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Crisi di credibilità. Dannosa per le imprese

     Giugno 28, 2017   No Comments

di Flavio Pasotti

L’imprenditore è un animale strano perché mentre l’opinione pubblica tende a categorializzarlo secondo le logiche di classe nella realtà per definizione l’imprenditore è un single in mezzo agli eventi. Nella vita è abituato a convivere con i successi e i rischi e mai contempla il falliment anche nelle situazioni di maggior difficoltà immagina il colpo di reni, la scelta contro cor-rente, la decisione che lo porta fuori dai guai. Non è perfetto ma per andare sulla luna è l’uomo giust quando tutti si fermano per “mancanza di dati” o perché il rischio pare troppo elevato allora entra in gioco l’imprenditore. E’ così tutti i giorni, non solo nei momenti di crisi perché se si dovessero analizzare attentamente le condizioni nelle quali si dispiega l’attività imprenditoriale nel nostro paese da ormai molti anni ci sarebbe veramente da chiedersi perché far coincidere in un unico progetto esistenziale la propria vita e la propria impresa. Eppure accade, con sconcertante normalità, da molti anni e con tutti i loro difetti gli imprenditori rappresentano ancora oggi la parte più moderna e più avanzata della nostra economia: quella in grado di offrire buona e stabile occupazione, quella di cui andare fieri quando si va all’estero, quella che produce e ridistribuisce una parte rilevante della ricchezza nazionale.Ciò che è accaduto in questi tre anni e ancora in questi giorni però è assolutamente anomalo e frustrante: siamo abituati a gestire successi e crisi dipendenti dalle nostre alterne fortune ma non siamo in grado ne’di controllare ne’ di influenzare ciò che accade fuori dalle nostre aziende. Normalmente l’esperienza ci insegna che la crisi dell’azienda è in primo luogo una crisi di mercato, di compe-titività del prodotto che si trasferisce in un pericoloso avvitamento sui bilanci innescando una crisi finanziaria. E’ un processo veloce perché a far quattrini si fa fatica e a bruciarli ci si mette un attimo ma non è istantaneo. Inoltre nella maggioranza dei casi la crisi ricade nella responsabilità dell’imprenditore che come tutti a questo mondo può sbagliare; anzi, la vita dell’im-prenditore se la leggi con il libro di economia in mano è una successione di errori dove vince chi ne commette meno degli altri. Al contrario nel settembre 2008 si scatenò una crisi “a fattori invertiti”: prima finanziaria, poi in trenta giorni si trasferì sul mercato dimezzando, nel migliore dei casi, gli ordinativi delle aziende. Non c’e’ stato tempo e soprattutto essendo un evento del tutto fuori dal controllo degli imprenditori non era possibile marcare un qualsiasi rimedio con altrettanta rapidità. Sono stati tre anni tra il difficile e il terribile, con una visibilità del futuro che raramente passava i 30 giorni. Anni in cui si è dovuto reinventare il punto di equilibrio dei bilanci e in cui si sono pompate nelle svuotate casse delle aziende le riserve personali di tanti imprenditori. A tre anni esatti si poteva dire di non essere per nulla fuori dalla crisi ma di aver parato il colpo meglio di quanto molti fuori dalle imprese si aspettassero. Certo, con costi elevatissimi se pensiamo al numero di fallimenti e di posti di lavoro in fumo, di ricchezze bruciate e di occasioni perse ma ancora “combat ready” in grado cioè di dire qualcosa sui mercati internazionali. Le tanto vituperate banche, nelle quali da tempo avevamo individuato le pecche, i ritardi e l’assoluta incapacità nel comprendere la realtà, con i loro titoli tossici avevano rischiato di farci andare tutti a gambe all’aria (loro invece no, come si diceva? Too big to fail…); ma nonostante tutto stavamo gestendo con maestria le conseguenze sulle nostre aziende dei loro misfatti. Poi, d’improvviso, il luglio delle manovre, l’agosto dello spread coi bund e a settembre la durissima sorpresa di una nuova crisi sistemica, anche questa senza alcuna responsabilità dell’imprenditore. Stavolta dopo le banche era lo Stato a crollare oppresso dal suo debito pubblico. Quel debito pubblico che ci avevano detto così diverso dal nostro privato perché il nostro va sempre ripagato e quello invece avrebbe dovuto rimanere lì impagato, chissà in base a quale sconosciuta legge della fisica: improvvisamente, come un ghiacciaio in una estate rovente, si scioglie e la valanga di acqua e fango invade nuovamente i capannoni: tassi d’interesse in crescita spaziale e richiamo dei fidi con relativi rientri; mutui non erogati; finanziamenti i cui tassi mutano in modo ricattatorio dal giorno della delibera a quello della stipula davanti al notaio. Direttori di banca che messi a sedere per ragionare su una nuova pressa ti dicon “ma signor mio, le sembra il momento di fare investimenti?”E quando se no, asino di un bancario. E ancora: “signor mio, non ci sono più i bei denari freschi di una volta come nell’edilizia; adesso girano sempre quelli”. Eccerto, perché il bancario è bravo solo in mezzo alle bolle speculative? Perché la cosa insopportabile e frustrante di questa crisi è che colpisce “L’imprenditore da manuale”: quello che stava innovando, che stava investendo, che stava espandendo la propria attività in attesa di ricevere un frutto futuro. Chi si stava comportando bene si è trovato maggiormente vulnerabile perché finanziariamente più esposto. E come se non bastasse chi aveva spinto sulla crescita all’estero si è trovato a dover fronteggiare una crisi di credibilità reale, non quella dei giornali. Concreta, perché ogni volta che ti siedi con un cliente estero questo ha due pensieri per la testa: la credibilità e la qualità del sistema paese che è incorporata nel tuo prodotto e la nostra fama di cicale d’Europa, un po’ con le pezze al sedere tra mafia e corruzione. Non è una polemica ma è un duro dato di realtà l’affermare che nella gara con i nostri concorrenti ogni volta e in modo particolare in questo periodo partiamo con un grave handicap perché prima dobbiamo riguadagnare la credibilità persa non da noi e poi rincorrere chi nella gara è già in fuga. Tu al contrario sai con quanto impegno e con che qualità è fatto il tuo prodotto, quanto ci hai investito insieme a quelli che lavorano con te. Quanto ingegno, quanta immaginazione e quanta speranza e quanta intelligenza, insomma quanta vita immateriale ci hai infilato dentro e proprio non ti va di vederlo svilito da una notte bollente con un paio di finte soubrette finita sui giornali del mondo. Perché qui sta l’origine della frustrazione degli imprenditori. Il nostro è un mestiere difficile in un paese nel quale in troppi corrono a mettersi al riparo del mercato e della concorrenza. Al contrario noi viviamo la concorrenza come un dato di fatto con cui confrontarci individualmente ogni giorno. Non abbiamo reti di sicurezza, possiamo solo sperare di non sbagliare ad agganciare il trapezio e sappiamo che dipende da noi. Troppe cose sulle quali non abbiamo possibilità di intervenire complicano orribilmente il nostro lavoro. Troppe crisi nate per colpe non nostre peggiorano la nostra capacità di sopravvivenza. In una parola troppi errori altrui gravano sui nostri destini individuali. E allora non c’e’ da meravigliarsi se con i nostri pregi e i nostri difetti mostriamo anche rumorosamente la frustrazione, la insoddisfazione e qualche volta il disgusto che ci colpisce quando la mattina entriamo in azienda. Combat ready ma molto, molto arrabbiati.

*Imprenditore

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 11:30 am
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