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Confessioni di un ottuagenario o di un italiano di Romagna?

     Giugno 28, 2017   No Comments

di Pietro Castagnoli

Denis Ugolini mi chiede di fare un esame di coscienza per gli amici diversificati che leggono Energie Nuove. Dopo gli ottanta bisognerebbe poter dire come Ippolito Nievo, ma egli ne aveva appena trenta alla morte come garibaldino nel 1861 e le sue Confessioni sono del 1857-58, pubblicate per la censura soltanto nel 1867 dalla splendida veneta Erminia Fuà Fusinato: “Contento di aver vissuto e contento di morire”. In realtà l’incipit è un abbandono ai misteri della storia: “Io nacqui veneziano al 18 ottobre 1775, giorno dell’Evangelista San Luca e morrò per la grazia di Dio italiano quando lo vorrà quella Provvidenza che governa misteriosamente il mondo”… Ed ecco una prima domanda oggi: sono romagnolo, italiano, europeo, cittadino del mondo? Negli insegnamenti al Liceo Monti, nei ritagli dei corsi di storia e filosofia, contrapponevo alla Lucia manzoniana la Pisana del Nievo, la veneta irrequieta e dolcissima alla mite e claustrale laghista, figlie di due modi di vivere: “Sperammo ed amammo insieme, insieme dovremmo trovarci là dove si raccolgono gli amori dell’umanità passata, e le speranze della futura”: questo l’addio alla persona amata. Dobbiamo al Manzoni il tentativo di unire il cattolicesimo al liberalismo, surclassando il giacobinismo e il terrore, impresa storica ereditata da pochi solitari, come oggi avviene per Papa Francesco e il pauperismo di fronte alla democrazia politica e religiosa, ma a Ippolito Nievo restava una domanda irrisolta: si può credere in Napoleone come liberatore? Nel Trattato di Campoformio del 1797, dopo la campagna d’Italia, vendette Venezia, l’Istria e la Dalmazia all’Austria. Nievo si trovò come una generazione di patrioti a non essere né veneziano, né italiano. Destino sofferto da una accolita in altre regioni dal Mazzini al Foscolo, grandi maestri e sognatori di vita libera ed integra. Anche a Cesena furono innalzati gli alberi della libertà e il cronista riferisce di Napoleone che a Palazzo Guidi gettava le basi di un nuovo spirito che infiammerà nel tempo il passaggio dei poteri dalle legazioni pontificie al travagliato e rischioso nuovo stato monarchico costituzionale italiano nello scontro tra repubblicanesimo e monarchismo, un travaglio che si annida ancora sotto le ceneri di un’Italia disunita. A Cesena sono due le figure di questo scontro, il Trovanelli che difende il cittadino, la conquista costituzionale per cui non dobbiamo essere sudditi, è un ammiratore dello spirito anglosassone, e Renato Serra che di fronte a coloro che partono in guerra precettati e a morire, scrive in laconiche parole dall’accento mazziniano: “Parto per un dovere necessario”. Il suo esame di coscienza di un letterato è quanto di più sofferto abbia manifestato uno spirito libero davanti all’interventismo di una guerra che era un massacro, ma per la libertà di una patria da costruire. Dall’altra parte un Wittgenstein viennese, il fondatore del pensiero analitico con il Tractatus. Mentre il suo maestro ed amico Bertrand Russell faceva l’obiettore di coscienza in carcere a Londra scrive il Tractatus con la conclusione che non ci sono parole per definire il senso della vita davanti alla morte, che non si ricava dalla scienza, ma solo da una testimonianza diretta, con la conclusione che: “Di ciò di cui non si può parlare si deve tacere”, però stando insieme a chi sa sacrificarsi. Ed era il figlio del più importante industriale viennese dopo i massacri in Galizia e la prigionia a Montecassino. Noi siamo gli infausti figli di Yalta dopo il 1945, una guerra perduta, un cordone sanitario tra le rovine di tre totalitarismi dopo uno scontro di imperi industriali. Non si può credere che con tagli geopolitici maturino le coscienze e poi ci sono molte forme serpeggianti di totalitarismo fino a quello del denaro gestito ai vertici più oscuri.

L’American dream ci aveva aperto agli ideali del self made man, all’individualismo e alla tecnica della concorrenza più spietata, che però non impediva l’assassinio da Lincoln, ai Kennedy, a Martin Luther King, alle Twin Towers, per le ragioni più diverse, ma tuttora presenti in una società in conflitto perenne. E’ caduto il muro di Berlino nel 1989, ma in nessuno tra gli eredi delle diverse forme di potere si è fatta una valutazione di fondo ed ora paghiamo per quella che si è ritenuta superiore con un codazzo di seguaci che si ritengono uomini liberi nel corso sfrenato della storia della globa-lizzazione e dei nuovi sistemi mediatici che ti portano il mondo in casa, ma con manipolazioni interessate che ti svisano. Soltanto una nuova scuola rigorosamente critica che parta dai fondamenti del mestiere di vivere può aprire gli occhi a ciò che conta, un dialogo aperto senza presupposti sotto banco, ma con i tanti insegnamenti che vengono dai classici e dai testi religiosi studiati con lo spirito dei classici: che l’umanità è una e che le aspirazioni a un mondo migliore debbono passare nell’incontro tra le esperienze degli anziani e gli entusiasmi dei giovani. La migliore filosofia di vita è il dialogo nel reciproco rispetto. Questa è la Politica.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 28, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 28, 2017 @ 11:47 am
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