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Governo di larghe intese … o per disperazione?

     Giugno 27, 2017   No Comments

di Davide Giacalone

Il governo di Enrico Letta è partito. La sua composizione può essere così riassunta: di ministri ce n’è uno (Sacco-manni), tutti gli altri son nes-suno. La sua durata è inde-terminata, ma dovrà restare lì almeno fino a ottobre, quando saranno alle spalle le elezioni tedesche. Molto poco? Ad ave-re le idee chiare si potrebbe fare molto. Invece l’impres-sione è che si sia impantanato alla partenza. Ne è dimostrazione la questione dell’Imu. A tratti imbarazzante. Non se ne sono accorti, ma sull’Imu il Pdl e il Pd convergono assai più di quel che credono o dicono. Il guaio non è solo che non desiderano ammetterlo, altrimenti dovrebbero spiegarlo ai propri elettori, cui raccontano il contrario, il guaio serio è che non sanno che farsene, della loro convergenza. Il prodotto della danza attorno al totem dell’Imu, alla fine, non è solo un irrilevante rinvio, ma la moltiplicazione dell’incertezza. Che in tema fiscale genera paura. Che in termini economici genera miseria.

Perché i due partiti convergono? Semplice. Il Pdl chiede la cancellazione dell’Imu sulla prima casa. Come, a suo tempo, cancellò l’Ici, sempre sulla prima casa. E’ vero che l’Imu è un’imposta ideata dal governo di centro destra, ma è anche vero che farla valere sull’immobile che si abita (normalmente la prima casa) è una trovata del governo successivo, a guida Mario Monti. La destra, dunque, reclama la cancellazione di questo. Il Pd, dal canto suo, rifiuta la cancellazione sulla prima casa, essenzialmente perché la chiedono gli altri, che sarebbero gli avversari, ma sarebbero anche gli alleati al governo. Però anche la sinistra vuole che qualche cosa cambi e che dal pagamento, sempre sulla prima casa, siano esentati i redditi più bassi. La patrimoniale sugli immobili, nella loro fantasia, è un’imposta che devono pagare i ricchi. Se dalla fantasia si scende ai numeri si scopre che il 94% del gettito Imu è dato da soggetti che hanno redditi annui inferiori ai 55mila euro lordi. Siccome per considerare ricco chi guadagna fino a quella cifra occorre una fantasia ai limiti dell’allucinazione, ne deriva che l’epica differenza fra le due posizioni si ridurrebbe al 6% del gettito. Con il che credo che gli astanti meriterebbero, più che altro, una defilippesca pernacchia. Nel mentre questa commedia va in scena, il governo conferma che per tutto il resto del patrimonio immobiliare la scadenza di giugno non slitta manco per niente. Vale a dire due cose: a. sul totale di 24 miliardi di gettito è confermata la scadenza per il 20, quindi nulla cambia per l’84%; b. nel mentre si dice che la pressione fiscale deve diminuire sul sistema produttivo è esattamente quella che viene confermata. Ma non basta, perché per i forzati dell’acconto la rata potrebbe anche aumentare, visto che (all’incirca) un quarto dei comuni hanno elevato l’addizionale. Qui interviene la commissione bilancio della Camera e vara la grande trovata: a giugno si paghi la metà di quanto (complessivamente) si pagò l’anno passato, mentre per la differenza, superiore, ci rivediamo a fine 2013.

Con il che s’iniettano due veleni: 1. l’incertezza; 2. l’aspettativa di prelievi superiori nel mentre se ne promettono d’inferiori. L’opposto di quel che si dovrebbe fare.

Tale è la maledizione dell’Italia, terra in cui si cerca di mentire sulla storia e d’imbrogliare sul presente: prima ci si rifiuta di fare quel che è ovvio (vale a dire un governo che veda convergere i voti di Pd e Pdl, l’unico possibile dopo il voto di febbraio); poi ci si rassegna a farlo, ma lo si compone di soggetti il cui peso politico tende allo zero; infine lo si agita con questioni simboliche, dietro le quali manca non solo il pensiero, ma anche la sostanza.

Avete presente gli sbandieratori delle contrade senesi, quelli che lanciano le bandiere in alto e poi le riafferrano? Ecco, la scena è più o meno quella, ma anziché riacchiapparle chi le lancia poi ci s’infilza.

Con i diritti di cittadinanza e la regolazione dell’immi-grazione è la stessa scena. Surreale.

Le larghe intese hanno un senso se servono, come sono servite in Germania e come forse serviranno in Francia, per fare quello che una sola parte non è in grado di fare. Da noi, invece, si realizzano per disperazione, ma alla condizione che nessuno faccia nulla e che ciascuno possa dimostrare di avere piegato l’altro. Ciò ci conquista una destra, una sinistra e un governo che a ogni pie’ sospinto invocano la diminuzione della pressione fiscale, ma, di fatto, non solo non sono in grado di perseguirla, bensì si dedicano, giorno dopo giorno, al gioco assurdo di stabilire quale imposta o tassa debba crescere in modo da farne diminuire un’altra. Il tutto maledicendo il “vincolo europeo” che, però, c’entra come i cavoli a merenda, dato che il vero vincolo inviolabile è quello della spesa pubblica. Che non si riesce a tagliare perché si è ignoranti, non si sa com’è composta e, pertanto, non si sa governarla.

Nel frattempo si annuncia che sarà tagliato l’emolumento integrativo di qualche ministro, aspettandosi un applauso che, invece, non arriva. Né si merita. Sia perché il taglio è annunciato in anticipo sul farlo, sia perché nell’ultimo bar sport sanno far di conto meglio che attorno al tavolo tondo del Consiglio dei ministri, sicché sanno tutti che si tratta di cifre irrilevanti. In compenso s’avvalora l’idea che la causa dei mali è la casta e i suoi costi. Poi non si meraviglino se l’entusiastico consenso delle masse non si manifesta.

  •   Published On : 4 anni ago on Giugno 27, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 27, 2017 @ 9:42 am
  •   In The Categories Of : Politica Nazionale

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