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Ci vuole un esame critico profondo

     Giugno 26, 2017   No Comments

“Quanto ancora deve durare un siffatto PD?” (Energie Nuove Febbraio-Marzo 2012). Uno dei nostri interventi sulla sinistra e sul Pd in particolare, anche tenendo conto del dibattito che su questi temi sollecitiamo e continuiamo da tempo. Ne dibattiamo più noi, qui, di quanto succede altrove. Sottolineavamo, anche con Massimo Salvadori, che “il Pd sta offrendo scarsa prova di essere in condizione di presentare (e avere) una leadership incisiva per quel che concerne vuoi il programma vuoi le caratteristiche del suo gruppo dirigente, diviso nelle varie correnti. Il Pd è recentemente cresciuto più per i vizi e i difetti del berlusconismo che per virtù propria…ogni volta che il Pd deve pronunciare dei sì in tema di alleanze di governo, candidatura alla premiership, politiche economiche e sociali, diritti civili, questioni etiche, laicità, ecco emergere le difficoltà legate alla sua origine. L’essere nato da un amalgama di componenti che provoca contrasti non risolti, veti e controveti, la mancanza di strategie condivise, alimenta minacce di nuovi scollamenti.” Verità nel 2012, più che vero nel 2013. In quel citato articolo rendevamo ancor più esplicitamente il “siffatto” Pd. Non solo con sguardo e valutazioni sul piano nazionale, ma anche locale e regionale. A cementare, in una inevitabilmente ipocrita unità, le differenze, le diversità ed i contrasti interni era ed è ancor oggi soprattutto l’antiberlusconismo (e un moralismo, assai privo di etica, di una inesistente superiorità morale). Sentire parlare di “identità” culturale e politica quindi, fa quasi tenerezza. Peraltro ci chiedevamo come facevano e come fanno a stare insieme spezzoni politici e culturali (provenienti dal Pci e dalla Dc, la corrente di sinistra, la più ideologizzata) che sono stati fra loro furibondamente alternativi quasi su tutto. Salvo sulle politiche che hanno promosso ed alimentato il disastroso “consociativismo”, generatore del gigantesco debito pubblico con il quale si deve fare i conti ancor oggi. Di quegli spezzoni si possono richiamare nomi emblematici del Pd nazionale. Ma anche tanti dirigenti dell’attuale Pd a livello locale. Dirigenti democristiani, ad esempio, che tacciavano le formazioni politiche che talvolta erano in alleanza con il Pci su determinate scelte amministrative di essere andati in “innaturali” alleanze con la forza che sempre doveva considerarsi, secondo loro, alternativa. Quei dirigenti oggi li ritrovi nella dirigenza del Pd, e ai vertici di Istituzioni ed Enti in nome e per conto di quel partito. Considerazione che vale anche per quei dirigenti comunisti per i quali quella Dc e quei medesimi dirigenti democristiani (oggi Pd) erano la destra (spesso aggettivata con epiteti ancor più forzati). Per non dire di quei “personaggi” di partiti minori che sono attualmente nel Pd e che erano i più acerrimi critici del loro stesso partito quando questo aveva motivo di fare talvolta alleanza (per loro “innaturale”) con il Pci su temi amministrativi. Taluni di questi, da cotanto assurto podio morale e politico, hanno perfino pontificato su altre persone. Ovviamente beneficiando del fatto che hanno incrociato persone di un livello di educazione e di statura morale, politica e culturale, che li ha risparmiati nel metterne in luce la pochezza. Giacchè non si può pensare a stupidità, dall’opportunismo al resto, invece, ci sta quasi tutto. Un altro cementificatore di quella posticcia unità è stato ed è il potere. L’accresciuto e rinnovato ,nella forgia, sistema di potere locale. Molto pervasivo e condizionante (anche clientelare), nella nostra regione e nel nostro territorio. Oggi il Pd è in piena e deflagrante implosione. Con tanta meraviglia da parte di molti, al suo interno. Semmai c’è da meravigliarsi che così tardi sia arrivata l’implosione e che molti dei dirigenti del Pd non ne abbiano colto, da tempo, i prodromi evidenti. Non in questo spazio vogliamo addentrarci in esami che pure meritano di essere approfonditi: circa la leadership di Bersani, le primarie fra lui e Renzi, anch’esse un poco farlocche insieme a quelle totalmente farlocche per la scelta dei candidati alla “nomina” parlamentare; circa l’aver voluto a tutti i costi mantenere il Porcellum perché i sondaggi davano il Pd stravincente, così da fare colossale ingurgitata del premio di maggioranza previsto da quella porcata di legge elettorale; circa i motivi del pessimo risultato elettorale che si sono guardati bene dall’analizzare come si doveva; circa la inqualificabile gestione del dopo voto, tale da esaltare una irresponsabilità nei confronti dell’intero paese che ha pochissimi, forse nessun, precedente; circa il gioco al massacro sulle candidature alla presidenza della Repubblica (va ringraziata ad ogni modo la dabbenaggine di questo Pd e di questa sinistra, perché impedendo dei mali ha consentito il meglio possibile: la rielezione di Napolitano); circa la formazione di un governo, l’unico possibile, che poteva essere presieduto da Bersani ed invece lo presiede il suo vice, Enrico Letta; circa le spaturnie (gli inseguimenti della demagogia grillesca) e la continuazione di continue irresponsabilità che possono portare ad altri naufragi, sia del governo in carica che della stessa legislatura appena avviata senza che si sia arrivati a minime riforme indispensabili, compresa quella del sistema elettorale.

Qui vorremmo solo fare un appello. C’è bisogno, a sinistra, sul piano generale e locale, di un profondo, ampio, serio esame. Che faccia i conti con la propria storia passata e recente, che non è mai stato fatto. Deve essere fatto, per arrivare a capire cosa si è, cosa si vuole essere, cosa si vuole, dove si vuole andare. Un esame serio, profondo. Lo faccia almeno quella che si definisce classe dirigente. Dubito lo si possa chiedere a certo ambito di base e di supporters sinistresi. A quelli dei cinguettii settari, e assai miseri. O a chi – come è successo di constatare anche di recente – se ne viene fuori con l’affermazione che Bersani è un genio della politica. Al che non sai più cosa pensare, neppure del significato di “genio”. Per non dire di un altro ancor più preoccupante target di sinistri: quelli che hanno sempre ragione, che hanno avuto sempre ragione. Come è possibile, per chi è passato fra mille “svolte”, più o meno storiche – e ad ogni singola svolta, ne seguiva un’altra che contraddiceva la precedente – affermare comunque di avere e di avere avuto sempre ragione? È ovvio che si è voluto insegnare questo a tutti costi e che tanta massa, in buona fede, ha beccato e assimilato. Ma i dirigenti, la così detta classe politica dirigente, che insegnava e faceva quei “racconti” sulle svolte; quelli, che fanno? Continuano a menarla e a menarsela? Non c’è dubbio: c’è bisogno di esami profondi, di autocritica vera. Da presupposti di seria coscienza critica può derivare, dagli ambiti più responsabili e intellettualmente attrezzati della sinistra, una rivoluzione vera di carattere culturale. Una rivoluzione culturale che, a sinistra, non si è ancora, avviata. Speriamo si faccia. C’è’ bisogno assoluto di una forte sinistra democratica. Per il nostro Paese, per la nostra democrazia.

  •   Published On : 3 anni ago on Giugno 26, 2017
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  •   Last Updated : Giugno 26, 2017 @ 10:28 pm
  •   In The Categories Of : Opinioni

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