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EUTANASIA : “BUONA MORTE”

     Giugno 28, 2017   No Comments

di Elisa Ambrosini

Ciò che sembra un male a un’epoca,
è solitamente un contraccolpo inattuale
di ciò che un tempo fu sentito come buono,
l’atavismo di un antico ideale.
Nietzsche
Il termine come oggi lo intendiamo -e cioè circoscritto all’ambito del rapporto tra medico e paziente- trova la sua più completa e risalente definizione nelle parole di Francis Bacon, che identifica l’eutanasia con un’attività terapeutica di natura “antidolorifica”, giustificata dal sentimento della compassione umana.
Vorrei subito tracciare una netta linea di demarcazione tra due fenomenologie profondamente diverse ma troppo spesso trattate confusamente: l’uccisione di un terzo e l’autouccisione.
Sovvertendo l’ approccio oggi più in voga, vorrei qui considerare l’autouccisione, perché credo sia quasi ipocrita parlare di testamento biologico senza prima aver dibattuto sulla questione dell’eutanasia.
Il punto di partenza delle mie riflessioni sarà la legge, ed in ultima analisi la Costituzione, fonte delle fonti. Infatti quella Costituzione che Zagrebelsky definisce come “ciò che un popolo si dà nel momento in cui è sobrio, a valere per il tempo in cui sarà ebbro”, è la base, il dato da cui non si può prescindere.
L’art. 32 comma 2, Cost. recita: “La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.
Questo articolo ben si inserisce nella filosofia della nostra Carta fondamentale, che è tutta improntata al rispetto della dignità della persona umana; e dignità cos’altro significa se non garanzia di eguale considerazione per le diverse individualità?
Parlare di “rispetto della persona” significa appunto riconoscere che il diritto alla tutela della salute appare inscindibile dalla tutela dei diritti di eguaglianza e libertà.
Risulta allora evidente che, per rispettare il dettato costituzionale, la nostra attenzione debba focalizzarsi sull’individuo, con la sua sensibilità ed il suo portato di valori.
Questo impegno, in una società pluralista come quella attuale, impedisce di ricorrere al diritto come veicolo autoritario per imporre erga omnes valori assoluti, e si traduce piuttosto nel riconoscimento al paziente della facoltà di scelta.
Non esiste, infatti, un parametro oggettivo che possa qualificare una vita come degna di essere vissuta. Il punto fondamentale è, in definitiva, il diritto del malato di sentirsi Uomo; e questo riconoscersi tale non può certo essere un sentire imposto. Se così fosse sarebbe violenza, intima e inumana violenza.
Essendo convinta che l’autodeterminazione costituisca una proiezione della dignità dell’individuo, penso che qualunque scelta, che in questo delicatissimo ambito si rivela particolarmente difficile e sofferta, sia meritevole del più profondo rispetto, anche dal punto di vista giuridico.
Ritengo riduttivo limitarsi ad affermare che la volontà di morte sia un grido di solitudine che sottende una richiesta di aiuto. Credo, infatti, che le dinamiche psicologiche di un malato terminale siano ben più complesse e profonde.
Lo Stato e la società civile hanno il dovere di affrontare questa difficile questione tendendo sempre all’obiettivo fondamentale –e da tutti condiviso- del rispetto della dignità di ogni persona. È doveroso l’impegno familiare, sociale e medico per contrastare le condizioni che portano all’emarginazione e all’afflizione del malato, ma è altresì compito dello Stato trovare una soluzione giuridica a quei casi in cui l’estrema, tragica volontà comunque si manifesta.
In definitiva, se si possono rilevare problematicità in merito alla regolamentazione dello stato vegetativo permanente -in cui la scelta di continuare a vivere non è un’attuale manifestazione di volontà del soggetto-, non sembrano invece esserci veri ostacoli giuridici alla liceità di pratiche eutanasiche, almeno passive. Atti coscienti e volontari di disposizione del proprio corpo che non ledono i diritti di alcuno.
Bisogna allora chiedersi quale sia il motivo di questo tabù, quale il motivo dello scandalo davanti alla semplice menzione del termine “eutanasia”. Quale il motivo di questa sorta di divieto sacrale a dibattere su un tema che in altri Paesi europei è stato già affrontato da anni.
Personalmente sono convinta che il motivo sia un fattore culturale.
Nel nostro Paese, infatti, ogni fermento riformatore sembra come soffocato da un velo di oscurantismo; ed è questa latente cultura illiberale che serpeggia tra le stanze del potere e nelle piazze, a costituire il vero freno dell’Italia.
Occorre trovare il coraggio di guardare in faccia la realtà, il coraggio di ammettere che “Eppur si muove”. Come la coscienza umana.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 11:16 am
  •   In The Categories Of : Cultura Società Economia

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