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Globalizzazione senza asservimento

     Giugno 26, 2017   No Comments

di Riccardo Caporali*

Ringrazio il prof. Sanzio Scarpellini per l’attenzione con cui mi legge e per le obiezioni che mi rivolge. La stima che mi dichiara, del resto, è sinceramente ricambiata. Proverò a rispondere solo con qualche breve osservazione, com’è giusto che sia, in sede di replica, e insistendo (inevitabilmente molto all’ingrosso) sugli aspetti più squisitamente politici della discussione, giusta la richiesta dell’amico Denis Ugolini, che gentilmente ci ospita. Il prof. Scarpellini sembra convinto che non solo l’uguaglianza oggi non possa considerarsi un discrimine tra destra e sinistra, ma che la stessa distinzione tra destra e sinistra abbia ormai poco senso, essendo da relegare nel novero di «tradizionali ideologie», alle quali è inutile continuare ad «aggrapparsi». Si tratta di una tesi diffusasi a partire dagli anni ’80, specie in ambiti culturali tipici della destra, ma che poi ha trovato vasto campo anche in altri settori (anche di sinistra), in seguito alla crisi generale (una vera e propria crisi di epoca) avviatasi a dimensione planetaria nell’ultimo decennio del secolo scorso. Io credo, a dirla un po’ di corsa, che questa idea denoti non la vera fine della «destra» e della «sinistra», ma l’attuale vittoria della destra, in seguito al crollo del bipolarism una vittoria alla quale la sinistra, nella sue molteplici forme, non ha saputo fin qui opporre un’adeguata controffensiva politica e culturale. Non credo che quello dell’uguaglianza sia un principio superato, o perché troppo generico e astratto, o perché ormai accettato, acquisito, nei suoi termini più elementari, con «sostanziale accordo fra tutti gli Stati». Il mondo globale, in realtà, è andato fin qui in una direzione esattamente opposta, che moltiplica le differenze, le tensioni, i conflitti: tra le aree del mondo (la voragine tra ricchi e poveri complessivamente aumenta, non diminuisce), tra le classi sociali (all’interno degli stessi paesi ricchi), tra Stati, tra razze presunte e reali fedi religiose, con la riscoperta di pericolosi, aggressivi fondamentalismi, di nuove intolleranze, di nuove discriminazioni. Per eliminare un problema non basta dichiararlo eliminato, e nemmeno dichiararsi impegnati più o meno solennemente a risolverlo. Faccio solo l’esempio più estremo, e proprio per questo il più drammatic la schiavitù è stata giuridicamente abolita, ovunque, già nel corso dell’Ottocento. È un problema superato, che tuttavia in questi ultimi decenni ha assunto proporzioni inimmaginabili: le stime vanno dai sette ai nove milioni di persone, che arriva a venti se si calcolano anche coloro che vengono ridotti in questa condizione per debito (una fonte classica, del resto, della schiavitù, dopo quella prevalente, causata nel mondo antico dalla sconfitta in guerra). Ma anche se guardiamo all’Italia, quello dell’uguaglianza è difficile da accettare come un principio superato in quanto sostanzialmente realizzato. L’Italia, tra quelli industrializzati, è il Paese a più bassa mobilità sociale: è un dato riconosciuto e considerato come gravissimo da tutti (comprese Banca d’Italia e Confindustria), fuorché dall’attuale governo e dalla cultura, dalla mentalità (di destra) che lo sostiene. Conosco bene il «capabilities approach» di Amartya Sen, e il suo invito a non misurare in termini di «excessive materialism» la qualità della vita degli uomini; ma in una società come la nostra l’assenza o l’eterna precarietà del lavoro influisce direttamente e terribilmente, molto materialmente, sulle singole vite di ciascuno, sulla possibilità di concepirsi all’interno di un progetto, di una prospettiva, di un minimo di stabilità e possibilità. Nel mondo globale si assiste anche, per la prima volta, alla «povertà del lavoro»: al fenomeno per il quale «avere un lavoro» non garantisce più dall’insicurezza economica, da tempi e condizioni troppo faticosi e degradanti, dal rischio crescente degli infortuni, dalla malattia professionale, da salari al di sotto di una decorosa esistenza. Un approccio di destra è, per esempio, quello di un attuale ministro, che fu socialista, per il quale le norme attuali in materia di sicurezza sul lavoro (il primo, autentico, grande problema «sicurezza»!) sono un lusso che l’economia italiana non si può permettere, di fronte alle leggi internazionali della concorrenza e del mercato. In questo modo il mercato sgretola l’uguaglianza, pur dando l’idea di non intaccarne il principio. Un approccio di sinistra si rifiuta (dovrebbe rifiutarsi) di considerare queste come leggi naturali, ineluttabili. Gli accordi di Pomigliano e Mirafiori non sono un esempio di positivo rinnovamento delle relazioni industriali: sono piuttosto la sovrapposizione del modello sindacale americano-liberista a quello socialdemocratico-europeo, oggi declinante, sotto i colpi del «mercato mondiale». Il declino di un modello, tuttavia, non rende automaticamente «giusto» l’affermarsi del suo contrario. Né lo rende inevitabile: la ripresa della politica sull’economia (e certo sulle avventure della finanza, che dell’attuale economia sono parte integrante: un’espansione, non una contraddizione) è una prospettiva certo difficile ma non impossibile: non impensabile, non impraticabile. E poi sì, certo, la meritocrazia. Attenzione, però. Il discorso sul «merito» ha da sempre almeno due facce: una è quella, tipicamente di sinistra, sancito dall’art. 3 della nostra (bellissima) Costituzione: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini […] ». L’altro è quello, opposto, che codifica come «merito» le diseguaglianze esistenti: un principio tipico della cultura liberale (da Locke a Kant), che sancì per secoli i diritti politici in base alla «nazionalità», alla «proprietà» e al «sesso»: bianco, maschio, adulto e proprietario, fu il modello storico del «cittadino» (dell’individuo che aveva le condizioni, cioè il merito, per la cittadinanza), nella cultura liberale europea. E questa seconda concezione del «merito» è, oggi, la stessa che sottende le attuali riforme della scuola e dell’Università, che si limitano ad accettare e registrare come differenze – di merito, appunto – le diverse condizioni di partenza degli alunni e degli studenti: quelle condizioni che la scuola stessa (secondo l’altra, opposta, concezione del merito) dovrebbe contribuire a rimuovere e superare. Tutta le retorica sul rigore e la selezione dei migliori in realtà si riduce a questo, al più vieto ritorno classista. Se non si consentono pari punti di partenza, il «merito» di chi arriva primo a fine corsa è non solo una bugia, ma un vero e proprio inganno. È il nostro, del resto, il paese nel quale perfino qui da noi, nella civilissima Romagna, sopportiamo senza discutere (senza un moto d’indignazione collettiva, senza una reazione generale delle coscienze) che qualcuno teorizzi il diritto di accesso alle scuole materne a chi davvero lo «merita», e cioè ai soli «bambini romagnoli». E il Paese nel quale, durante il dibattito finale in tv, prima delle elezioni del 2006, il candidato di destra alla presidenza del consiglio poté rivolgere alla sinistra l’accusa di voler considerare uguali il figlio dell’operaio e il figlio dell’imprenditore. Disse proprio così. E l’abbiamo subito dimenticato. Sembrò, a sentirla allora, una ridicola parodia del ’68 e di Contessa, la canzone di Paolo Pietrangeli. Era invece una realtà orribile, con la quale dobbiamo fare tutt’ora i conti. P.s.: andrei molto cauto – anche il prof. Scarpellini, del resto, mi sembra farlo – nella meccanica deduzione della storia dai principi. Perché c’è sempre, se si può dire così, una reciproca eccedenza tra l’una e gli altri: si influenzano reciprocamente, ma reciprocamente e continuamente si scartano e si superano. L’uguaglianza non è responsabile di Pol Pot e del gulag (fenomeni ai quali mi guarderei bene dall’accostare il giacobinismo, per molte buone ragioni di cui non si può qui naturalmente dar conto), più di quanto la libertà liberale lo è della schiavitù, del genocidio, del razzismo e del colonialismo. Un tratto permanente della cultura politica occidentale (dai greci a oggi) è stata la celebrazione di una «civiltà» (comunque sia venuta di volta in volta configurandosi) fondata sull’asservimento di coloro che dallo spazio di quella medesima civiltà erano esclusi. L’età globale non ha superato questa logica, l’ha resa inter-spaziale, l’ha trasferita e rilanciata all’interno di ogni spazio nazionale e regionale del pianeta. Come fare della globalizzazione una civiltà senza asservimento può essere la nuova, difficilissima sfida della sinistra, nel ventunesimo secolo.
*Di Sinistra e Libertà

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 26, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 26, 2017 @ 10:07 pm
  •   In The Categories Of : Opinioni

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