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Elogio della discordia (dedicato al sindaco di Cesena)

     Giugno 28, 2017   No Comments

di Riccardo Caporali

Io dico che coloro che dannono i tumulti intra i Nobili e la Plebe mi pare che biasimino quelle cose che furono prima causa del tenere libera Roma, e che considerino più a’ romori e alle grida che di tali tumulti nascevano, che a’ buoni effetti che quelli partorivano

(Niccolò Machiavelli)

Governi nazionali delle larghe intese, Consigli Comunali nei quali si celebra l’armonia, la concordanza tra maggioranza e opposizione, come un valore, qualcuno dice addirittura, con grave sprezzo del ridicolo e del senso comune, come l’inizio di un’«epoca nuova». È un bene, ammesso e non concesso che sia davvero così? No, è un male.

Ricordo l’esperienza vissuta a Cesena verso la fine della prima repubblica. E non mi sento affatto un nostalgico del tempo che fu. C’è semmai, in quel ricordo, la forza critica dell’inattuale, un diverso modo di guardare al presente, senza accettarlo come un dato ovvio, eterno, immodificabile. Parlo di politica, non delle stagioni della mia vita.

Che il sindaco non fosse scelto direttamente col voto popolare, ma dai consigli comunali, aveva senz’altro le sue contro-indicazioni: lunghe trattative fra i partiti, gioco ad incastro tra una città e l’altra, una forza politica del 6% che teneva in scacco quella del 40. Salvo casi rarissimi, alla fine, sindaco e giunte venivano comunque regolarmente eletti.

Il sindaco non era l’unico titolare accreditato alla politica della città. Nessun sindaco lo è stato. Non poteva scegliere la Giunta come un imprenditore assume i suoi dipendenti, se non altro perché anche la giunta doveva essere votata dal consiglio. E poi perché nelle coalizioni ogni partito proponeva a fare l’assessore i suoi uomini più rappresentativi (politicamente più capaci, o almeno i più abili, i più scaltri). Ne derivavano giunte tutt’altro che appiattite, acquiescenti al parere di uno solo. Discussioni accese, confronti pepati: tra l’assessore al bilancio, per esempio, e quello alla cultura; tra Tino Montalti e Roberto Casalini, o Brunaldo Righi e Giordano Conti. A un uomo come Sanzio Benedetti non sarebbe mai venuto in mente di chiedere il permesso al suo sindaco, per fare un comunicato: neanche quando si fosse trattato di Leopoldo Lucchi, o di Piero Gallina, o di Eddy Preger. Discussioni a non finire, così poi le scelte (nelle quali evidentemente i sindaci avevano un ruolo fondamentale) finivano davvero per essere le migliori, o le meno peggiori consentite nelle condizioni date.

E poi le opposizioni. Era diverso il regolamento, lo so bene. Chi governava doveva rendere conto di tutto, anche e assurdamente delle più minute minutaglie dell’azione amministrativa. Ma il controllo rappresentava un forte deterrente contro decisioni troppo disinvolte. Vogliamo ricordare qualche nome tra gli oppositori, negli ultimi vent’anni della prima repubblica? Più o meno in ordine cronologico: Giobbe Gentili, Gian Giacomo Magalotti, Armando Spazzoli, Mario Guidazzi e Vittorio Pieri (quando non erano in giunta), Romano Colozzi, Denis Ugolini, Giorgio Andreucci. Spessore politico, e nessuno sconto, nessuna acquiescenza.

E infine il partito. Sì, proprio «il partito del sindaco». Certo, un partito strutturato che non esiste più, d’altri tempi. Un organismo capillare, distribuito nel territorio, pronto a richiamare continuamente il «suo governo» sia ai princìpi generali, sia a tutte le questioni grandi e piccole del pubblico amministrare, per non dire dei progetti strategici di lunga gittata: il risanamento urbanistico del centro storico, l’università, la secante, le vecchie e le nuove istituzioni culturali. Oltre all’opposizione, c’era una tensione permanente, tra il partito e il «suo» sindaco. Una tensione straordinariamente produttiva.

A celebrare l’«armonia», in politica, sono sempre i più forti, per non pagare il dazio del controllo, il fastidio del confronto con gli altri. Più semplice una Leopolda ogni tanto, o una pagina bianca al giorno, che toglie la politica di torno. Tra populismo e giunte-azienda, dove bisogna dire sempre di sì al capo.

Quella dell’armonia è una storia molto antica, almeno da Platone in poi, e forse anche prima: la società è come il corpo umano, se viene meno chi comanda, sta male anche chi obbedisce. «Ci dicono che siamo tutti nella stessa barca – era un pezzo forte, nei comizi di Leopoldo Lucchi – sì, ma a noi ci tengono ai remi». È il conflitto, non l’armonia, che offre una possibilità ai deboli. Renzi e i suoi epigoni locali non inventano niente di nuovo. Si spacciano per nuovi, e in realtà fanno l’elogio di un passato millenario, molto più antico dei miei personali ricordi. Ma naturalmente questo, loro, neanche lo sanno.

(per gentile concessione della rivista “La parola”)

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 9:14 am
  •   In The Categories Of : Politica Locale

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