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Crisi del sistema bancario locale

     Dicembre 26, 2018   No Comments



Energie Nuove – NUMERO 2 – novembre 2018

Crisi del sistema bancario locale

di Giancarlo Petrini – Direttore Credito Cooperativo Romagnolo

La crisi che ha coinvolto le banche locali della provincia ha posto in rilievo la verifica sulla sicurezza dei depositi che i risparmiatori hanno affidato ad esse. Contemporaneamente è emersa la difficoltà da parte del sistema delle imprese di vedere assicurato il supporto continuo allo sviluppo delle proprie strategie. Nella sua essenza più vera la parola banca dovrebbe portare alla mente l’idea di sicurezza, di forza economica, di protagonista dello sviluppo di una area, una nazione. La realtà emersa dalla crisi dell’ultimo decennio ha messo a nudo  crepe e  limiti, che hanno lasciato profondi segni e imposto interventi  da parte delle autorità di vigilanza, di straordinaria portata con evidenti ripercussioni sulla popolazione colpita nei propri risparmi, e nel sistema di imprese, che hanno visto gradualmente ridursi l’apporto di finanza a supporto della propria attività. Mettendo a confronto i dati dal 2010 al 2017 della nostra provincia è utile soffermarsi su alcuni dati rilevanti la contrazione dell’attività imprenditoriale congiunta a quella bancaria. Se nel 2010 esistevano oltre 40,5 mila imprese, al 31 maggio 2018 si erano ridotte a poco più di 37 mila. Nello stesso periodo gli sportelli bancari sono passati da 353 a  276 con una media sportello per 100 mila abitanti passato da 90 a 70. Se il risparmio accumulato a livello provinciale, in questi anni non si è modificato in misura sostanziale, diverso andamento ha caratterizzato il finanziamento delle imprese e delle famiglie. Gli impieghi hanno subito una contrazione di oltre 3 miliardi, circa il 20% in meno nell’arco di 8 anni, in buona parte ascrivibile al sistema impresa. All’interno di questo scenario di riferimento è però interessante analizzare come si è evoluto il panorama bancario in ambito   locale. Da una prima osservazione è possibile verificare, la scomparsa di punti di riferimento che hanno caratterizzato la seconda metà del XX secolo, epoca nella quale si è originata buona parte della classe imprenditoriale della nostra provincia. Sul finire del secolo e nei due decenni a seguire, il sistema bancario locale ha attraversato un processo di integrazione e di consolidamento, accelerato da una crisi finanziaria che ha gradualmente eroso i margini ed il patrimonio, contestualizzando la necessità di razionalizzare le attività al fine di limitare i costi e rafforzarne gli assetti. In questo periodo abbiamo assistito ad una selezione violenta tra le banche operanti con perdita di identità totale o assorbimento in altre realtà distanti geograficamente e culturalmente. Nel 1990 le banche con sede in provincia erano 14 delle quali 12 appartenevano al sistema del credito cooperativo. Nei successivi  tre decenni, sono sorte due nuove banche, una delle quali scomparsa nel volgere di pochissimi anni. Ad oggi le banche che fanno riferimento a stakholders provinciali sono solo 3 ed appartengono al credito cooperativo. Avere trasferito il centro delle decisioni al di fuori di questo territorio, comporta conseguenze positive o negative?

 Con una struttura produttiva in cui il ruolo della piccola impresa è determinante, le banche rivestono un ruolo preminente nel finanziamento delle imprese della nostra provincia. In tale contesto le rigidità che hanno caratterizzato la governance degli stati di crisi bancaria sia nel durante che nella fase successiva hanno causato una endemica instabilità del sistema  con effetti di riduzione del potenziale di crescita economica del nostro territorio. I soggetti subentranti, provenienti da realtà distanti geograficamente e culturalmente, hanno imposto un mutato modello di business, ancora non completamente assimilato dagli operatori locali che, non riconoscono nei nuovi partners un funzionale supporto al sistema produttivo e tanto meno considerano il loro ingresso,  una opportunità. La presenza di banche locali su un territorio, in un sistema bancocentrico come quello italiano, rappresenta indirettamente la disponibilità di un patrimonio di risparmio disponibile esclusivamente a supporto degli imprenditori attigui. Un tale legame tra banche e imprese costituisce un fattore di garanzia in un momento di crisi anche se ne rappresenta un elemento di criticità per la sua prociclicità. Se a livello macro, i dati riguardanti il risparmio in provincia, manifestano un leggero incremento, è doveroso evidenziare che le banche in crisi hanno visto una consistente perdita di risparmio, segno di una sfiducia del risparmiatore timoroso di incappare nel famigerato Bail In. Mancanza di fiducia che si è trasmessa alle banche locali sane, ritenute dalla comunità dei risparmiatori, troppo piccole e quindi deboli per assicurare una adeguata garanzia di tenuta a salvaguardia al proprio risparmio. Risparmio  che è migrato nelle banche più grandi o straniere con scarsa possibilità di ritornare in futuro a sostenere le imprese e le famiglie della nostra area. Mancanza di credito dunque, per le piccole imprese, costrette oltretutto a doversi confrontare con un inaspettato fenomeno. I circa 3 miliardi di minori impieghi che la provincia ha visto perdere negli ultimi anni, in buona parte derivano dalle sofferenze bancarie che sono state cedute ai fondi. Con la cessione dei crediti deteriorati, le banche cedono le garanzie sottostanti, in buona parte rappresentate da immobili e terreni. I bassissimi prezzi spuntati dai cessionari, consentono a questi di proporsi sul mercato immobiliare con prezzi di gran lunga inferiori ai prezzi di mercato, innescando un processo di depauperamento del patrimonio immobiliare circostante. Vengono  offerti immobili a destinazione produttiva a prezzi ribassati del 50-70%. Le proprietà adiacenti,  immediatamente sono colpite da queste offerte perdendo di conseguenza valore. Il patrimonio del titolare, sia esso in capo al singolo o ad una società, subisce una perdita non manifestata contabilmente ma latente. Qualora per necessità l’impresa dovesse porre sul mercato un proprio immobile, per esempio,  con lo scopo di porre termine ad un debito contratto per la sua realizzazione, il ricavato è molto probabile non sia in grado di permettere il rimborso integrale del debito se contratto in tempi recenti.  L’elevata frequenza di vendite con prezzi sacrificati  impedisce all’imprenditore di prendere in considerazione investimenti in immobili strumentali. La loro realizzazione infatti avrebbe costi che in alcuni casi superano del 50% il loro valore commerciale e con queste condizioni di mercato è preferibile posticipare o addirittura rinunciare alla costruzione.

Il settore immobiliare ne ha subito le conseguenze più disastrose. L’80% delle imprese edili è scomparsa, per le rimanenti la domanda è quasi del tutto assente e  i prezzi offerti per ottenere un appalto, sono talmente esasperati da consentire margini insignificanti. L’edilizia è stato per decenni un settore trainante della nostra economia, contribuendo alla creazione di occupazione e benessere.

Il settore turistico alberghiero è un altro genere che ha risentito di questo fenomeno. Il sistema di offerta del settore nella nostra area, sconta un gap strutturale con le località vicine, come Rimini.  Piccole strutture, poco diversificate e appetibili nei confronti della clientela più esigente, sono in crisi di presenza già da alcuni anni. La svalutazione del valore degli alberghi di proprietà, ha come conseguenza la difficoltà di accedere ai finanziamenti con garanzia ipotecaria per la ristrutturazione degli immobili, richiesti  al fine di potenziarne la capacità di diversificazione dei servizi offerti. La percentuale di alberghi gravati da mutuo è elevata e la riduzione del valore del patrimonio immobiliare, che rappresenta normalmente il 90% dell’investimento dell’albergatore, non permette di ottenere nuovo credito contando sulla proprietà. Infatti pur in presenza di un rimborso puntuale secondo il piano di ammortamento del mutuo, il debito residuo è in troppi casi, ancora superiore al valore di mercato dell’immobile.  Ulteriore elemento di disturbo è rappresentato dalla famigerata direttiva Bolkestein. Questa direttiva colpisce in modo strutturale il mercato degli stabilimenti balneari (i Bagni), dove negli anni i gestori hanno investito in strutture e marketing, acquisendo e fidelizzando una clientela in grado di assicurare una adeguata redditività. Le concessioni demaniali, rinnovabili con diritto di prelazione in capo al gestore in scadenza, saranno secondo la direttiva, oggetto di bando pubblico senza possibilità di avere precedenza. Vengono in questo modo compromessi anni di investimenti e di lavoro di affiliazione della clientela, creando un clima di incertezza nel settore che ha di fatto comportato una stasi negli investimenti degli operatori rischiando di impoverire l’attrattività generata nel nostro territorio da un settore così rilevante per la nostra economia da sempre connotata per l’innovatività e qualità dell’offerta.

Con il manifestarsi della crisi, il settore manifatturiero della provincia, ha reagito in modo vivace anche se non totale al necessario rinnovamento,  finalizzato ad una migliore organizzazione interna, una riorganizzazione industriale, un collegamento a rete con imprese complementari, ed una maggiore collaborazione con centri di ricerca e università.

La riorganizzazione interna ha visto numerosi casi di passaggio da una gestione familiare ad una gestione manageriale, con l’ingresso di partners finanziari che individuano nelle aziende più virtuose occasioni di investimento ad elevata potenzialità. Non sono esclusi settori a priori, si spazia dal settore agroindustriale, al meccanico, al fashion, al settore turistico. L’attrattività della nostra economia è rappresentata dall’elevato livello professionale in dotazione e dalla capacità di operare sui mercati internazionali senza le limitazioni che per dottrina potrebbe rappresentare la limitata dimensione. L’ingresso di partners finanziari, è accompagnata dalla disponibilità di mezzi finanziari in grado di sostenere un processo di innovazione tecnologico e di prodotto,  capace di rivoluzionare il modello di produzione e di offerta dell’impresa. Il recupero di competitività soprattutto nei mercati internazionali, basata sull’innovazione e sulla qualità del prodotto o servizio offerto, è stato ottenuto anche con l’adozione di adeguate strategie di marketing per promuovere il made in italy frutto di talenti che la ricerca e l’università è in grado di assicurare. Il beneficio della presenza in Romagna dell’università, si sta rivelando un elemento fondante la capacità di reazione in tempi e modi adeguati alle sollecitazioni del mercato, con la costituzione di nuove imprese ma anche con la ricerca di nuove tecnologie o nuovi prodotti. Il coacervo di talenti e potenzialità ha permesso di intercettare sulla nostra provincia investimenti da parte di banche d’affari e fondi, per circa 1 miliardo di euro, rappresentati da interventi in conto capitale o acquisizioni, che spaziano da pochi milioni di euro a oltre 100 milioni per impresa.

L’ingresso sul mercato di interlocutori finanziari più sofisticati e più propensi ad un supporto strutturale, rappresenta l’elemento di novità che succede alla crisi. La disponibilità di elevata liquidità a costo bassissimo, risultato di una politica monetaria straordinariamente espansiva, permette alle istituzioni finanziarie internazionali di intercettare il risparmio creato in ogni parte del mondo per dirottarle su realtà che per la capacità di reazione, di innovazione, di osservazione e analisi, assicurano una continuità operativa a margini crescenti, ed il nostro territorio certamente ha gli elementi menzionati.  Sono interessate le imprese operanti in tutti i settori, senza una definita dimensione minima ottimale, dove gli elementi principali di valutazione positiva sono il management e le professionalità. Sono imprese che contribuiscono alla crescita del valore aggiunto provinciale, che seppure inferiore ai dati medi regionali (+1,2% vs. + 1,4%), esprimono comunque un livello di dinamismo imprenditoriale,   di interesse per questi soggetti in grado di portare anche in questa fetta di territorio, i vantaggi che una globalizzazione della finanza può permettere. Se esiste un ostacolo alla diffusione di questo fenomeno tutt’altro che negativo, esso è rappresentato più che dalla dimensione ridotta delle imprese, dalla natura familiare della proprietà, che diffida da ingerenze esterne sia come assetto societario che come collaborazione manageriale. Un mondo che si chiude all’innovazione affidando alla propria discendenza il futuro dell’impresa e con frequenza il passaggio si rileva negativo con effetti nefasti e dove il sistema bancario locale ne paga  le conseguenze  più pesanti.

Ma come è potuto accadere che gran parte del sistema bancario locale sia stato travolto dalla crisi finanziaria quando nessuno pensava che sarebbe potuto succedere?   Il senso di disorientamento è tanto più accentuato dalla consapevolezza che i presidi istituzionali posti a tutela dei potenziali squilibri si sono rivelati inadeguati, quanto dalla constatazione  della impossibilità  della comunità di riferimento di effettuare una continua verifica sulla qualità del management. La crisi del 2008 nasce in tempi molto più remoti, quando il contesto mondiale si caratterizza da una fase discendente dei tassi che investe anche il nostro paese. Per le banche si apre una nuova stagione, caratterizzata da una riduzione dei margini in valore percentuale, alle quali le banche locali prevalentemente hanno reagito espandendo i volumi. Bassi tassi di interesse, minori margini, maggiore propensione al rischio per mantenere adeguati livelli di redditività nel breve periodo. L’incremento della redditività ottenuta con l’azione di una leva sempre più elevata ha trovato le banche vulnerabili al manifestarsi delle numerose insolvenze, succedute all’esplodere della bolla speculativa immobiliare.

Finanziamenti concessi con frequenza contando sul valore delle garanzie in alternativa alla capacità di rimborso in via autonoma del prenditore, hanno mostrato la loro pericolosità in misura drammatica e sempre con effetti irreversibili. l’errore sulla valutazione del merito creditizio ha riguardato tutti i settori dell’economia con una selezione negativa (incosciente) a favore dei prenditori non primari, disposti al pagamento di un tasso superiore alla media. La stipulazione di questi contratti di finanziamento seppur rischiosa, diviene conveniente economicamente per il debitore,  cosciente che difficilmente potrà rispettare il piano di rimborso ed è disponibile a pagare un onere più elevato. Lo stesso vantaggio riscontra il finanziatore che si garantisce introiti più elevati in caso di esito positivo del rapporto di debito. Trova conferma l’assunto che bassi tassi di interesse corrispondono ad una maggiore assunzione di rischi. Bassi tassi di interesse ed immobili offerti sul mercato a prezzi crescenti, massima disponibilità di credito, sono le condizioni che hanno alimentato una bolla speculativa immobiliare senza precedenti e del tutto incontrollata. Quando la bolla è scoppiata trascinando con sé tutti i settori dell’economia, con effetti distorsivi profondi sul mercato, abbiamo assistito inermi alle gravi ed inevitabili conseguenze. Conseguenze che hanno inciso prevalentemente sui risparmiatori, fino a questo momento fiduciosi nei confronti di queste istituzioni storiche, ritenute stabili e sicure, al punto da affidare parte di loro risparmi in forme di investimento non servite da giusta prudenza e accuratezza. Il risultato finale è palese con la scomparsa dei punti di riferimento locale, la distruzione di valore di proprietà dei risparmiatori, con  conseguenze sull’economia locale  che saranno da valutare nei prossimi anni.

L’attuale fase di espansione economica mondiale mostra segni di rallentamento e gli effetti saranno avvertiti anche nella nostra area. Nel contempo la fase di politica monetaria espansiva sembra volgere al termine e si prevedono aumenti dei tassi, attesi nell’ordine dell’1% nell’arco di un triennio. L’incremento dei tassi potrebbe portare ad una maggiore marginalità in grado di recuperare parte della redditività perduta. Il combinato effetto di un aumento dei tassi, di una consistente riduzione delle rettifiche di valore sui crediti e di un miglioramento dei livelli di efficienza e produttività dovrà riportare il livello di redditività in linea con le medie europee. La pressione competitiva sarà sempre più accentuata e la reazione del sistema bancario sull’attività tradizionale sarà caratterizzata da una spiccata prudenza e da maggiore rigore metodologico nella valutazione del merito creditizio. E’ presumibile che le banche proseguono l’azione di ricomposizione del proprio portafoglio prestiti verso prenditori meno rischiosi. Al momento i prestiti al settore delle costruzioni continuano la loro discesa mentre i prestiti alle micro imprese (quelle con meno di 20 addetti) non sono ancora tornati a crescere. I costi fissi necessari per istruire un prestito e la mancanza di bilanci affidabili per questa categoria di prenditori sono alla base della riluttanza delle banche nazionali a concedere finanziamenti. L’introduzione dei principi contabili IFRS9 e di pratiche di calendarizzazione dei flussi finanziari generati dall’impresa e comprovati da documentazione adeguata, potrà accentuare questo fenomeno. Per contrastare questo fenomeno, in grado di porre limiti alla capacità di avere credito di parte del nostro sistema locale, le banche di credito cooperativo hanno elaborato un nuovo sistema di organizzazione imprenditoriale, attraverso una riforma che trae origine da una novella legislativa ma che è stata immediatamente condivisa da tutto il sistema. L’aggregazione su due gruppi nazionali, delle circa 300 banche che reciprocamente e solidalmente si garantiscono e si integrano operativamente, permette di presidiare il territorio con costi sempre più ridotti, mentre la presenza capillare di realtà bancarie autonome sulla erogazione del credito, consentirà di mantenere inalterata la propensione al sostegno delle piccole imprese. Si tratta di un programma ambizioso che però consente di cogliere le opportunità offerte da un quadro congiunturale che è ancora positivo ma che denota un orizzonte temporale non infinito, e che impone un nuovo modello di business che per le piccole banche è prevalentemente di tipo organizzativo. Resta una cultura di affiancamento al territorio, di interpretazione genuina delle sue esigenze e peculiarità che consente di intervenire come una banca locale in un gruppo che per dimensioni rappresenta la quarta realtà del paese.

RAVAGLIA 06/10/04 CESENA GIANCARLO PETRINI DIRETTORE BANCA DI CSESENA



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