• I Nostri Sponsor

Loading...
Your Are in   Home     Politica Locale     Da questa regione il declino delle primarie

Da questa regione il declino delle primarie

     Giugno 28, 2017   No Comments

di Davide Giacalone

L’Emilia Romagna non è regione che si sia distinta, nel corso della storia repubblicana, per essere laboratorio di novità politiche. Semmai il contrario: una goccia d’ambra dentro cui si conserva un equilibrio economico, sociale e politico sempre uguale a sé stesso. Se guardate la cartina dell’intera Europa, non trovate eguali in termini di continuità. Qualche rivale c’era, ma poi è crollato il muro di Berlino, con quel che segue. La preparazione delle elezioni regionali, però, segna una novità: il declino delle elezioni primarie. E comincia da questa regione. Strumento mai regolamentato, improvvisato, incontrollato, significativamente autogestito, nato per dare legittimità a candidature scontate, di uno schieramento più vasto rispetto a un partito (si pensi alle primarie per Romano Prodi, o Valter Veltroni), incapaci di dare forza ai candidati prescelti, eppure anche strumento con il quale una nuova generazione si è affermata, una nuova dirigenza è nata e, in breve, ha raccolto un partito depresso e sostituito un governo lento. Ecco, le regionali emiliano romagnole dimostrano che le urne primarie hanno perso fascino. Non servono più a cambiare. Non attirano non dico l’opinione pubblica, ma neanche gli iscritti ai partiti della sinistra. Perché succede?
Ci sono diverse e solide ragioni locali, naturalmente,compreso il fatto che uno dei competitori è stato indotto al ritiro. Ma ho l’impressione che non andrebbe diversamente altrove. Intanto perché il cambiamento è già avvenuto, sicché non c’è più ragione di uscire di casa per propiziarlo. Le primarie vere, quelle per la guida elettorale della sinistra, Matteo Renzi le perse. Le vinse Pier Luigi Bersani. Solo che poi non seppe governare quella che era pur sempre una vittoria elettorale (il suo Partito Democratico prese la maggioranza assoluta degli eletti alla Camera dei Deputati), benché minata dall’avere mancato la maggioranza al Senato. Le primarie successive si fecero per la segreteria del partito, e Renzi gareggiò praticamente senza rivali. Vinse per depressione e dispersione altrui. Vinse perché era il solo candidato in grado di coniugare i verbi al futuro. La sua vittoria, però, chiuse definitivamente la storia del Partito Comunista, protrattasi sotto mentite spoglie e plurimi nomi. Ho l’impressione che in molti non lo abbiano tenuto nel dovuto conto, specie in quel partito.
Per quella ragione guardai con simpatia l’operazione, anche considerando che molte delle ricette presentate alle Leopolda erano apprezzabili, pure quando non del tutto condivisibili. Quella che si affacciava, nei pregi e nei difetti, nel bene e nel male, era una sinistra occidentale e democratica. Nulla a che vedere con il passato ideologico. Orrido. Molto bene. Pensai e penso. Non mi stupisce, quindi, che lo strumento delle primarie perda fascino, magari divenendo il modo con cui si camuffano candidature di mero apparato. Ci può stare, è nella logica delle cose. Il punto rilevante è un altro: che prove sta dando quella nuova sinistra, oramai saldamente insediata al governo?
Molti considerano la propensione agli annunci come il più grave difetto di Renzi. In effetti ha una spiccata tendenza a far fracasso nel promettere, salvo poi rimpiattare le contraddizioni, quando non direttamente le retromarce. Ma ditemi quale democrazia non conosce questo fastidio, ditemi quale leader politico non ceda a quella tentazione. Il predecessore di Renzi, nonché suo reale modello di riferimento, Silvio Berlusconi, aveva solo un maggiore residuo di pudore, dato, forse, dall’essere padre e non figlio della televisione commerciale. Ma, insomma, siamo lì. Con ciò non voglio dire che l’annunciare a raffica sia una buona cosa, ma neanche un peccato mortale. Ci sta.
A me impensierisce quel che annunciano. E non mi preoccupa per il rischio che non riescano a farlo, ma per quello che ci riescano. Mi riferisco in particolare modo alla formula 80+80. La restituzione fiscale, per i redditi sotto i 26000 euro, e il bonus per le neo-mamme. Ci vedo il riproporsi di un vizio antico, che è stato nocivo e può ora essere letale. E’ il vizio di far crescere la spesa pubblica per spingere la domanda (e aumentare la soddisfazione dei beneficiati), anziché utilizzarla, sia nell’investire che nel defiscalizzare, per aumentare la produttività, quindi la capacità di creare nuova e più abbondante ricchezza. Quel vizio è l’essenza profonda del cattocomunismo, generante assistenzialismo e clientelismo. Non è bello vederlo nelle parole e nelle azioni di un gruppo dirigente giovane, non si sa che consapevole o inconsapevole interprete di quella turpe tradizione.
Supporre che la spesa pubblica sia strumento utilizzabile per far crescere la domanda di consumi e sostenere le famiglie che non hanno redditi adeguati è esattamente la teoria che ha generato e moltiplicato i forestali dove non ci sono foreste. Questo genere di spesa pubblica ha portato con sé la crescita di un debito cui non faceva da corrispettivo l’investimento, ma il consumo. Quel debito porta incorporata la necessità di tenere alta la pressione fiscale, in modo da poterne onorare il costo altissimo. La pressione fiscale alta umilia chi crea ricchezza e chi presta lavoro produttivo, premiando chi vive di rendita, alle spalle della spesa pubblica. Tale situazione spinge i produttori a cercarsi ecosistemi meno respingenti. Vogliamo continuare su questa strada?
E’ certo che essendo troppo alte le pretese dell’erario ogni restituzione sarebbe da vedersi con favore. Così come è certo che contributi alle famiglie sono cose contro le quali è difficile schierarsi (salvo quando sono delle autentiche truffe fiscali, come capita con il trattamento di fine rapporto). Ma è una trappola logica, perché così procedendo si accede a una morale laurina, talché si lusinga l’elettore non solo con le promesse, ma di già con le consegne di utilità, magari parziali, e così andando si cade in un keynesismo fanfanianandreattiano per squinternati, i quali suppongono che un Paese gravato da un debito pubblico troppo alto possa risanarsi … aumentando il debito. E non a caso si è supposto di potere avviare un conflitto con la Commissione europea non per chiederle di aprire una procedura d’infrazione contro la Germania, per eccesso di surplus commerciale, non per ribadire che la moneta unica rischia di schiantarsi, se non si trova il modo di federalizzare almeno parte dei debiti, non per rivendicare politiche espansionistiche degli investimenti, quindi copertura entusiasta all’operato della Banca centrale europea, no, si è supposto il contrario: insofferenza verso la Bce, indebolimento di quell’unico argine contro l’eccesso d’influenza germanica, e richiesta di deficit più alto, prodromo di debito più alto.
L’80+80 è causa ed effetto di quel modo di pensare, sicché non mi preoccupa punto che si annuncino cose che non si riuscirà a mantenere, mi fa paura che si annuncino errori che poi ci s’incaponisce a realizzare. E mi preoccupa che non ci sia opposizione. Perché la sinistra del Pd chiede che 80+80 diventi 160+160, dacché sono fuori dalla realtà, dalla storia e dalla testa. La Lega e Grillo chiedono l’uscita dall’euro, dimenticandosi di dire ai loro elettori che questo comporta un taglieggiamento di un 30-40% dei risparmi e delle pensioni. Il centro destra s’è diviso fra un Ncd che fa da partner al governo e FI che fa da partner in Parlamento. Da nessuno dei due ho sentito un fiato nel senso qui esposto. Il che, oltre al tramonto vuoto e per nulla affascinante del centro destra, suggerisce l’assenza di opposizione che stia pensando a come governare. Le opposizioni che ci sono pensano solo a come galleggiare, augurandosi che Renzi mantenga la capacità di tenere alta la marea.
Un’ultima osservazione, diretta al ristretto gruppo di quanti hanno memoria e cuore: è esattamente questa la situazione in cui deve svolgersi la polemica economica a sinistra. Come un tempo si svolse, con titanici protagonisti, proprio nel confronto fra ricette diverse. Avendo il coraggio di definire sbagliata, spiegandone le ragioni, quella cui ci si oppone. Avendo la forza intellettuale di articolare quella che si propone. L’Italia sarebbe oggi una potenza industriale più forte e una società più giusta, con un fisco meno satanico, se solo la sinistra avesse avuto il coraggio e l’onestà di dire quello che alcuni suoi esponenti (vili) pensavano e non manifestavano: aveva ragione Ugo La Malfa.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
  •   Author By :
  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 9:11 am
  •   In The Categories Of : Politica Locale

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

You might also reading...

La necessità di una nuova consapevolezza politica

Read More