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Europeizzarsi nella forza delle istituzioni

     Giugno 26, 2017   No Comments

È in crisi la forza politica che più è (era) rimasta assomigliante a un partito tradizionale, come quelli della “repubblica dei partiti” di oltre vent’anni fa. Il Pd vive una dura lotta interna, un travagliato dibattito. In grande calo gli iscritti. Declino della partecipazione e della militanza. Già riflettevano sulla crisi dei partiti coloro che asserivano che “il numero degli iscritti ha ormai raggiunto un livello così basso da non poter più essere utilizzato come un indicatore significativo della capacità organizzativa di un partito”. La crisi della politica consegue la crisi dei partiti politici e del loro modo di fare politica che non han saputo cambiare ed innovare in sintonia con il profondo mutamento intervenuto in ogni campo del nostro vivere. Una incapacità di molti (da cui difficilmente esentarsi) e perdurante (figuriamoci che ce ne sono ancora che non se ne sono accorti).”Società liquida”, “democrazia del pubblico”: oggetto di riflessioni non particolarmente diffuse. Non di meno espressioni esplicative di processi oltremodo in corso. La crisi del Pd (in un certo qual modo “ultimo resistente” a quelli – ma intanto che resisteva anche tardo a comprenderli) certifica la totale scomparsa (va bene: vogliamo solo dire inadeguatezza?) dei partiti tradizionali e di massa del novecento. È un bene? La scomparsa dei partiti politici non è un bene. La vita democratica ha bisogno di partiti politici. Ma oggi ha bisogno di nuove “forme” di forza politica, non di quel “tipo” di partiti. I partiti tradizionali di tipo novecentesco sono entrati in crisi anche in altri paesi. Ne è entrato in crisi quel “modo”, il “tipo”, appunto. Hanno saputo e hanno dovuto rinnovarsi. Non senza travagli e difficoltà. Il calo degli iscritti del Pd, di cui la enorme eco di questi giorni, segue i cali di iscritti già consumati di altri partiti in altri paesi europei. Di sinistra e no. Inghilterra, Germania ed anche Francia. Condivisibile la puntuale analisi e valutazione di Giovanni Orsina su “La Stampa” alcune settimane fa: “Constatare che il modello novecentesco di partito è superato ovunque in Europa e non può che esserlo anche in Italia, insomma, non significa affatto augurarsi la completa liquefazione dei partiti. Ma soprattutto a quella constatazione deve accompagnarsene un’altra: al di là delle Alpi l’indebolimento dei partiti è controbilanciato da istituzioni forti, capaci di garantire un minimo di rappresentatività e di efficienza. La fine della democrazia dei partiti può portare a un diverso modello di democrazia, non necessariamente peggiore e adatto al ventunesimo secolo. Ma occorre che le istituzioni siano disegnate per questo nuovo modello…Europeizzatasi nella debolezza dei partiti, però, l’Italia non si è affatto europeizzata nella forza delle istituzioni.” E ancora non c’è la piena consapevolezza, la responsabilità, da cui trarre benefiche scosse di rigenerazione, adeguamento e innovazione di cultura politica. Nella generale controversa, caotica condizione in cui galleggiamo, perfino gli spiragli di un qualche positivo sbocco a mala pena si intravvedono. Semmai son sempre più manifesti segni d’altro tipo. Nella palude si stanno gettando sassi e sassolini che per quanto muovano stanno sortendo effetti piccoli e corti.

La crisi dei partiti, la mediocrità della politica, si manifestano appieno nelle contorsioni della vita parlamentare. Lenta, limacciosa, litigiosa, scarsa di risultati. Capaci di spettacoli avvilenti, per quanto eloquenti, come quelli sulle ripetute votazioni per i Giudici della Consulta. Non si viene fuori dal pantano della miseria politica, dal conseguente ulteriore mal funzionamento delle istituzioni, se non si intraprende con forza, con responsabile impegno, con partecipazione supportata da più robusta cultura politica ed istituzionale, con una classe politica migliore (il parametro della mediocrità di gran parte dell’attuale, in campo al centro come in periferia, è lì a segnalare che anche con poco di meglio già si otterrebbe un buon risultato), la battaglia per una più radicale riforma democratica, istituzionale e costituzionale. Una nuova forma di governo. Una rinnovata architettura costituzionale: con nuova forma di governo e coerenti pesi e contrappesi di garanzia democratica. Dobbiamo europeizzare la forza delle nostre istituzioni. Personalmente penso che a questo più radicale obiettivo sia volto anche il percorso di riforma impresso da Renzi. Non mi piacciono le proposte attuali relative al Senato e alla legge elettorale. Tuttavia voglio pensare e illudermi magari che esse siano mirate in quella più precisa ed adeguata soluzione. Ma il nostro Parlamento, i suoi interni squilibri, le sue pochezze particolaristiche, le sue contorsioni e le sue lotte politiche fra parti e nelle parti, non consentono il passaggio e nemmeno la discussione di altro che non sia un “rabberciato” da poter avere un minimo di maggioranza. Quel che si è reso possibile è quel che è in campo. Ma ciò che è evidente è che al momento, se si vuole stare in un cammino di riforma (aprire in qualche modo un cammino di riforma), o c’è questo o non c’è null’altro. Il che è peggio. Io pure in ragione di ciò che riterrei una migliore riforma (e in queste pagine ci siamo soffermati spesso al riguardo), ribadisco che quelle in campo, compresa quella elettorale, non mi piacciono. Ma è già folto di suo il gruppone che adducendo anche simili argomentazioni, oltre alle esplicite contrarietà, altro non vuole se non che nulla cambi. Peraltro è dubbio che il processo avviato giunga a termine. In quanto è dubbio che le attuali condizioni politiche rimangano immutate. Per dire: l’attuale forza politica di Renzi resterà immutata, sarà maggiore lungo il periodo (non breve) delle successive letture della “riforma costituzionale” fra Camera e Senato? O sarà minore forza? Se il governo regge, pur nelle lotte che lo circondano, ci sono comunque passaggi elettorali (in Emilia-Romagna a novembre, nelle altre Regioni nella prossima primavera) dove se il Pd di Renzi non tiene rispetto al voto ottenuto alle europee, potrebbero cambiare con l’attuale luna di miele elettorale anche le condizioni politiche parlamentari. C’è la questione della presidenza della Repubblica se Napolitano, ne ponesse l’esigenza. Ci sono i chiacchiericci su nuove elezioni o perché costrette o anche perché possono tornare utili. Insomma, comunque sia – nel mentre si continua il processo avviato, o anche, e a maggior ragione se i dovesse incorrere in nuove elezioni politiche – è forte la nostra convinzione che occorre portare nella politica e nel dibattito la questione della nuova forma di governo.

Non è questione su cui fare un partito. È questione su cui far sì che la politica discuta e discutendone seriamente metta in campo buona cultura così almeno cercando di riscattarsi da quella troppo vasta mediocrità che altrimenti la porterà ancor più giù nella crisi e con essa la possibilità di una democrazia più forte ed europea.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 26, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 26, 2017 @ 10:43 pm
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