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Fondazioni bancarie: meno campanili, più sinergie

     Giugno 28, 2017   No Comments

di Paolo Morelli

La crisi economica ha penalizzato doppiamente le fondazioni di origine bancaria, nate nel 1990 con la ‘Legge Amato’ per separare l’attività bancaria da quella filantropica delle Casse di Risparmio e Banche del Monte: in primo luogo con la riduzione dei proventi che derivano dalla maggior parte degli investimenti (con eccezione per i titoli di Stato e obbligazionari), in secondo luogo per la riduzione del valore del patrimonio, soprattutto per la parte immobiliare. Questo ha comportato una forte contrazione delle risorse disponibili per le erogazioni, compensata solo in parte dal ricorso a riserve (fondi di stabilizzazione) per mantenere gli impegni pluriennali e far fronte alle sempre maggiori esigenze che si sono manifestate soprattutto nel campo dell’assistenza e della beneficenza. Inoltre diverse fondazioni hanno dovuto impegnarsi fortemente per far fronte agli aumenti di capitale che diverse banche, anche di grandi dimensioni come Unicredit e Intesa Sanpaolo, hanno dovuto effettuare. Come mostrano i grafici (fonte Acri), molto utili per valutare l’andamento delle erogazioni delle fondazioni di origine bancaria negli ultimi dieci anni, i settori privilegiati per le erogazioni e le dinamiche dei singoli settori, tra il 2002 e il 2012 le erogazioni si sono ridotte del del 56,3%, e solo tra il 2011 e il 2012 le erogazioni hanno subito una contrazione del 10,8% come numero di interventi e dell’11,6% in valore, scendendo per la prima volta sotto la soglia del miliardo di euro.

Negli anni delle ‘vacche grasse’ (fino al 2008) gli interventi di erogazione a pioggia dei contributi erano la regola applicata quasi costantemente, anche per guadagnare o mantenere il consenso, ma hanno causato una riduzione delle riserve disponibili per le erogazioni future che si è accentuata negli ultimi anni. A soffrire maggiormente sono stati gli interventi a favore di arte e cultura, settori tradizionali per l’impegno delle fondazioni, poiché la crisi economica ha portato in primo piano il crescente bisogno da parte delle fasce deboli della popolazione, le necessità di sostegno alle imprese e le richieste da parte delle pubbliche amministrazioni, sempre più a corto di risorse.

In Italia le fondazioni di origine bancaria sono 88 e le norme alle quali devono attenersi individuano 27 settori di intervento, tra i quali ogni fondazione deve sceglierne cinque sui quali concentrare la prevalenza delle proprie erogazioni. In campo nazionale il settore più ‘gettonato’ è ‘arte, attività e beni culturali’, ma la crisi economica porta in primo piano i settori dell’assistenza sociale, il volontariato, filantropia e beneficenza, la salute pubblica e l’istruzione.

Hanno un bilancio complessivo di circa 51 miliardi di euro (dati Acri riferiti a fine 2012) e ogni anno devolvono erogazioni filantropiche per un ammontare complessivo di circa un miliardo di euro a soggetti che perseguono finalità non lucrative di pubblico interesse sociale; rappresentano quindi un motore formidabile per il volontariato e più in generale per il terzo settore. Si distinguono per la loro natura istituzionale (le casse originarie erano sorte per iniziativa di enti pubblici e di organizzazioni della società civile) o associativa (le casse originarie erano nate come società anonime grazie a conferimenti patrimoniali di privati cittadini). Oggi le fondazione di origine associativa conservano l’assemblea dei soci come organo che raccoglie l’eredità morale dei fondatori, come avviene per le fondazioni romagnole.

In Romagna le fondazioni di origine bancaria di maggiore rilevanza sono sei: in ordine di dimensioni Forlì, Ravenna, Cesena, Rimini, Lugo e Faenza. Forlì ha disimpegnato nel momento migliore per farlo gran parte del capitale investito nella Cassa dei Risparmi cedendo la maggioranza della banca al gruppo Intesa Sanpaolo e ora è la fondazione romagnola più capitalizzata, mentre le altre hanno mantenuto la maggior parte del loro capitale nell’istituto di credito dal quale sono state originate (Rimini 58%, Ravenna 49%, Cesena 48% che sale al 66% con le quote delle fondazioni di Lugo e Faenza, legate a Cesena da un patto di sindacato).

A breve, però, ci saranno forti movimenti: lo scandalo del Monte dei Paschi di Siena, dove una solida catena di comando legava l’amministrazione comunale alla fondazione e alla banca, e i ‘soliti noti’ cambiavano ruolo passando dalla giunta comunale al consiglio della banca o della fondazione e poi, magari, tornavano da dove erano arrivati in un carosello senza soluzione di continuità che non coinvolgeva solo la maggioranza di centrosinistra, ma anche l’opposizione, in modo da accontentare tutti ed evitare critiche. Questo ha messo in moto un movimento che vuole cambiare le regole del gioco: è probabile che si arrivi a una nuova formulazione delle norme che furono fissate a partire dal 1990, quando l’attività solidaristica fu separata da quella bancaria per rendere gli istituti di credito (trasformati in società per azioni) più dinamici e appetibili dal mercato, seguendo le direttive dell’Unione Europea, per costringere le fondazioni a scendere sotto il 30% del capitale della banca e a nominare una quota di minoranza degli amministratori. Questo per allentare ulteriormente i legami tra la politica, le fondazioni e le banche. In Romagna, per la verità, la situazione è diversa poiché le fondazioni che hanno avuto origine dalle casse di risparmio e dalle banche del monte vedono ancora la prevalenza dei soci di nomina assembleare, mentre sono una minoranza quelli nominati dalle associazioni di categoria, dagli enti culturali e dalle amministrazioni locali.

Il movimento che vuole ridurre ai minimi termini l’influenza delle fondazioni sulle aziende bancarie ha, però, una forte resistenza da parte di coloro che mettono l’accento sul fatto che le fondazioni esercitano una funzione positiva stimolando le banche collegate ad avere una maggiore attenzione al territorio soprattutto nei momenti di difficoltà. E’ il caso, per esempio, della Cassa di Risparmio di Cesena che recentemente ha erogato 400 mutui prima casa (per un importo complessivo di circa 60 milioni di euro) a tassi molto bassi ottenendo un duplice risultato: consentire a giovani famiglie di entrare in possesso dell’abitazione nella quale vivere, e consentire a diverse imprese edili di avere a disposizione preziosa liquidità.

Le fondazioni romagnole hanno una spiccata vocazione campanilistica e mirano gli interventi quasi esclusivamente a sostegno del proprio territorio, ma in futuro è probabile che saranno costrette a un confronto sempre più serrato: l’Ausl unica romagnola sembra a un passo dall’avvio, e anche numerose altre istituzioni ed enti sono avviate all’integrazione in un’area vasta i cui confini coincidono con quelli della Romagna. I presidenti Bruno Piraccini (Cesena), Roberto Pinza (Forlì), Massimo Pasquinelli (Rimini) e Lanfranco Gualtieri (Ravenna) hanno frequenti contatti, ma non riescono a trovare strategie comuni per attuare progetti di respiro romagnolo. Interessante può essere il ruolo di cerniera delle fondazioni di Lugo e Faenza, nate dalle casse di risparmio e banche del monte delle due città che diedero vita alla Banca di Romagna, in fase di fusione con la Cassa di Risparmio di Cesena. Anche per l’insediamento dell’Università di Bologna in Romagna le fondazioni (che hanno avuto e continuano ad avere un ruolo fondamentale) hanno agito con una strategia comune, ma con divisione a livello provinciale, anche seguendo le indicazioni delle amministrazioni locali. Così sono stati costituiti tre diversi enti per il sostegno all’università: Serinar a Forlì-Cesena, Fondazione Flaminia a Ravenna, Uni.Rimini a Rimini. Per il resto le fondazioni avanzano in ordine sparso: quelli di Forlì, Cesena e Ravenna (ma non quella di Rimini) sostengono fortemente l’Irst, l’avanzatissimo istituto romagnolo di ricerca e cura dei tumori che ha sede a Meldola, e all’orizzonte c’è una maggiore collaborazione per sostenere Centuria, società che promuove progetti di ricerca nel rapporto fra università e imprese. Centuria è una società consortile senza fini di lucro che si è costituita come agenzia per l’Innovazione della Romagna avendo per oggetto sociale la promozione dell’imprenditorialità, della ricerca industriale e dell’innovazione. La Fondazione della Cassa dei Risparmi di Forlì è impegnata anche per sostenere RInnova Romagna Innovazione, società di ingegneria dell’innovazione nata nel giugno 2008, che opera praticamente nello stesso settore ma con approccio più consono per uno studio professionale. Il suo ruolo, però, tende a sovrapporsi con i tecnopoli in via di allestimento con il sostegno della Regione, degli enti locali e dell’Unione Europea per una più incisiva relazione fra la ricerca universitaria e il mondo del lavoro e dell’impresa.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 11:51 am
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