicate dalla Caritas locale come soggette a povertà. Il centro culturale San Biagio, le cui entrate di circa 32 mila euro coprono il 10% dei costi complessivi pari a 312 mila euro. Siamo nell’ambito del puro welfare, dove andrebbe eventualmente verificata l’ampiezza da concedere a queste attività e servizi. Sulla mobilità, se da un lato si continua a far leva sui parcheggi, con entrate in aumento del 20% pari a 101 mila euro, dall’altro il trasporto pubblico costituisce un grande onere, con spese che giungono a 2,80 milioni di euro, a fronte di entrate calanti del 10% e che si attestano sui 407 mila euro. Infine la Tares, la nuova imposizione di igiene ambientale, che i comuni riscuoteranno direttamente per poi pagare il fornitore dei servizi, nel caso Hera. Sono previste entrate per 17,44 milioni di euro e spese per 14,44 ovvero 3 milioni di saldo attivo per il Comune. L’ASP – Azienda Pubblica dei Servizi alla Persona – diviene sempre più strategica nell’azione del Comune, tanto da affidarle compiti e missioni a volte improprie, quali la gestione dell’Istituto Musicale Corelli, che nulla ha che fare col welfare, a meno di voler allietarne gli utenti. Difatti, che c’entra un istituto musicale con gli obiettivi dichiarati di “servizi e delle attività promozionali svolte da ASP a beneficio di anziani fragili, famiglie, giovani e cittadini immigrati, orientata ad una maggiore razionalizzazione dei costi e ad un efficientamento complessivo del sistema”? È chiaro che il Corelli dentro l’ASP è un ospite, con lui i suoi insegnanti e allievi, nonché la sua storia e cultura. Una ASP quindi utilizzata come quel tappeto sotto cui nascondere la polvere, nel caso dipendenti e costi che potrebbero recare fastidio nella costruzione del bilancio comunale. Che l’ASP sia strategica viene sottolineato dalla somma di 19, tra progetti e servizi, escluso il Corelli, che vengono gestiti nell’ambito del welfare, il cui contorno va espandendosi sempre più, grazie alla continua ricerca condotta dalla stessa ASP su nuovi disagi e necessità del territorio. Avete letto bene, è l’ente erogatore di servizi che va a caccia di opportunità di business. Per un privato sarebbe l’eden, ma forse non solo per il privato. Nel frattempo i costi aumentano e l’aumento delle rette diventa indispensabile. Ad esempio, tra le diverse e varie forme di servizio, le nuove rette del Roverella sono aumentate di 3 euro al giorno, pari a 17.820 euro annui per una retta convenzionata, sino a 28.080 per quella non. Sarà anche per questo forse, per aumentare la massa critica e l’”efficientamento”, che l’ASP ha deliberato l’assunzione di nuovi 38 operatori socio assistenziali, al fine di permettere l’accreditamento definitivo ai servizi residenziali e semiresidenziali per anziani presso il “Nuovo Roverella”. Tradotto in numeri, a fronte di introiti che si prevedono stabili su circa 8 milioni di euro annui, aumenta il costo del personale, che viene bilanciato dalla pari diminuzione di acquisto di servizi esterni. Che riflessi si avranno sulle altre realtà locali assistenziali, dall’associazionismo al privato? Siamo nel solco di un operatore pubblico, l’ASP appunto, che continua la sua espansione sul mercato. Oltre al rilascio degli accreditamenti, esiste un benchmark economico qualitativo tra le strutture operanti sul territorio? Quali sono i parametri di scelta nella sottoscrizione delle convenzioni tra l’ente locale, l’ASL e le strutture di servizio, tra cui l’ASP? Di ASP sentiremo ancora parlare, eccome, se è vero che dal Piano Programmatico 2013-2015 spunta fuori che “L’attuale Pianta organica risulta inadeguata alle esigenze gestionali dell’Azienda e va aggiornata tenuto conto anche dell’assetto organizzativo approvato con il regolamento di organizzazione e funzionamento dei servizi e degli uffici.

Tali modifiche dovranno essere preliminari alla definizione di un apposito piano delle assunzioni funzionale a dotare l’azienda di tutte le professionalità utili al suo efficiente ed efficace funzionamento”. Musica non nuova, specie se si parte da “figure amministrative di applicato di concetto”: quanto sarà l’espansione? Quanto sarà “efficiente” ed “efficace”, qualità in cui il pubblico difficilmente brilla? Però occorre dare atto che lo stesso Piano Programmatico cerca di dare risposta in parte alle domande di cui sopra, stilando l’elenco degli indicatori e i parametri per la verifica economica e qualitativa, che in gergo vengono indicati come Key Performance Indicators, peccato che siano solo … enunciati! Difatti non è stato per essi rilevato alcun valore. Ogni anno il bilancio diventa sempre più corposo e articolato, non solo in termini economici, ma anche per documenti, analisi, studi, comparazioni, collegamenti alle società partecipate, ai collegati provinciali e regionali. Difficile seguirne le evoluzioni, ancor più comprenderne sempre i dettagli e gli obiettivi, per una gestione che assomiglia più ad uno zaibatsu giapponese che ad un semplice comune di meno di 100.000 abitanti. Ma siamo coscienti della complessità della macchina burocratica, se è vero che al suo vertice la Contabilità Generale dello Stato non è in grado di conoscere l’entità dei suoi debiti. Complessità è l’antitesi di semplicità, questa utile per risolvere tanti problemi. Iniziamo allora a semplificare la macchina comunale, la sua gestione, ridefinendo la sua missione.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 8:50 am
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