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Ci vuole più Stato!

     Luglio 23, 2019   No Comments


Energie Nuove – NUMERO 1 – luglio 2019

Ci vuole più Stato!

di Andrea Casadei

Negli anni sessanta, Milton Friedman (futuro premio Nobel per l’economia nel 1976), era in visita in un paese asiatico. Gli capito di visitare un cantiere nel quale operai impegnati nella costruzione di una strada, lavoravano soltanto con dei badili, senza macchine moderne a loro disposizione. Chiese naturalmente perché il governo non avesse pensato di fare un investimento per rendere più efficiente e spedito il lavoro. Gli fu risposto che bisognava mantenere alto il tasso di d’occupazione nel settore delle costruzioni: utilizzando degli escavatori o delle betoniere, sarebbero serviti meno operai. “Ma allora perché, anziché dei badili, non avete dato loro direttamente dei cucchiai? Avreste creato più posti di lavoro” osservò ironico Friedman. Per molti sostenitori dell’intervento pubblico in economia, non è un problema se esso non è particolarmente efficiente. Se l’obiettivo dichiarato del politico è realizzare una nuova strada, lo scopo non dichiarato è invece quello di mantenere un certo livello occupazionale ed è probabile che la tutela dei livelli occupazionali sia a sua volta strumentale a un altro obiettivo ancora: il consolidamento di una base di consenso. Ma oggi in Italia, possiamo permetterci un intervento pubblico, senza che lo stesso sia efficiente? Nelle sue considerazioni finali sulla Relazione annuale sul 2018, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, afferma che, in un contesto come quello odierno, in cui la spesa per investimenti pubblici è pari a circa il 2 per cento del PIL (un terzo in meno che all’inizio di questo decennio), l’obiettivo di recuperare in tre anni la metà del terreno perduto, con aumenti programmati di spesa dell’ordine del 10 per cento all’anno, presuppone un miglioramento notevole della capacità di passare dall’individuazione delle opere alla loro effettiva realizzazione. Ma non è sufficiente spendere di più; va accresciuta l’efficienza nell’impiego delle risorse, migliorando il processo di selezione, assegnazione ed esecuzione dei lavori: nel confronto internazionale il ritardo dell’Italia è maggiore in termini di opere realizzate che di spese effettuate. Tutto questo per affermare che lo Stato deve avere un ruolo fondamentale (come lo ha avuto in passato) nella rivoluzione industriale che è già in atto. Troppo spesso si trascura il fatto di come gli Stati sono stati ampiamente coinvolti nel processo dell’innovazione, e che questi sarebbero il più affidabile investitore a lungo termine per puntare allo sviluppo di tecnologie i cui benefici saranno evidenti soltanto anni o decenni dopo, senza gettare la spugna soltanto perché non generano un profitto immediato. Il potere statale non deve limitarsi quindi a consentire un corretto svolgimento del gioco economico, a garantire il rispetto del diritto di proprietà, a far rispettare i contratti, e nemmeno a correggere i “fallimenti di mercato” o presunti tali, ma deve “attivamente plasmare e creare mercati”. Anche il più geniale degli imprenditori non può fare tutto da solo: in un’economia complessa le realizzazioni più importanti comportano l’utilizzo di beni che sono il frutto di innovazioni di ieri che hanno impatto sulle novità di oggi. Amazon non potrebbe essere così efficiente senza l’esercito di server che la fanno funzionare e le innovazioni che la rendono un prodigio di logistica. Apple, probabilmente, non avrebbe potuto creare l’iPhone e l’iPad in rapida successione, se avesse dovuto progettare e realizzare da sola ogni singolo componente. L’Italia ha risposto con ritardo alla rivoluzione tecnologica: dall’avvio della crisi dei debiti sovrani (2009) il peso del settore dell’innovazione tecnologica da noi si è ridotto, in controtendenza rispetto alla media europea. Ma per la stessa sostenibilità dello sviluppo economico e sociale, e per non compromettere gli equilibri ambientali, non si può fare a meno di investire in tecnologie avanzate ed ecocompatibili. Purtroppo, il divario rispetto al resto dell’Unione riguarda quasi tutte le finalità per cui le imprese possono adottare tecnologie innovative: ad esempio lo sviluppo delle reti di telecomunicazione di nuova generazione resta limitato e il ruolo di traino svolto dall’amministrazione pubblica nell’introduzione delle nuove tecnologie è contenuto. Il limitato investimento nell’innovazione si accompagna a un livello di conoscenze e competenze di studenti e adulti italiani anch’esso basso nel confronto internazionale. Investimenti in formazione che abbraccino l’intera vita lavorativa sono necessari anche per evitare il rischio che con la diffusione delle nuove tecnologie, e con la conseguente minore domanda di lavoro per le attività che più risentono dell’affermarsi dell’automazione e della digitalizzazione, aumentino le disuguaglianze di reddito e di opportunità e si riduca l’occupazione. Potrò essere scontato, ma inoltre, lo Stato deve effettuare un’ampia riforma fiscale. Dai primi anni Settanta sono state introdotte nuove forme di tassazione ed è stato progressivamente definito un complesso insieme di agevolazioni e di esenzioni, nell’assenza di un disegno organico e con indirizzi non sempre coerenti. Bisogna disegnare una struttura stabile che dia certezze a chi produce e consuma, investe e risparmia, con un intervento volto a premiare il lavoro e favorire l’attività di impresa, tenendo conto delle interazioni tra tutti gli elementi del sistema fiscale. Purtroppo i continui cambi al governo che si sono verificati (9 governi diversi dal 2000 in avanti) non hanno mai portato riforme vere e proprie, ma solamente piccoli interventi, i cui effetti venivano poi rivisti e/o smantellati dai successivi esecutivi. Nel migliorare l’efficienza del settore pubblico, nel guidare le imprese verso l’innovazione e nell’effettuare una riforma fiscale che possa garantire stabilità e non tartassare il contribuente (“In questo mondo non vi è nulla di sicuro tranne la morte e le tasse.”), si, ci vuole più stato!

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