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Da “erogatrici” a “protagoniste” di progetti

     Giugno 28, 2017   No Comments

di Paolo Morelli

Sembra un cane che cerca di mordersi la coda: mano a mano che gli effetti della crisi economica acuiscono le esigenze di una fascia sempre maggiore di popolazione che non riesce più a mantenere il tenore di vita di qualche anno fa, calano le risorse che lo Stato e gli Enti locali riescono a destinare al welfare. Aumenta, quindi, la necessità di un sostegno alla rete della solidarietà formata da un mondo multiforme di organizzazioni più o meno strutturate che si basano in tutto o in parte sul volontariato.
Pensare alle fondazioni di origine bancaria per reperire le risorse necessarie a questo maggiore sostegno è quasi automatico: dispongono di cospicue risorse e tra le finalità che devono perseguire ce ne sono molte che hanno a che fare con l’aiuto alle fasce più deboli della popolazione.
In realtà il pensiero è fuorviante per la sproporzione che c’è tra le risorse che lo Stato destina al welfare, oltre 60 miliardi di euro annui secondo una stima attendibile dell’Istituto per la Ricerca Sociale, e quelle che le fondazioni destinano a questo settore, circa 300 milioni all’anno. Anche distraendo una parte di quelle destinate ad altri settori, per esempio all’arte e alla cultura, per destinarle a questo settore (come è stato fatto in parte negli ultimi anni) il fortissimo divario non muterebbe.
Ma le fondazioni possono e devono fare altro: proporsi non come semplici erogatori di contributi, ma come motori e sostenitori di iniziative destinate a promuovere eventi, valorizzare progetti, creare movimenti d’opinione. Insomma, smuovere le acque per moltiplicare gli effetti di un sassolino gettato nello stagno.
Le fondazioni di origine bancaria, infatti, non solo hanno le competenze e le capacità di svolgere questo ruolo con la loro struttura, ma hanno al loro interno risorse che spesso non vengono adeguatamente valorizzate e utilizzate. I soci e gli amministratori delle fondazioni, infatti, sono tutti opinion leader e occupano ruoli di rilievo nella società civile. Basterebbe un impegno, anche modesto, dei singoli per moltiplicare gli effetti delle iniziative intraprese dalle fondazioni o da queste appoggiate. L’argomento ‘Le fondazioni e il welfare’ nell’aprile scorso è stato oggetto di un corposo intervento dell’Acri, l’associazione che raccoglie le fondazioni di origine bancaria e le casse di risparmio a livello nazionale.
La linea indicata dall’Acri alle fondazioni è proprio questa: la crisi del welfare va affrontata in modo politico: “Domanda e offerta di protezione sociale – si legge nel documento – dovranno essere ripensate, molte incrostazioni dovranno essere rimosse a favore di nuovi e più flessibili strumenti; saranno necessarie una maggiore responsabilità degli operatori e degli utenti dei servizi, nonché l’attento governo e il rigoroso controllo dei processi. Persone e famiglie (intese come utenti, consumatori e contribuenti), stato e amministrazioni locali, società civile organizzata, mercato e imprese a fine di lucro: tutti dovranno sentirsi coinvolti nella necessaria trasformazione. Una pluralità di soggetti, ma anche di soluzioni in cui sostenibilità, equità, accesso e responsabilità dovranno articolarsi in formati nuovi e trovare un baricentro essenziale – specie in una realtà così frastagliata come quella italiana – nel territorio e nella comunità, comunque definita”. È un bell’indirizzo che guarda non solo ai bisogni contingenti del momento, ma all’evoluzione della nostra società e alle esigenze che in futuro saranno sempre più incombenti.
La Fondazione Cassa di Risparmio di Cesena ha imboccato questa direzione già da tempo, e la presidenza di Bruno Piraccini l’ha accentuata. Non avendo a disposizione (a confronto con altre fondazioni romagnole) risorse particolarmente ingenti, cerca di elaborare o partecipare a progetti insieme ad altri soggetti. Emblematico, benché non attinente il settore del welfare, il caso del ‘Plautus Festival’ di Sarsina: anziché limitarsi a erogare un contributo: la fondazione cesenate s’è fatta carico di una campagna promozionale in campo nazionale che, aumentando la visibilità del Festival, non solo ha fatto lievitare il numero degli spettatori, ma ha favorito la ricerca di nuovi sponsor attirati dall’accresciuta visibilità.
Anche nel settore del welfare esempi del genere non mancano, soprattutto per quel che riguarda l’assistenza agli anziani e ai malati di Alzheimer, dove la fondazione è intervenuta a supporto e completamento di interventi già in essere, favorendo a sua volta il coinvolgimento di altri soggetti.
L’intervento più interessante da questo punto di vista è stato quello dell’Irst, l’Istituto Romagnolo per lo Studio e la cura dei Tumori, con sede a Meldola, nato per iniziativa delle Ausl romagnole e delle fondazioni di Cesena, Forlì e Ravenna. La presenza nel capitale delle tre fondazioni ha avuto sicuramente effetti molto più positivi che se ci fossero stati solo i soldi a disposizione.
         

 

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 12:03 pm
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