• I Nostri Sponsor

Loading...
Your Are in   Home     Cultura Società Economia     FIDUCIA NELLE CAPACITA’ DELLA NOSTRA IMPRENDITORIA

FIDUCIA NELLE CAPACITA’ DELLA NOSTRA IMPRENDITORIA

     Giugno 28, 2017   No Comments

di Paolo Morelli – Intervista ad Adriano Gentili, direttore generale di UNIBANCA

Crisi globale: parlare di meno, identificare meglio le difficoltà, agire con meno strumentalizzazioni, non creare inutili allarmismi cavalcando l’ondata del pessimismo, credere di più nelle capacità innovative della nostra imprenditoria, riconfermare la positività del nostro essere provinciali, grandi lavoratori, pragmatici e meno sognatori. Questo il modo migliore per vincere anche questa esperienza negativa insieme alla solidarietà.
Dalla sua decennale postazione di direttore generale di Unibanca, holding alla quale fanno capo Cassa di Risparmio di Cesena e Banca di Romagna, Adriano Gentili ha gli strumenti per guardare avanti e spiegarci quel che sta accadendo oggi in Romagna e ciò che potrà avvenire domani. Per questo gli abbiamo fatto alcune domande.
Come si giustifica questa crisi?
Questa crisi rappresenta la conferma della fragilità di un sistema capitalistico che si è estesa a tutto il mondo. Alla base di queste crisi c’è un’ondata di ottimismo che trae origine da un andamento favorevole dell’economia reale. Questo ottimismo ha creato aspettative tali da sottovalutare il fattore rischio, un conseguente aumento della domanda di credito e una propensione maggiore all’indebitamento di famiglie e imprese. Tutto questo ha creato pressioni sulle borse e aumento di volatilità dei prezzi delle attività finanziarie. Nel momento in cui queste aspettative non si sono concretizzate, si è creato uno squilibrio fra il sistema finanziario e l’economia reale. Giacchè questo squilibrio è tanto più elevato quanto più artificioso è il sistema finanziario, questa crisi si presenta molto pesante in quanto siamo stati in presenza di una politica troppo permissiva da parte della Banca Centrale americana e di una creazione di strumenti finanziari complessi e non valutabili.
Qual è la gravità della situazione?
C’è preoccupazione generale, soprattutto per chi opera in settori quali l’immobiliare, il commercio, la meccanica. Non mi sembra di percepire segnali di difficoltà diffusa da parte di chi ha debiti verso la banca. Il rapporto fra utilizzo e totale affidamenti rimane sempre al di sotto del 50%. Volendo, quindi, l’impresa può utilizzare di più, ma tutto dipende dalle necessità finanziarie che a loro volta sono legate alle esigenze commerciali; non è facile interpretare questo rapporto. Non c’è comunque allarmismo. L’imprenditore sembra disponibile anche a non guadagnare per un anno pur di restare sul mercato e mantenere la forza lavorativa, anche se con qualche ammortizzatore. Diffusa è la necessità di selezionare il cliente. Maggiori difficoltà si riscontrano in chi ha fatto ‘il passo più lungo della gamba’. Occorre precisare che l’Italia, e in particolare l’Emilia-Romagna, è meno colpita dalla crisi per la composizione del tessuto produttivo: su 4.338.000 aziende italiane ben 4.300.000 (pari al 99%) hanno meno di 50 dipendenti e 4.117.000 (pari al 95%) hanno meno di 10 dipendenti.
Quali sono gli aspetti più gravi di questa crisi?
Mi sono proposto di intervistare una trentina di imprenditori di settori diversi e ho tratto le seguenti considerazioni.Drammatizzare è un errore; sottovalutare le difficoltà è un altro errore; parlare troppo e strumentalizzare la crisi accresce il pessimismo e non solo non serve, ma danneggia. L’azienda di produzione è sempre più interdipendente dall’azienda di commercializzazione perché si produce solo quello che si pensa di vendere e quindi non conviene fare scorte. Ci sono settori che soffrono meno di altri come il settore agroalimentare (avicolo, surgelati, ortofrutta) e per fortuna sono propri questi i settori da cui il nostro territorio trae le maggiori risorse. Quello che soffre di più sembra essere il settore meccanico che tocca anche molte microimprese del nostro territorio che lavorano per aziende di maggiori dimensioni più colpite dalla crisi come il settore dell’auto, quello nautico e quelli legati alle grandi opere strutturali. Le aziende che hanno puntato sulla qualità del prodotto sembrano avere meno problemi, come pure le aziende che sono legate al lusso perché la loro clientela ha uno status da far vedere e i mezzi per conquistarlo (come per esempio un albergo di lusso).
E sotto l’aspetto finanziario cosa ha percepito da questi incontri con gli imprenditori?
La lamentela più frequente è l’allungamento dei tempi di riscossione dei crediti verso i clienti. Anche le aziende migliori e più virtuose, vedendosi ritardare gli incassi, ritardano a loro volta i pagamenti. E’ una catena che non si ferma e non si limita agli ormai cronici ritardi dei pagamenti delle pubbliche amministrazioni. Le nuove richieste di affidamento alle banche sono rivolte in prevalenza a far fronte a esigenze di liquidità, a scapito delle richieste per nuovi investimenti. Negli investitori finanziari si nota ancora molta incertezza perché hanno recentemente fatto acquisti pensando che la situazione non potesse più peggiorare e poi, purtroppo, il mercato ha subito ulteriori contraccolpi negativi soprattutto nel campo azionario e proprio riferiti alle aziende di maggiore dimensione e visibilità.
Quali sono i problemi maggiori per le aziende del nostro territorio?
Accanto ai tanti pregi dei nostri imprenditori, occorre ammettere che una debolezza è quella della bassa capitalizzazione, cioè il ridotto capitale immesso nell’azienda. In effetti il nostro imprenditore molte volte preferisce prelevare l’utile anziché reinvestirlo in azienda. Occorre però fare una precisazione non da poco e che noi banche locali ben conosciamo. Infatti questi profitti non sono poi stati spesi in vacanze, barche, ville e vizi di altro genere, ma sono in parte ritornati all’azienda come prestito soci, in parte sono depositati in banca o in altri strumenti finanziari, e in parte semmai reinvestiti anche in immobili. In parole povere il nostro imprenditore, cosidetto self made man e cioè fatto in casa, ha mantenuto il gusto di toccare con mano il frutto dei suoisacrifici, ma oggi di fronte alla crisi non ha alcuno scrupolo a tirar fuori quello che serve alla sua azienda per farla restare sul mercato. Il nostro imprenditore, cioè, ha quel senso etico e di onestà che fa la differenza rispetto a tanti altri.
La globalizzazione costituisce un bene o un male in questa crisi?
E’ un errore intendere la globalizzazione come semplice confronto di natura economica e finanziaria, ma che occorra integrarla con altre variabili come l’aspetto culturale, sociale, etico, istituzionale. Questa globalizzazione che stiamo vivendo sta portando conseguenze ancor più pesanti perché le nostre aziende, soprattutto piccole, non possono competere con quelle, per esempio, asiatiche che non hanno i vincoli sanitari e legislativi italiani e possono così avere meno costi e fare prezzi più bassi. Peraltro parlando con gli imprenditori ho percepito che la delocalizzazione produttiva in altri paesi, come quelli dell’Est, non offre più vantaggi tanto conclamati; evidentemente l’allargamento dell’Unione Europea a questi paesi ha provocato risvegli anche sotto l’aspetto retributivo e sociale nei lavoratori.
Si parla di stretta creditizia e addirittura di richieste di rientro dai fidi attuali da parte del sistema bancario: corrisponde al vero?
Non si può negare che le grandi banche abbiano ridotto la loro aggressività in questi mesi e che le banche locali non si siano tirate indietro al momento di fare la loro parte. Nel recente periodo le banche del Gruppo Unibanca non hanno modificato la propria politica di offerta del credito. Certamente la crisi finanziaria in atto e l’attuale situazione congiunturale dell’economia reale ci spingono a consolidare ulteriormente le modalità da sempre adottate, fra cui soprattutto la validità del progetto da finanziare e il grado di coinvolgimento degli imprenditori. Peraltro la Cassa di Risparmio di Cesena concede prestiti prevalentemente a imprese di piccola dimensione che, insieme alle famiglie, assorbono ben il 65% di tutti prestiti. Non va dimenticato che una stretta creditizia non giustificata penalizza le stesse banche per il principio del moltiplicatore che tutti conosciamo. Infatti l’investimento produttivo, e non speculativo, porta occupazione, retribuzioni, consumi, risparmi, che a loro volta alimentano ulteriori investimenti economici: tutto questo porta ricchezza al territorio, alla banca, all’azienda, alla famiglia e anche allo Stato per le imposte introitate.
Quanto conta il ruolo di banca locale nell’offerta di credito?
In un momento in cui la crisi finanziaria ed economica, diffusa a livello mondiale, sta indebolendo il rapporto di fiducia tra le banche da una parte e i risparmiatori e gli operatori economici dall’altra, l’attività di una banca locale può e deve essere rafforzata per dare risposte concrete ai bisogni. Il forte legame con il territorio in cui operano le nostre banche, la conoscenza approfondita delle realtà locali e il rapporto personalizzato con tutti gli interlocutori – in particolare piccole e medie imprese e famiglie – consentono una maggiore valorizzazione delle diverse potenzialità del sistema locale nell’ottica di sostenerne lo sviluppo. Parlando della sola Cassa di Risparmio di Cesena, non dimentichiamo che trae la sua intermediazione quasi esclusivamente dal70% di sportelli con sede in Romagna da dove raccoglie il 90% dei suoi depositi e dove riversa quasi l’80% dei suoi prestiti. Ciò conferma che le banche del nostro Gruppo sono banche del territorio, sul territorio e per il territorio come ha recentemente scritto il professor Stefano Zamagni, che hanno trasformato i limiti della loro dimensione in opportunità.
Parlando con gli imprenditori cosa ha percepito a proposito del futuro?
Distinguerei due futuri: quello prossimo verso il quale c’è preoccupazione soprattutto perché si registra una forte contrazione di ordini in portafoglio nella maggioranza dei settori di attività, soprattutto per quelle aziende che esportano nel mercato americano e arabo. Per il futuro meno prossimo, dal 2010 in poi, si registra meno pessimismo. Inoltre ho notato molta speranza negli addetti al settore turistico perché si spera che l’estate sia buona, alla luce sia dell’ottimo andamento di turismo invernale, sia del probabile minor ricorso alle vacanze fuori dall’Italia per la crisi attuale.
Cosa si potrebbe suggerire alle aziende cogliendo lo spunto da questa crisi?
Innanzitutto di non essere troppo pessimisti e di trovare il giusto equilibrio fra chi drammatizza e chi sottostima il momento di difficoltà. L’esperienza dovrebbe insegnare, o meglio confermare, i sani principi che negli ultimi dieci anni si sono quasi dimenticati, cioè di fare il passo secondo le proprie capacità non solo dimensionali e umane, ma anche finanziarie; ricordare che accanto a un investimento ad alto rendimento o presunto tale, c’è sempre un rischio altrettanto alto che spesso non è presunto ma certo. La crisi sta insegnando alle aziende che l’efficienza deve essere vista come massimizzazione non solo della creazione di valore, ma della centralità della persona umana e del bene comune. Infatti nella creatività e nella collaborazione è scritta l’autentica concezione della competizione imprenditoriale: “cum – petere” significa infatti “cercare insieme” una risposta ai bisogni del singolo, dell’azienda, della collettività.
C’è qualche suggerimento che si potrebbe dare anche all’imprenditore?
All’imprenditore si potrebbe dire di non fare troppi mestieri insieme perché è sempre più difficile essere esperti in più campi, e quindi evitare, per esempio, di aggiungere alla propria attività tipica anche quella di presunto immobiliarista perché è un mestiere che richiede alta professionalità ed esperienza. Inoltre si potrebbe suggerire (anche se è più facile dirlo che farlo) di ricercare, nel limite del possibile, obiettivi di qualità di processo e di prodotto per avere meno costi e più ricavi attraverso il prezioso coinvolgimento dei collaboratori (forse occorrerebbe reintrodurre i circoli di qualità di tanti anni fa). In sintesi, occorre continuare a fare ciò che si è sempre fatto e cioè lavorare, creare, reinventare, muoversi, ricordandosi che l’Italia con i nanismi di cui è sempre stata accusata (piccole imprese, piccole banche, piccola ricerca) può superare meglio di altri questa crisi poggiando ancora una volta sulle capacità, sui meriti e sulle responsabilità dei propri imprenditori, peraltro non sempre ben ripagati per i rischi che corrono.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
  •   Author By :
  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 11:11 am
  •   In The Categories Of : Cultura Società Economia

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

You might also reading...

Un’orchestra per Cesena

Read More